Il senso comune porterebbe a pensare che, quando un’impresa investe in nuovi macchinari ad elevato contenuto tecnologico, assuma nuovo personale con le giuste competenze per utilizzarli al meglio. Invece i dati raccontano una storia diversa. Gli investimenti in nuovi macchinari fanno aumentare sensibilmente la domanda di competenze qualificate, ma gran parte di questa domanda viene soddisfatta all’esterno dell’impresa, attraverso integratori, fornitori specializzati, software house e altre società di servizi.
È la conclusione di Capital-Skill Complementarity Beyond Firm Boundaries, un working paper pubblicato nella NBER Working Paper Series da Gert Bijnens (National Bank of Belgium), Anders Humlum (University of Chicago Booth School of Business) e Stijn Vanormelingen (KU Leuven). Il lavoro utilizza dati del sistema industriale del Belgio (dunque una nazione europea, con dinamiche del lavoro più simili alle nostre rispetto a quelle americane usualmente utilizzate per questo tipo di studi) che permettono di collegare gli investimenti delle imprese, le transazioni tra aziende e le competenze dei lavoratori.
Il risultato offre soprattutto una chiave diversa per leggere il rapporto tra investimenti tecnologici e competenze: per capire davvero gli effetti dell’adozione di nuove tecnologie non basta osservare come cambia l’organico dell’azienda che le acquista. Bisogna guardare all’intero ecosistema di fornitori che rende possibile quella trasformazione.
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Le competenze che non si vedono in azienda
Il punto di partenza degli autori è un apparente paradosso. Da decenni la teoria economica sostiene che le tecnologie più avanzate siano complementari al lavoro qualificato: installare e utilizzare nuovi sistemi produttivi dovrebbe quindi aumentare soprattutto la domanda di lavoratori con competenze elevate.
Eppure diverse analisi condotte a livello di singola impresa hanno mostrato che le aziende che investono in nuovi macchinari non modificano in maniera significativa la composizione delle proprie competenze interne.
Secondo gli autori, il problema è nel perimetro dell’osservazione. Le aziende hanno effettivamente bisogno di maggiori competenze per realizzare l’investimento, ma spesso non le assumono direttamente: le acquistano dai propri fornitori.
Il caso della robotica industriale rende bene l’idea. Il paper ricorda una stima dell’International Federation of Robotics secondo cui installazione e integrazione possono rappresentare circa due terzi del costo complessivo di una cella robotizzata. Sono attività altamente specialistiche che molti produttori non hanno convenienza a svolgere con personale proprio e che vengono quindi affidate agli integratori.
Dopo l’investimento la domanda di lavoratori STEM cresce del 50%
Lo studio analizza 3.863 imprese che hanno registrato un forte aumento degli investimenti in macchinari, confrontandone l’andamento con quello di aziende simili dello stesso settore che non avevano ancora realizzato un investimento analogo. L’analisi segue le imprese nei quattro anni precedenti e successivi all’investimento.
Il risultato è che nell’anno in cui avviene il forte investimento, la domanda complessiva di lavoratori high-STEM aumenta del 50%, contro una crescita compresa tra l’11% e il 20% per le altre categorie di competenze. L’effetto inoltre non scompare una volta installato il nuovo macchinario: quattro anni dopo, la domanda di high-STEM resta superiore del 33% rispetto alla situazione di partenza.
Dentro l’impresa, però, accade molto meno. L’occupazione interna cresce soltanto del 3-5% nell’anno dell’investimento e senza differenze significative tra i diversi livelli di competenza. Quasi tutto lo sbilanciamento verso le professionalità STEM avviene quindi presso i fornitori esterni.
Un dato aiuta a capire la differenza: nelle imprese che forniscono macchinari e servizi collegati la quota di personale high-STEM è pari al 13,9%, quasi tre volte il 5% rilevato nelle aziende che effettuano l’investimento.
Prima gli integratori, poi software e servizi
Il paper individua inoltre due momenti distinti nella domanda di competenze.
Il primo coincide con l’investimento vero e proprio. Entrano allora in gioco produttori di macchine, installatori e soprattutto integratori, che devono progettare la soluzione, installarla, programmarla e collegarla agli altri sistemi dell’impresa. Nell’anno dell’investimento, il solo contributo di questi fornitori fa aumentare di circa il 15% la domanda complessiva di high-STEM.
Successivamente il peso degli integratori diminuisce, anche se non scompare per effetto delle attività di manutenzione, assistenza e riprogrammazione.
A quel punto diventa invece più importante un secondo gruppo di competenze: quelle necessarie per far funzionare nel tempo un sistema produttivo diventato più tecnologico e capital intensive.
Quattro anni dopo l’investimento gli altri settori fornitori continuano a generare un aumento del 16% della domanda high-STEM. L’effetto è particolarmente evidente nella programmazione e nel software, ma riguarda anche servizi commerciali, consulenza manageriale e servizi legali.
