Il Made in Italy è quarto al mondo per export esclusi veicoli ed energia, terzo per surplus commerciale dopo Cina e Germania, e unico Paese del G7 tornato in avanzo primario già dal 2024. Questi i numeri che il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso e il professor Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison e coordinatore del lavoro, hanno presentato a Palazzo Piacentini illustrando il report “Le nuove sfide del Made in Italy”, elaborato dal Mimit in vista della Giornata Nazionale del Made in Italy del 15 aprile prossimo.
Lo scenario di riferimento è tutt’altro che favorevole: la guerra in Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, lo scoppio del conflitto tra USA, Israele e Iran con le ricadute sul Golfo Persico e sul prezzo dell’energia, e le politiche tariffarie americane hanno messo sotto pressione le economie di tutto il mondo. Eppure il sistema produttivo italiano ha tenuto, e su alcuni fronti ha addirittura migliorato la propria posizione relativa.
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L’export italiano cresce più di tutti nel G7
Nel 2025 le esportazioni italiane in euro sono aumentate del 3,2% rispetto all’anno precedente – la migliore performance tra i quattro principali Paesi dell’Euroarea – mentre espresse in dollari la crescita è stata del 7,1%, la più alta tra tutti i Paesi del G7, Cina inclusa.
“Il lavoro che abbiamo realizzato evidenzia come, nonostante le difficoltà del 2025 con i dazi americani, l’export italiano abbia tenuto e, anzi, sia quello cresciuto di più in dollari tra i paesi del G7, anche rispetto alla Cina”, ha dichiarato il professor Fortis. “L’Italia ha confermato da una parte i suoi punti di forza, che sono la diversificazione dei prodotti esportati e la diversificazione dei mercati, due elementi che ci permettono di ridurre i rischi sull’instabilità geopolitica, e dall’altra ha espresso una forte crescita di nuovi settori come la cantieristica, la farmaceutica, l’aerospazio, la cosmetica, che hanno affiancato la meccanica e i prodotti della moda, dell’agroalimentare e dell’arredocasa come punti di forza del nostro export”.
I dati sull’export verso gli Stati Uniti meritano un’attenzione particolare. Nonostante l’introduzione dei dazi, le vendite italiane verso il principale mercato extra-UE sono aumentate del 7,2% nel 2025. A trainare la crescita sono stati i settori farmaceutici (+28,5%), i metalli e prodotti in metallo (+9,8%) e i mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli. La diversificazione dei mercati emerge anche dai dati geografici: gli aumenti più consistenti dell’export italiano nel 2025 si sono registrati verso la Svizzera (+16,3%), la Spagna (+10,6%) e l’India (+9,4%).
Il surplus commerciale complessivo si è attestato a 122 miliardi di dollari, terzo al mondo. Ancora più significativo è il dato relativo agli “altri prodotti” (cioè tutto il commercio mondiale esclusi energia e veicoli): in questa categoria l’Italia occupa stabilmente il terzo posto globale per surplus, dietro Cina e Germania, con una posizione che si mantiene da oltre vent’anni.
“La sua forza risiede nella diversificazione delle produzioni di eccellenza e dei mercati, che ha consentito all’Italia, anche nel difficile contesto del 2025, di affiancare il Giappone tra i principali esportatori mondiali e di registrare una crescita degli investimenti esteri di quasi il 20%”, ha sottolineato il ministro Urso, evidenziando però anche i nodi ancora aperti: “Oggi dobbiamo affrontare nuove criticità legate al quadro geopolitico, a partire dalle tensioni nel Golfo Persico, con la consapevolezza dei punti di forza ma anche dei nodi strutturali ancora aperti, tra cui il costo dell’energia, che continua a penalizzare le imprese”.
Il “nuovo” Made in Italy supera il Made in Italy tradizionale
Il dato forse più rilevante del report riguarda il cambiamento strutturale dell’export italiano negli ultimi vent’anni. Chi continua a pensare al Made in Italy come sinonimo di moda, arredocasa e agroalimentare – il modello delle “cinque A” (Agroalimentare, Abbigliamento, Arredocasa, Automazione, Auto) – si trova di fronte a numeri che raccontano un’altra storia.
Fortis e il suo gruppo di lavoro hanno analizzato l’evoluzione del surplus commerciale italiano su tre macro-comparti: il Made in Italy tradizionale (MIT – tessile, abbigliamento, pelletteria, calzature, mobili, ceramiche), la Meccanica (MEC – macchine e apparecchi non elettrici) e il “nuovo” Made in Italy (NMI – farmaceutica, cosmetica, occhiali, alimentari e bevande, cantieristica).
