Meno targhette, più politiche: la lezione del disastro dei Poli europei di Innovazione Digitale

Come anticipato dal Direttore Franco Canna su queste stesse colonne, le anteprime non ufficiali (e già qui c’è un problema di trasparenza e timing delle informazioni a rilevanza pubblica) dei risultati delle selezioni operate dalla Commissione Europea per gli European Digital Innovation Hub hanno riservato sorprese, per molta parte inattese e destinate a generare malumori diffusi.

Mi considero, per quel che vale, al di sopra della polemica contingente, dacché io gli European Digital Innovation Hub li ho sempre trovati una pessima idea, come ho avuto modo di dire anche agli arcigni rappresentanti della DG Connect sin dagli incontri preparatori al bando in aggiudicazione oggi, svoltisi a Bruxelles nel 2019 (e anche sul time to market di questi mega progetti ci sarebbe molto da discutere).

Li trovavo una pessima idea perché abusavano del concetto di sostegno alla trasformazione digitale delle PMI, volutamente ignorando il funzionamento e i bisogni delle PMI stesse. Rispondevano agli obiettivi tecnologici di autonomia e competitività dell’Europa, assolutamente condivisibili, ma pessimamente riposti sulle fragili spalle delle micro, piccole e medie imprese del continente. Che non sono, lo ripetiamo per l’ennesima volta perché giova ripetere, aliene ai processi di innovazione tecnologica, ma sono innanzitutto middle tech firm (lavorano su tecnologie consolidate e le implementano, anche in maniera avanzata) e soprattutto non ragionano per tecnologie, ma per soluzioni, al massimo per orizzonti tecnologici. Che sono, gli orizzonti tecnologici, complessi mix di evoluzioni del mercato, opportunità/minacce derivanti dalle tecnologie, competenze e strategie, scelte dei partner/competitor/capifiliera, da cui derivano le scelte di investimento delle PMI.

Partire dalle singole tecnologie, scisse dalle dimensioni settoriali e territoriali che governano i processi di innovazione delle PMI (certamente italiane, ma non solo) è insensato e perdente, soprattutto se proprio le PMI sono il tuo target. Non sono ragionamenti di oggi, a cose fatte, ma di qualche anno fa, poiché, ahinoi, ci occupiamo del tema da fin troppo tempo, un’eternità se consideriamo il rapporto tra soddisfazioni e delusioni.

Il Ministero dello Sviluppo Economico, che aveva in qualche modo presente il problema (e soprattutto aveva già commesso analogo errore investendo tutte le risorse suo Competence Center, pensati con la stessa tara originaria), aveva gesuiticamente pensato di arrivare più o meno a un EDIH per regione, più un paio di progetti nazionali, ma con tutta evidenza la Commissione Europea aveva altri progetti.

I risultati del “si dice” disegnano infatti una mappa che, vista dall’Italia (ma qui siamo e lavoriamo), ha le fattezze di uno scarabocchio con pochissimo capo e coda.

Dei 13 progetti approvati al finanziamento europeo, ben 4 sono progetti nazionali, oltre un terzo: terranno in adeguata considerazione le componenti settoriali (distrettuali, di filiera, come preferite) e territoriali che ho indicato prima come dirimenti? È lecito dubitarne.

Quattro progetti, quasi un terzo del totale, sono nel Mezzogiorno, che è giustamente oggetto di attenzione speciale nelle politiche che mirano alla riduzione del divario territoriale. Ciò detto è lecito domandarsi, a fronte di una domanda di innovazione digitale che tutti gli addetti ai lavori sanno essere bassissima in quelle regioni, se non si stiano finanziando gli ennesimi cannoni per acchiappare le mosche.

Il resto dei progetti, 5, è concentrato in quattro regioni del Centro e Nord produttivo, con il Piemonte mattatore.

Come tutte le feste, però, chi non c’è vale quanto, e in questo caso anche di più di chi c’è.

