Il piano del ministro Colao: sprint sul Cloud e connessioni 5G come diritto costituzionale

Cloud e reti 5G. C’è molto altro, ma innanzitutto questo, nei piani per il futuro del Paese, delle imprese e dei cittadini, per il ministro all’Innovazione tecnologica e della trasformazione digitale, Vittorio Colao.

Che non ha dubbi: “Cloud first, prima il Cloud”, ovvero, occorre spostare più potenza computazionale e d’archiviazione dati possibile sulle ‘nuvole’ digitali. E poi, su un altro tassello ritenuto fondamentale, arriva a scomodare addirittura la Costituzione: ci vogliono connessioni 5G, super veloci e super potenti, per tutti, come se fosse un diritto costituzionale. Il diritto alla connessione ultraveloce alla pari di quello all’istruzione e alla salute, per gli italiani e le italiane del terzo millennio.

Già lo scorso anno Colao aveva preparato e presentato il suo manifesto d’intenti su commissione del governo Conte, ma questa volta lo ha fatto nel ruolo – molto più rilevante – di ministro all’Innovazione tecnologica e della Trasformazione digitale. L’occasione per tirare fuori dalla tasca il suo programma, in un documento e discorso lungo 18 pagine, è stata l’audizione davanti ai deputati della Commissione Trasporti e ai senatori delle Commissioni riunite di Bilancio, Lavori pubblici, Politiche Ue e Comunicazioni, sul Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).

Dalle sue carte sono saltate fuori una quantità di idee, progetti, obiettivi: banda larga ovunque entro il 2026; sviluppo delle reti 5G; connessione come diritto costituzionale; ridurre il digital divide rispetto ad altri Paesi europei; inclusione di tutti nelle nuove tecnologie.

Come fare tutto ciò? Innanzitutto, mettendoci un bel po’ di soldi del Recovery Fund europeo, e poi svecchiando – in termini innovativi e operativi – la pubblica amministrazione, la grande casta della burocrazia, ma anche dando una scossa alle aziende e ai cittadini che, di per sé, non sentono forte il richiamo dell’evoluzione tecnologica. Perché è vero che per fare occorrono infrastrutture adeguate, ma è altrettanto vero che da sole le infrastrutture non funzionano, non portano valore aggiunto.

Così, davanti alle Commissioni di parlamentari, Colao ha rimarcato: la trasformazione digitale “è un fondamentale cambiamento del modo in cui lavoriamo, produciamo e interagiamo nelle nostre vite. Questo perché la nuova dimensione digitale sta riducendo tempi e costi di accesso alle competenze e all’informazione, sta abbattendo molte barriere agli investimenti, e sta modificando i modelli di business di interi settori industriali”.

Secondo il ministro all’Innovazione tecnologica, è chiaro che “se vogliamo non solo recuperare terreno rispetto agli altri Paesi, ma anche tornare leader nei settori industriali, nell’occupazione di qualità e negli standard di vita, dobbiamo lavorare a un ammodernamento digitale del nostro Paese nel suo complesso”.

Almeno 40 miliardi per innovare l’Italia e gli italiani

In questo scenario, il Next Generation EU prevede che il 20% dei fondi destinati agli Stati membri attraverso la Recovery and Resilience Facility sia destinato alla trasformazione digitale. Nel caso dell’Italia, questa cifra dovrebbe essere di poco superiore ai 40 miliardi, ma, guardando allo stato di avanzamento del Piano nazionale di ripresa e resilienza a cui il Governo sta lavorando, “la cifra sarà considerevolmente superiore se si includono anche le misure che riguardano interventi parzialmente digitali, come ad esempio interventi di digitalizzazione e sensorizzazione di strade e infrastrutture critiche o gli investimenti sulla sanità territoriale e la telemedicina o relativi alla formazione di competenze digitali per cittadini e lavoratori pubblici e privati”, fa notare il ministro del governo Draghi.

Destinati direttamente alla digitalizzazione della Pubblica Amministrazione dell’Italia, però, ci saranno gli 11,75 miliardi della prima componente della prima missione (M1C1) del piano nazionale di ripresa e resilienza, di cui 5,61 per finanziare progetti esistenti e 6,14 per nuovi progetti.

Che osserva: “sarà una cifra considerevole che impone oggi una seria riflessione su quali siano gli obiettivi che vogliamo raggiungere, sul come farlo, in che tempi e su come garantire che tutto il processo venga svolto in maniera efficace, trasparente e senza spreco di denaro pubblico”. Ecco, appunto, la torta è grande, e fa gola a molti.

Connettività veloce, super Cloud e una P.A. in stile Matrix

Come indicazione generale, Colao anticipa che i fondi disponibili andranno per il 50% alla connettività in fibra e per il 50% a PA, Cloud, applicazioni per i cittadini e interoperabilità (tra le banche dati). “L’ammontare preciso lo stiamo discutendo con il Ministero dell’Economia e con quello della Pubblica amministrazione, cercheremo di avere il più possibile”, spiega l’ex Ceo di Vodafone.

