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La fabbrica che si adatta e decide si può fare, ma la tecnologia non basta: servono nuove capacità


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Il futuro della manifattura non dipende soltanto dall’introduzione delle nuove tecnologie, ma dalla capacità delle imprese di ripensare processi, organizzazione e competenze. Marco Taisch analizza i fattori chiave del cambiamento in corso e avverte: chi non accelera rischia di essere tagliato fuori dal mercato.

Pubblicato il 23 ott 2026



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Marco Taisch





Una fabbrica che non si limita a eseguire istruzioni, ma è capace di interpretare le informazioni, prendere decisioni, adattarsi ai cambiamenti e agire di conseguenza. È questa la prospettiva che si sta aprendo grazie all’intelligenza artificiale, alla robotica, ai Digital Twin e alle altre tecnologie abilitanti. Ma la disponibilità di tecnologie sempre più avanzate non significa automaticamente che le imprese siano pronte a utilizzarle.

È uno dei messaggi più importanti emersi dal World Manufacturing Forum 2026, svoltosi il 22 e 23 ottobre a Milano, dove il confronto tra esperti, imprese e istituzioni ha messo in luce le grandi trasformazioni che attendono la manifattura.

Dalle cinque tendenze tecnologiche analizzate da Gartner alle prospettive dell’AI industriale illustrate da Palantir, dalla strategia della Commissione europea per portare AI e robotica dalla ricerca alle fabbriche alla presentazione del nuovo World Manufacturing Report 2026, gli interventi hanno restituito diverse sfaccettature dello stesso scenario. E hanno fatto emergere una domanda comune: che cosa serve davvero alle imprese per trasformare l’accelerazione tecnologica in competitività?

Una risposta particolarmente efficace arriva da Marco Taisch, professore di Sustainable Manufacturing al Politecnico di Milano e Scientific Chairman della World Manufacturing Foundation, che abbiamo intervistato a margine dell’evento.

Prima le capacità, poi le tecnologie: dove si gioca il vantaggio competitivo

“Oggi la tecnologia è diventata una commodity. Il vero vantaggio competitivo sta nella sua adozione, nel ridisegno dei processi organizzativi e nella capacità di creare una cultura aziendale in grado di adottarla in modo veloce, efficace e produttivo”, ci ha spiegato Taisch.

Il punto è che non è più sufficiente possedere una tecnologia: bisogna essere capaci di integrarla rapidamente nei processi e trasformarla in valore.

È proprio questa l’impostazione del World Manufacturing Report 2026, che propone una bussola per interpretare le trasformazioni dello scenario industriale e cinque radar per valutare le tecnologie emergenti secondo la loro maturità, il potenziale impatto strategico, il livello di adozione e i tempi previsti per una diffusione su larga scala.

Ma tra la lettura dei cambiamenti e la scelta delle tecnologie esiste un passaggio decisivo: comprendere quali capacità industriali occorre sviluppare.

Ad esempio, per gestire l’instabilità delle catene di fornitura un’impresa deve potenziare la capacità di riorganizzare rapidamente produzione e approvvigionamenti. I gemelli digitali, l’analisi dei dati e l’automazione flessibile possono aiutare a raggiungere questo scopo, ma solo se integrati in processi organizzativi adeguati.

David Romero, Scientific Vice-Chairman della World Manufacturing Foundation e professore di Advanced Manufacturing al Tecnológico de Monterrey, ha insistito proprio su questo aspetto presentando il rapporto: la maturità di una tecnologia non basta, occorre considerare anche la preparazione dei processi produttivi, dell’organizzazione e delle persone che dovranno utilizzarla.

E i risultati devono essere misurati non sulla base di quante tecnologie siano state introdotte, ma valutando il valore generato per lavoratori, imprese, filiere e società.

È una conclusione che trova riscontro anche nel recente rapporto del World Economic Forum sulla convergenza tecnologica e le nuove logiche del vantaggio competitivo: a fare la differenza non sono necessariamente le organizzazioni che dispongono delle tecnologie più avanzate, ma quelle che riescono a integrarle nei processi esistenti e a trasformarle in risultati ripetibili e scalabili.