In altre parole, l’acquisto del macchinario non genera soltanto un fabbisogno temporaneo di competenze per installarlo. Cambia anche la composizione dei servizi di cui l’impresa avrà bisogno successivamente.
Perché conviene comprare le competenze invece di assumerle
Per gli autori non si tratta principalmente di una strategia finalizzata a pagare meno il lavoro. Anzi, i fornitori di macchinari analizzati nello studio pagano, a parità di composizione delle competenze, salari mediamente superiori a quelli delle aziende clienti.
La spiegazione è soprattutto organizzativa.
Competenze come quelle di un integratore robotico, di un tecnico specializzato o di un software engineer comportano costi fissi: occorre assumere il personale, mantenerne aggiornate le competenze e garantire una quantità di lavoro sufficiente a giustificarne la presenza permanente in azienda.
Ma gli investimenti in macchinari sono per loro natura discontinui. L’azienda può avere un elevato bisogno di specialisti durante l’installazione e molto meno lavoro da affidare loro nei mesi successivi.
Il fornitore specializzato risolve il problema distribuendo queste professionalità tra numerosi clienti.
Lo studio quantifica bene questa dinamica. Nell’impresa mediana analizzata, il fabbisogno di lavoro high-STEM generato dal singolo investimento equivale ad appena 0,05 lavoratori full time; persino al 90° percentile arriva a 0,77 FTE. Valori insufficienti, secondo gli autori, per giustificare una figura dedicata internamente. I fornitori riescono invece ad assorbire la discontinuità della domanda lavorando contemporaneamente per aziende diverse.
L’effetto è ancora più evidente nelle imprese più piccole
È proprio per questo motivo che il fenomeno è particolarmente rilevante nelle aziende di dimensioni inferiori.
Nell’anno del grande investimento, l’apporto dei fornitori esterni determina nelle imprese più piccole un aumento del 59% della domanda di high-STEM, contro il 37% rilevato nelle aziende più grandi. Quattro anni dopo la differenza resta significativa: +35% contro +19%.
Le grandi aziende hanno infatti maggiori probabilità di possedere già internamente ingegneri e tecnici specializzati e possono distribuire il costo di queste professionalità su una base produttiva più ampia.
Il dato ha una implicazione interessante anche al di là del campione belga analizzato nello studio. Per un’impresa che non ha dimensioni sufficienti per internalizzare tutte le competenze necessarie alla trasformazione tecnologica, la qualità dell’ecosistema di fornitori diventa parte della sua stessa capacità di innovare.
Integratori, system integrator, software house e fornitori tecnologici non sono quindi soltanto soggetti ai quali affidare alcune attività operative: diventano una sorta di infrastruttura di competenze attraverso cui anche aziende che non potrebbero sostenere internamente determinate professionalità riescono ad accedere alle nuove tecnologie.
Un punto da considerare anche quando si misura l’impatto delle tecnologie sul lavoro
Il lavoro suggerisce infine una cautela nel valutare gli effetti della tecnologia sull’occupazione. Se ci si limita a osservare organico e buste paga delle aziende che investono, una parte rilevante della trasformazione rischia semplicemente di non essere vista.
Nel modello costruito dagli autori l’aumento dei macchinari per lavoratore osservato tra il 2003 e il 2021 produce un aumento relativo della domanda di high-STEM di 8,8 log point e un incremento del relativo premio salariale di 3,1 log point. Limitandosi all’occupazione interna delle imprese investitrici, il risultato apparirebbe addirittura di segno opposto.
Questo non significa, naturalmente, che lo studio dimostri che l’automazione crei sempre occupazione o che consenta di misurare il saldo complessivo tra posti creati e sostituiti. Il paper analizza gli effetti degli investimenti in macchinari sulla domanda di competenze complementari e non tutti gli effetti che l’automazione può produrre sul mercato del lavoro.
Va inoltre ricordato che si tratta di un working paper NBER non ancora sottoposto al processo di peer review e che l’analisi empirica si basa sul sistema produttivo belga.
Il messaggio che emerge è però rilevante: il capitale tecnologico e le competenze continuano a essere complementari, ma questa complementarità non deve necessariamente manifestarsi all’interno della stessa organizzazione.
E il tema potrebbe diventare ancora più importante con l’intelligenza artificiale. Nelle conclusioni gli stessi ricercatori osservano che anche nel caso dell’AI le competenze complementari alla tecnologia, per esempio quelle dei consulenti specializzati, possono trovarsi fuori dall’impresa. Lo stesso, peraltro, potrebbe accadere per alcune categorie di lavoro esposte alla sostituzione, come i freelance. Un ulteriore motivo per cui, per comprendere davvero come le tecnologie stanno cambiando il lavoro, guardare soltanto dentro i confini dell’impresa rischia di non essere più sufficiente.