La visione Digital Compass annunciata dalla Commissione europea la settimana scorsa ha come obiettivo di raggiungere una digitalizzazione pressoché piena entro il 2030. Attraverso il Piano nazionale di ripresa e resilienza “vogliamo far sì che l’Italia non solo recuperi il terreno perso, ma sia tra i Paesi più vicini a realizzare la visione del Digital Compass già nel 2026”, cioè a raggiungere questi quattro obiettivi: una popolazione digitalmente qualificata e professionisti digitali altamente qualificati; infrastrutture digitali sicure e robuste; trasformazione digitale delle imprese; digitalizzazione dei settori pubblici. Quindi, l’Italia punta a garantire una Internet ultra veloce – a tutte le famiglie, a tutte le imprese – in anticipo di 4 anni rispetto alla scadenza del 2030 che l’Unione Europea prevede nel suo programma.

Piano Colao come un mantra: più banda, serve più banda

Ma, guardando alla situazione di oggi, “abbiamo un serio problema di copertura del territorio con reti a banda ultra larga”, rileva Colao, e “qui mi preme sottolineare un dato su tutti, e cioè che la copertura in fibra ottica raggiunge poco meno del 34% delle famiglie italiane”.

Il problema però non riguarda solo l’infrastruttura, ma anche il tasso di adozione dei servizi dati di accesso a Internet: nel 2020 ancora 10 milioni di famiglie italiane (il 40% del totale) non avevano attivato l’accesso a Internet su rete fissa, e oltre 5 milioni e mezzo di famiglie (il 21% del totale) avevano servizi Internet su rete fissa ma con velocità inferiore ai 30 Mbps. In totale, circa 16 milioni di famiglie (il 60% del totale) che non usufruiscono di servizi Internet su rete fissa o non hanno una connessione fissa a banda ultra larga. “Questo è inaccettabile”, taglia corto il ministro, anche perché non rendere la copertura uniforme e veloce vuol dire “aumentare i divari territoriali che già esistono e crearne di nuovi. Rischiamo di lasciare indietro vaste aree produttive, creative, e sociali”.

Connettere tutti entro il 2026 e sprint sul 5G

Secondo i piani di Colao, quindi, per velocizzare la copertura con reti a banda ultra larga di tutto il territorio, va rivisto il modello seguito fino a oggi, “l’obiettivo concreto di connettere tutti entro il 2026 con connessioni ad altissima velocità lasciando agli operatori la libertà di scegliere la migliore tecnologia. In questa ottica, le tecnologie radio possono e devono essere utilizzate laddove la fibra non arriva o non riesce ad arrivare, così come dobbiamo favorire gli investimenti nello sviluppo del 5G”.

L’ex manager Tlc e oggi ministro rimarca quindi che la rete in fibra non è un dogma. Anzi: è noto che richiede operazioni di scavo costose e lente. Ben vengano tecnologie senza fili, con il segnale che arriva attraverso wi-fi potentissimi in tecnologia Fwa oppure via satellite.

L’esecutivo Draghi vuole favorire al massimo la creazione delle reti 5G, che saranno decisive per le aziende. Senza 5G, le imprese non potranno adottare procedure di automazione dei processi produttivi: senza 5G, la robotica non prenderà il volo. E gli imprenditori dei piccoli centri non possono avere opportunità minori rispetto a quelli delle medie e grandi città.

Italia protagonista nel sistema Cloud europeo Gaia-X

Serve connettere, serve accelerare, anche perché disuguaglianze e divari territoriali sono ancora più evidenti alla luce della pandemia: con il lavoro che si sposta in remoto, le scuole che adottano la didattica a distanza, e gli ospedali non in grado di assistere molti malati da vicino a causa della pandemia, “ammodernare le infrastrutture per la connettività si configura come un dovere dello Stato, chiamato dall’articolo 3 della Costituzione ad assicurare uguale accesso alle opportunità e a offrire a tutti i cittadini le medesime condizioni di partenza. Per noi, la connettività va intesa come diritto”, ecco il proclama costituzionale di Colao.

Il manifesto d’intenti continua e rimarca: è necessario che la transizione digitale del Paese colga appieno le opportunità che sorgono dal Cloud computing. Il Cloud ha un enorme potenziale: migliora la qualità dei servizi erogati, riduce in maniera significativa i costi, contribuisce ad aumentare l’efficienza energetica, e aumenta la sicurezza rispetto alle insidie digitali.

“È fondamentale” per Colao, “che il nostro approccio al Cloud computing promuova e sostenga lo sviluppo di un mercato europeo per i servizi Cloud e che l’Italia si inserisca da protagonista nel sistema Cloud europeo Gaia-X”.

Crescere in Cybersecurity

Il governo Draghi lavora anche alla interoperabilità tra le banche dati pubbliche. In concreto, questo significa che non dovremo più dare, continuamente, ai dipendenti pubblici sempre le stesse informazioni su di noi (data di nascita, residenza, ad esempio). Basterà condividerle una volta sola perché siano note al Comune o all’Agenzia delle Entrate.

Non ultimo, il capitolo Cyber minacce e Cybersecurity: tutto ciò va fatto in sicurezza. In un mondo digitale dove tutti i dati sono disponibili online “è evidente che lo Stato debba rafforzare la propria capacità di difendersi e difenderci da attacchi cibernetici. La transizione digitale richiede uno sforzo significativo di ammodernamento della Cybersecurity nazionale, che protegga sia le persone sia le infrastrutture”.

Per questo il governo farà investimenti forti nel rafforzamento delle infrastrutture, dei codici, dei software. Bisognerà anche assumere professionisti e hacker “buoni”, capaci di fronteggiare le minacce dei cyber criminali.

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Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove. Contatti: stefano.stefanocasini@gmail.com

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