La capacità di adottare e governare l’innovazione sta diventando, insomma, un fattore competitivo importante quanto l’innovazione stessa.

Nel suo intervento al World Manufacturing Forum Taisch ha individuato cinque segnali che aiutano a comprendere la portata di questa trasformazione.

L’intelligenza artificiale esce dagli schermi ed entra nel mondo reale

“Il primo segnale è che l’intelligenza artificiale sta uscendo dallo schermo”, ha spiegato Taisch.

È il passaggio dall’AI che elabora dati, genera contenuti e fornisce risposte a sistemi capaci di pianificare attività, eseguire operazioni e interagire con l’ambiente.

Due tecnologie rappresentano questa evoluzione. La prima è l’Agentic AI, con agenti software che possono utilizzare strumenti digitali e svolgere sequenze di attività con livelli crescenti di autonomia. La seconda è la Physical AI, che porta le capacità di percezione, apprendimento e decisione nelle macchine e nei robot.

In fabbrica significa poter immaginare sistemi che non si limitano a segnalare un’anomalia, ma contribuiscono a individuare una soluzione e, nei limiti delle autorizzazioni ricevute, ad attuarla. Oppure robot capaci di adattare i propri movimenti ad ambienti e compiti meno strutturati.

È una trasformazione profonda, ma non tutte queste applicazioni hanno lo stesso grado di maturità. Alcune sono già utilizzabili, altre sono ancora oggetto di sperimentazione.

La sfida passa quindi dall’automazione delle singole operazioni alla capacità di governare sistemi sempre più autonomi, definendo responsabilità, limiti decisionali, sicurezza e supervisione umana.

I dati diventano il quarto fattore produttivo

Il secondo segnale riguarda i dati e il loro ruolo all’interno delle imprese.

“Un tempo i dati erano un input delle nostre attività; oggi sono sempre più un’infrastruttura”, ha osservato Taisch. E ha aggiunto: “I dati dovrebbero diventare il quarto fattore produttivo, accanto alle materie prime, agli investimenti e alla tecnologia”.

È un concetto sul quale il professore insiste da tempo e che aveva già approfondito in un intervento sul ruolo dei dati nello smart manufacturing.

In questa affermazione c’è il superamento di una parte importante della logica di Industria 4.0.

“Fino a qualche tempo fa le imprese mi chiedevano di collegare le macchine. Oggi la domanda è diversa: ho molti dati, che cosa posso farne?”, ha raccontato Taisch.

La connessione degli impianti e la raccolta delle informazioni rimangono indispensabili, ma non costituiscono più, da sole, un vantaggio competitivo.

La nuova sfida è trasformare il patrimonio informativo in conoscenza utilizzabile per prendere decisioni (la parola inglese actionable rende bene il concetto), mettendo in relazione dati di produzione, qualità, manutenzione, logistica e gestione aziendale.

È qui che diventano determinanti la qualità dei dati, la loro interoperabilità e la capacità di condividere le informazioni tra sistemi e funzioni diverse.

L’intelligenza artificiale può accelerare enormemente questo processo, valorizzando anche il know-how industriale contenuto in documenti, procedure ed esperienze accumulate negli anni. Ma senza una solida organizzazione delle informazioni rischia di non poter esprimere il proprio potenziale.

La resilienza è una capacità da progettare

Il terzo segnale riguarda le catene di fornitura e, più in generale, la capacità dei sistemi produttivi di affrontare un contesto nel quale l’instabilità è diventata strutturale.

“La normalità è l’incertezza, e il manifatturiero deve imparare a gestirla”, ha sottolineato Taisch nel suo intervento.

Geopolitica, dazi, conflitti, crisi energetiche e dipendenze tecnologiche stanno mettendo in discussione configurazioni produttive progettate prevalentemente per massimizzare l’efficienza.

La risposta non può limitarsi alla gestione delle emergenze. La resilienza deve diventare una caratteristica strutturale dell’impresa, da sviluppare attraverso filiere più trasparenti, processi riconfigurabili, capacità di simulare scenari alternativi e organizzazioni in grado di reagire rapidamente.