Manca la Lombardia, recuperata nella seconda fascia a cui tocca una pacca sulla spalla dell’Europa, e soprattutto manca il Veneto, a cui pare non toccherà nemmeno quella.

Fai un progetto, certamente non di fretta dati i tempi biblici, per sostenere attraverso la creazione di (ennesimi) centri di trasferimento tecnologico la transizione digitale delle PMI e lasci fuori più della metà del cuore pulsante del sistema produttivo italiano a trazione della micro, piccola e media impresa?

Ha senso? Direi di no. Lo dico, ben inteso, avendo partecipato come organizzazione ad alcune di queste candidature, alcune anche vincenti, perché se ci sono delle risorse per le imprese non vanno lasciate per strada. Lo dico anche ben sapendo che pochissime di quelle risorse, destinate peraltro direttamente alle imprese, finiranno alle imprese che rappresentiamo.

Dopo i competence center, un’altra delusione e, lo dico da contribuente, altri soldi sprecati.

In questa partita hanno perso tutti: la Commissione Europea, che poteva fare qualcosa di utile e non l’ha fatto; il MISE, che si è visto scardinare un impianto che aveva disegnato e condiviso con le parti sociali senza fare una piega; le Regioni escluse, che certificano la propria impotenza al di fuori dei confini.

La politica si sa ha mille vie, e mi aspetto che chi è stato escluso troverà adeguato risarcimento. Sarebbe un peccato se, come temo accadrà, questo dovesse consistere solamente nell’allargare i cordoni della borsa italiana per comprendere anche chi l’Europa ha ritenuto non meritevole di finanziamento. Sarebbe un peccato perché, ripeto, qui era sbagliata proprio l’idea.

Per questo sarebbe bello se, ad esempio nel Veneto escluso, le risorse fossero messe a servizio di un progetto veramente trasformativo, inclusivo e partecipato. Un progetto che lavorasse come ho detto sugli orizzonti tecnologici delle PMI, e sull’alleanza tra queste e le pubbliche amministrazioni locali (anch’esse destinatarie del lavoro degli EDIH, ma sparite dai radar) unendo quelle che sono oggi due debolezze nella debolezza dei territori non metropolitani. Insieme, si potrebbero costruire percorsi veri e sostenibili di transizione digitale ed ecologica che entrino nella carne viva delle comunità, e che farebbero la differenza. A cominciare dal tema sempre più bruciante delle competenze per la transizione digitale, senza le quali non si va da nessuna parte.

A proposito di ecologia, sarebbe ora che le politiche di innovazione adottassero anch’esse principi di economia circolare e riuso delle risorse, innanzitutto smettendo di inaugurare nuovi centri che dovrebbero fare quello che i precedenti nuovi centri non hanno fatto, nonostante fossero stati istituiti per risolvere le deficienze dei predecessori (e così via, per generazioni). Un altissimo dirigente pubblico anni fa disse che i competence center avrebbero sostituito qualche centinaio di centri per il trasferimento tecnologico diffusi in tutto il paese, centri che sono ancora lì, raggiunti da più recenti stratificazioni, di cui gli EDIH sono solo l’ultimo esempio.

Per il futuro impariamo la lezione, meno targhette, più politiche.

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Paolo Manfredi

Consulente per la Trasformazione Digitale di Confartigianato Imprese

2 thoughts on “Meno targhette, più politiche: la lezione del disastro dei Poli europei di Innovazione Digitale

  • La call Europea non era rivolta alle Aziende, bensì a Poli di innovazione tendenzialmente universitari. La mancanza di copertura di certe regioni va pertanto cercato nella mancanza di competitività (o di interesse) di queste seconde realtà.

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    • Mi perdoni ma non è così. Era rivolta a partnership pubbliche e private e certamente l’interesse non è mancato, dato il numero delle candidature. Il tema, al di là del progetto, è come queste candidature sono state definite e preselezionate, oltre a come sono state giudicate dalla Commissione

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