Nel 2004 i quindici principali prodotti del comparto tradizionale erano in testa con 26,8 miliardi di dollari di surplus, contro i 14,1 miliardi del NMI. Nel 2024 la situazione si è rovesciata: il NMI ha raggiunto 62 miliardi di surplus – il 42,8% del totale dei quarantacinque prodotti analizzati – contro i 44,9 miliardi della Meccanica e i 38 miliardi del MIT. In vent’anni il peso relativo del nuovo Made in Italy è più che raddoppiato, passando dal 17,8% al 42,8% del totale.
A guidare questa crescita sono stati soprattutto i farmaci confezionati (+13,9 miliardi di dollari tra 2014 e 2024), gli yacht e imbarcazioni da diporto (+10,6 miliardi) e gli occhiali. L’Italia è oggi il primo esportatore mondiale di pasta, yacht e prodotti della lavorazione del pomodoro, il secondo per vini e spumanti, occhiali e formaggi.
Accanto a queste filiere, il report identifica cinque nuovi pilastri che si sono affiancati alle “cinque A” classiche: l’Economia della Salute (dispositivi medici e farmaceutica), la Blue Economy e Cantieristica, la Space Economy e le Industrie della Difesa, l’Accoglienza e il Turismo, e le Industrie Culturali e Creative. La filiera aerospaziale e della difesa opera in un ambito caratterizzato da crescenti opportunità di investimento: dati i livelli di spesa previsti in Europa nel settore della difesa, si tratta di un’area destinata ad acquisire peso crescente.

La “carta d’identità” quantitativa e la sfida energetica
Il report sintetizza la posizione internazionale del Made in Italy in cinque numeri chiave. Sono circa diecimila le medie e grandi imprese manifatturiere italiane esportatrici che coprono oltre l’85% dell’export. Sono circa mille i prodotti italiani nei primi tre posti al mondo per surplus con l’estero, e mille i marchi iscritti al Registro Speciale dei Marchi Storici. Sono 112 i prodotti con surplus commerciali superiori ai 500 milioni di dollari. La concentrazione dell’export nelle prime dieci imprese è inferiore in Italia rispetto a tutti gli altri Paesi del G7. E l’Italia è il Paese numero uno nel G20 per diversificazione dei prodotti esportati, secondo l’indice UNCTAD.
Sul fronte degli investimenti esteri diretti, l’Italia ha attratto circa 92,1 miliardi di dollari tra il quarto trimestre 2022 e il terzo trimestre 2025, con una crescita del 20% negli ultimi tre anni. Nel 2025 il Global Attractiveness Index di Ambrosetti ha visto l’Italia avanzare dal 19° al 16° posto mondiale.
I dati macroeconomici completano il quadro. Il PIL è cresciuto dello 0,54% nel 2025, con la domanda interna a sostenere la crescita nonostante il contributo negativo della domanda estera netta. Il tasso di disoccupazione è sceso dal 6,4% al 5,6% tra dicembre 2024 e dicembre 2025, unico caso tra i Paesi del G7 dove invece la disoccupazione è aumentata ovunque. Secondo l’Ocse, l’Italia è l’unico Paese del G7 in cui il reddito lordo reale delle famiglie ha registrato una crescita positiva nell’ultimo periodo analizzato.
Restano però nodi strutturali aperti, a partire dall’energia. Il conflitto con l’Iran ha riacceso i prezzi energetici, con il rischio concreto di stagflazione. Il report dedica spazio alla questione nucleare: la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha riconosciuto l’errore dell’abbandono del nucleare e indicato negli SMR (Small Modular Reactor) una componente del futuro mix energetico europeo. L’Italia – che a metà anni Sessanta era il terzo Paese al mondo per produzione di energia nucleare, prima di uscirne con il referendum del 1987 – è letteralmente circondata da impianti nucleari a Est, Nord e Ovest. La decisione sull’eventuale rientro nell’atomo rimane irrinviabile.
Il report si inserisce nel percorso del Libro Bianco “Made in Italy 2030”, la prima strategia industriale organica adottata dall’Italia in oltre trent’anni, che articola cinque visioni strategiche fino al 2030 centrate su competitività, innovazione e valorizzazione delle filiere nazionali.
Il Report completo
Qui potete scaricare il PDF del Report “Le nuove sfide del Made in Italy” oppure potete leggerlo qui sotto
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