Le tecnologie digitali offrono strumenti preziosi: l’analisi dei dati può migliorare la visibilità sulle forniture, i digital twin permettono di simulare le conseguenze di una perturbazione e l’automazione flessibile può facilitare la riconfigurazione della produzione.

Ma queste possibilità diventano concrete soltanto se l’impresa ha già sviluppato le capacità organizzative necessarie per utilizzarle.

La sostenibilità deve diventare una strategia industriale

Il quarto segnale riguarda la sostenibilità, che per Taisch non può essere ridotta a un problema di conformità normativa.

“La sostenibilità non è soltanto un adempimento normativo: può diventare una strategia aziendale”, ha sottolineato al Forum.

Resilienza, sostenibilità e centralità della persona non sono concetti nuovi. Sono le tre direttrici che da anni caratterizzano il paradigma di Industria 5.0. Dopo cinque anni rimangono sfide ancora largamente irrisolte, ma oggi disponiamo di tecnologie nuove per affrontarle.

L’AI e la robotica avanzata possono cambiare il modo in cui le imprese ottimizzano i consumi, riducono gli sprechi, recuperano materiali e progettano prodotti destinati a durare più a lungo.

Ma queste opportunità devono essere valutate considerando anche gli impatti delle tecnologie stesse, dal consumo energetico alle risorse necessarie per alimentare le infrastrutture digitali.

La sostenibilità diventa così una dimensione da integrare nelle scelte industriali, nei modelli di business e nella progettazione dei processi, non un risultato da verificare soltanto a posteriori.

Le persone restano al centro, ma servono nuove competenze

Il quinto segnale è probabilmente quello che tiene insieme tutti gli altri.

Le tecnologie stanno diventando più autonome, ma questo non riduce l’importanza delle persone. Anzi: rende sempre più strategiche le competenze necessarie per progettare, utilizzare, supervisionare e migliorare i nuovi sistemi produttivi.

“L’intelligenza artificiale lascia lo schermo e il computer diventa un nostro collaboratore, un compagno di squadra, quasi un collega con cui lavoriamo, a volte addirittura il nostro capo”, ha osservato Taisch.

È un’immagine che descrive un cambiamento nell’organizzazione del lavoro: le persone saranno progressivamente affiancate da sistemi capaci di assisterle nelle decisioni e di svolgere attività fisiche e cognitive.

Ma la collaborazione tra esseri umani e sistemi intelligenti non nasce automaticamente dall’introduzione della tecnologia. Richiede formazione, ridefinizione dei ruoli, nuovi processi e soprattutto una cultura aziendale capace di accompagnare il cambiamento.

Ed è proprio su quest’ultimo punto che Taisch individua il vero fattore competitivo.

Le aziende che sapranno creare le condizioni organizzative per assorbire rapidamente le innovazioni potranno ricavarne benefici molto maggiori rispetto a quelle che si limiteranno ad acquistare nuove soluzioni.

Chi arriva prima prende il mercato

Lo sviluppo di nuove capacità industriali richiede tempo, investimenti e un cambiamento culturale. Ma il ritmo dell’innovazione tecnologica non concede alle imprese la possibilità di rinviare indefinitamente questa trasformazione.

È un’esigenza che riguarda anche le politiche pubbliche. Taisch ha richiamato la necessità che i decisori politici creino un ambiente favorevole agli investimenti, semplificando regole e adempimenti che rischiano di rallentare la capacità delle imprese di innovare.

Ma è soprattutto alle aziende che il professore rivolge un avvertimento molto netto.

“Non c’è più tempo, la tecnologia è più veloce di noi. Le poche aziende che saranno più veloci prenderanno tutto il mercato e le altre saranno destinate a scomparire”, ci ha detto.

Un’affermazione volutamente forte, che richiama il rischio di un’accelerazione della distanza competitiva tra chi riesce a innovare e chi rimane indietro.

Perché la differenza non la farà soltanto chi avrà accesso prima alle nuove tecnologie, ma chi sarà capace di adottarle e trasformarle più rapidamente in nuove capacità industriali.

Ed è su questa capacità di trasformazione, più ancora che sulla tecnologia in sé, che si giocherà una parte decisiva del futuro della manifattura.

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