Robot e lavoro

I robot rubano il lavoro? Uno studio sull’Italia racconta una realtà un po’ più complessa


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Lo studio, basato su dati italiani, analizza l’impatto dell’introduzione di robot sull’occupazione. L’effetto è distruttivo o costruttivo a seconda delle attività e sostituzione e nuovo lavoro possono avvenire anche insieme. Formazione, retraining e upskilling necessari a facilitare le transizioni verso le mansioni la cui domanda cresce

Pubblicato il 28 set 2026



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Il dibattito sull’impatto dell’automazione sull’occupazione viene spesso ridotto a una domanda apparentemente semplice: i robot distruggono o creano posti di lavoro?

Uno studio specificamente dedicato ai lavoratori italiani (cosa rara perché solitamente le basi di queste indagini sono i lavoratori statunitensi) suggerisce che, almeno nel caso dei robot industriali, formulare così la questione rischia di far perdere una parte importante del fenomeno. Perché gli effetti possono essere molto diversi non soltanto tra un settore e l’altro, ma anche tra lavoratori appartenenti allo stesso settore e impegnati in attività differenti.

È questa l’impostazione scelta da Mauro Caselli, Andrea Fracasso, Sergio Scicchitano, Silvio Traverso ed Enrico Tundis nello studio What workers and robots do: An activity-based analysis of the impact of robotization on changes in local employment, pubblicato su Research Policy. La ricerca analizza l’impatto della crescente esposizione ai robot sull’occupazione italiana nel periodo 2011-2018.

La conclusione centrale è piuttosto articolata: la maggiore diffusione dei robot non risulta associata a una variazione statisticamente significativa dell’occupazione o della disoccupazione complessiva nei mercati locali analizzati, ma sotto questa apparente stabilità si producono cambiamenti rilevanti nella composizione del lavoro. Alcune categorie professionali crescono, altre arretrano.

Non conta soltanto dove lavora una persona, ma che cosa fa

L’elemento originale dello studio è innanzitutto metodologico.

Gran parte della letteratura economica sulla robotizzazione misura infatti l’esposizione ai robot partendo dal settore industriale. Se un territorio ha molti occupati in comparti nei quali vengono installati molti robot, viene considerato maggiormente esposto all’automazione.

Gli autori adottano invece un approccio basato sulle attività effettivamente svolte dai lavoratori. La logica di fondo è che due persone impiegate nella stessa industria possono avere rapporti completamente differenti con un robot. Un saldatore può svolgere attività direttamente sovrapponibili a quelle di un robot di saldatura, mentre un addetto amministrativo della stessa impresa può essere quasi completamente estraneo a quella tecnologia.

I ricercatori hanno quindi messo in relazione le applicazioni dei robot industriali con le attività associate alle diverse professioni, arrivando a identificare 123 occupazioni esposte a 13 differenti applicazioni robotiche. Tra gli esempi più immediati c’è proprio l’abbinamento tra saldatori e robot per la saldatura.

L’analisi utilizza, tra le altre fonti, la Rilevazione continua sulle forze di lavoro dell’Istat, l’Indagine campionaria sulle professioni dell’Inapp, i censimenti Istat e i dati dell’International Federation of Robotics. Il campione considera centinaia di mercati locali del lavoro italiani e confronta la situazione del 2011 con quella del 2018.

Dove arrivano più robot aumentano anche i lavoratori che se ne occupano

Uno dei risultati più chiari riguarda i cosiddetti robot operator, categoria nella quale gli autori comprendono le professioni impegnate nella progettazione, installazione, manutenzione e gestione dei sistemi di automazione collegati alla robotica.

Nei mercati del lavoro in cui l’adozione dei robot è cresciuta maggiormente, è aumentato anche il peso di queste figure.

Secondo le stime riportate nello studio, a un incremento dell’esposizione alla robotizzazione superiore di un punto percentuale è associato, nel periodo considerato, un aumento di 0,321 punti percentuali della quota locale di robot operator sulla popolazione in età lavorativa.

È un risultato importante, ma va interpretato correttamente. Non significa che ogni nuovo robot generi automaticamente nuovi posti di lavoro, né consente di calcolare direttamente un saldo nazionale di occupati. Gli stessi autori sottolineano che il metodo misura differenze tra mercati locali e non permette, senza ulteriori assunzioni, di trasformare il coefficiente stimato nel numero complessivo di nuovi lavoratori creati dalla robotizzazione.

Indica però che l’introduzione dei robot si accompagna alla crescita di attività necessarie per programmare, installare, controllare, mantenere e utilizzare le nuove tecnologie.

A diminuire sono soprattutto alcune attività fisicamente gravose

L’effetto opposto emerge per le occupazioni nelle quali è particolarmente importante l’uso continuativo del busto e della muscolatura addominale e lombare.

In questo caso, a un aumento di un punto percentuale dell’esposizione locale ai robot è associata una diminuzione di 0,834 punti percentuali della quota di lavoratori impiegati nelle professioni definite dagli studiosi torso-intensive. Tra gli esempi rientrano alcune attività di movimentazione dei carichi e mansioni industriali non qualificate.

È quindi proprio in alcune attività fisicamente più impegnative che lo studio individua il segnale più chiaro di sostituzione del lavoro umano.

Il risultato non si estende però automaticamente a tutte le occupazioni manuali. Per le attività caratterizzate genericamente da movimento fisico, manipolazione di oggetti o uso intensivo delle mani, le stime non evidenziano infatti effetti statisticamente significativi.

Una possibile spiegazione proposta dagli autori è che, in questi casi, sostituzione e complementarità possano avvenire contemporaneamente. Il robot può assumere una parte delle operazioni, mentre rimangono agli esseri umani attività come supervisione, gestione delle anomalie e adattamento del processo.

Crescono anche le professioni che lavorano in ambienti più automatizzati

Il quadro cambia ancora osservando le occupazioni caratterizzate da un uso intenso di automazione e macchinari.

Per queste categorie i coefficienti stimati sono positivi: +0,878 punti percentuali per le occupazioni ad alta intensità di automazione e +0,957 punti per quelle ad alta intensità di macchinari, a fronte di un punto percentuale aggiuntivo di esposizione ai robot. I risultati sono statisticamente significativi.

In altre parole, la presenza di più robot non coincide necessariamente con la scomparsa degli operatori negli ambienti produttivi più automatizzati. Può accompagnarsi anche a una crescita delle funzioni specializzate necessarie a far funzionare sistemi produttivi nei quali macchine e persone operano insieme.

Lo stesso tipo di eterogeneità emerge quando le professioni vengono classificate attraverso la tradizionale distinzione tra attività routinarie, cognitive e manuali. Lo studio non trova un effetto statisticamente significativo sulla categoria complessiva dei lavori routinari, mentre registra una crescita delle occupazioni routine cognitive e non-routine cognitive nelle aree maggiormente esposte ai robot.

Il saldo complessivo non racconta tutta la storia

È qui che emerge forse l’indicazione più interessante dello studio per il dibattito tra tecnologia e occupazione.

Guardando ai tassi complessivi di occupazione e disoccupazione, la robotizzazione non produce nel periodo analizzato un effetto significativo. Ma il dato aggregato può essere il risultato di movimenti di segno contrario che si compensano.

Alcuni lavoratori possono perdere spazio perché una parte delle loro attività viene svolta dalle macchine; contemporaneamente aumentano le professioni necessarie a installare, gestire e integrare quelle stesse macchine nel processo produttivo.

Questo significa che un saldo occupazionale vicino allo zero non equivale necessariamente all’assenza di conseguenze sul mercato del lavoro. Può nascondere un processo di ricomposizione delle professioni, delle competenze richieste e delle opportunità disponibili per gruppi differenti di lavoratori.

È proprio questa una delle implicazioni evidenziate dagli autori: anche in assenza di una riduzione complessiva dell’occupazione, l’automazione può produrre rilevanti effetti redistributivi tra professioni.

Un’indicazione per formazione e riqualificazione

Da questo punto di vista lo studio porta anche al tema delle competenze.

Se alcune attività perdono peso mentre altre aumentano, la capacità di trasferire lavoratori dalle prime alle seconde diventa determinante. Gli autori indicano quindi formazione, retraining e upskilling come strumenti utili a facilitare le transizioni verso le mansioni la cui domanda cresce con la diffusione delle nuove tecnologie.

Questo passaggio, tuttavia, appartiene al piano delle implicazioni di policy dello studio e non modifica il dato empirico fondamentale: la ricerca non identifica semplicemente “vincitori” e “perdenti” della robotizzazione, ma mostra soprattutto la grande eterogeneità degli effetti.

Anche perché una professione non è una singola attività. L’introduzione di un robot può automatizzarne alcune lasciandone altre al lavoratore, oppure modificare la divisione dei compiti all’interno della stessa occupazione.

E con robot più evoluti e Intelligenza Artificiale?

C’è infine un limite temporale da tenere ben presente. Lo studio osserva il periodo 2011-2018. I risultati descrivono quindi una fase della robotizzazione industriale precedente sia alla recente accelerazione dell’Intelligenza Artificiale sia all’arrivo di sistemi robotici più flessibili e capaci.

Gli stessi ricercatori invitano alla cautela nel proiettare questi risultati sul futuro. Robot dotati di maggiore destrezza e flessibilità, soprattutto se integrati con sistemi di AI capaci di svolgere attività di monitoraggio e precisione, potrebbero ampliare l’insieme delle mansioni potenzialmente automatizzabili. Al tempo stesso l’esito non dipenderà dalla sola evoluzione tecnologica, ma anche dall’organizzazione del lavoro e da fattori economici e sociali.

Ed è forse proprio qui la lezione più utile della ricerca. Per capire cosa l’automazione farà al lavoro non basta contare quanti robot entrano nelle fabbriche, né classificare genericamente un mestiere come “automatizzabile”. Bisogna capire quali attività le macchine sono realmente in grado di svolgere, quali rimangono alle persone e quali nuove attività vengono create attorno alla tecnologia.

È su questo livello più granulare che, secondo lo studio, diventano visibili trasformazioni che il semplice dato sull’occupazione complessiva rischia invece di nascondere.

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