Nel 2025 un’impresa su cinque nell’area OCSE ha utilizzato tecnologie di intelligenza artificiale. Tra le aziende con almeno 250 addetti, però, la quota sale al 52%. La diffusione dell’AI accelera, ma il divario tra grandi imprese e realtà più piccole resta molto ampio e rischia di accompagnare la trasformazione digitale anche nei prossimi anni.
È uno dei risultati principali dell’OECD Digital Economy and Society Outlook 2026, pubblicato a novembre 2026 dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. Le percentuali riguardano le imprese con almeno dieci addetti, mentre la categoria delle grandi aziende comprende quelle con 250 addetti o più. Secondo le proiezioni dell’OCSE, nel 2030 l’adozione dell’AI tra le grandi imprese potrebbe essere ancora quasi l’80% superiore alla media delle aziende: il valore indica una differenza relativa, non una quota di utilizzo dell’80%.
Adozione dell’AI nelle imprese dell’area OCSE, 2025
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Perché le PMI faticano a tenere il passo
La distanza dipende da fattori che vanno ben oltre la disponibilità di strumenti di AI generativa. L’OCSE individua difficoltà di accesso ai finanziamenti, carenze di infrastrutture digitali e competenze specialistiche, a cui si aggiungono i costi di implementazione, le incertezze sulle norme per la protezione dei dati e i problemi di integrazione con i sistemi informativi esistenti.
Il confronto con il cloud è indicativo. Oltre la metà delle imprese OCSE utilizza già servizi di cloud computing e, secondo le proiezioni del rapporto, entro il 2030 le aziende più piccole dovrebbero ridurre la distanza dalle grandi su questa tecnologia. Per l’intelligenza artificiale, invece, il recupero sarà più lento. Soprattutto, l’uso combinato di AI, cloud e analisi dei big data resta concentrato nelle imprese maggiori e nei settori ad alta intensità di conoscenza: sono tecnologie che, quando collegate tra loro, permettono di utilizzare i dati aziendali in modo più sistematico.
“L’adozione dell’intelligenza artificiale tra le imprese continua ad ampliarsi. Ma per sfruttarne pienamente il potenziale in termini di produttività e competitività dobbiamo assicurarci che si diffonda nelle aziende di ogni dimensione”, ha dichiarato Mathias Cormann, segretario generale dell’OCSE. Tra le leve indicate dall’organizzazione ci sono un accesso più ampio ai servizi cloud, sostegni mirati per AI e big data, interoperabilità e standard aperti, che possono facilitare il collegamento tra piattaforme e applicazioni diverse.
Il confronto con l’Italia: un divario che conosciamo bene
Il quadro ricorda da vicino quello emerso dal Censimento permanente delle imprese 2025 dell’Istat, che abbiamo analizzato recentemente su Innovation Post. Nel 2025 l’AI è stata utilizzata dal 16,5% delle aziende italiane con almeno tre addetti. Restringendo il campo a quelle con almeno dieci addetti, la quota sale al 23,2%; tra le grandi imprese arriva al 50%.
I dati italiani e quelli OCSE provengono da rilevazioni diverse e non consentono, da soli, di costruire una classifica internazionale. Confermano però la stessa frattura dimensionale. Nel caso italiano emerge anche un secondo aspetto: le applicazioni più diffuse riguardano l’analisi dei documenti e la generazione di contenuti, mentre gli impieghi più strettamente collegati alla trasformazione dei processi industriali hanno ancora un peso contenuto. Adottare uno strumento di AI e integrarlo nei processi produttivi rimangono due traguardi differenti.
Il divario generazionale: Internet è arrivato, l’AI molto meno
Tornando all’analisi dell’OCSE, la crescita dell’intelligenza artificiale procede a velocità diverse anche tra le persone. Nell’area OCSE nel 2025 il 37% degli individui ha utilizzato strumenti di AI generativa. La percentuale raggiunge il 68% tra i giovani di 16-24 anni, ma si ferma al 14% tra gli adulti di 55-74 anni: i giovani risultano quindi quasi cinque volte più propensi a utilizzare queste tecnologie.
Uso di AI generativa tra gli individui nell’area OCSE, 2025
Il contrasto è particolarmente netto se si guarda all’accesso digitale di base. Tra i 55-74enni, la quota di persone che utilizza Internet è passata dal 58% nel 2015 all’87% nel 2025. Il divario nell’accesso alla rete si è quindi molto ridotto, mentre quello nell’impiego dell’intelligenza artificiale resta elevato. Tra gli adulti più anziani, il 43% dichiara di non averne bisogno, il 12% indica la mancanza di competenze e il 9% afferma di non conoscere la tecnologia. Per l’OCSE, le politiche di inclusione digitale devono ormai occuparsi anche degli usi e delle capacità, non soltanto della connettività.
Crescono gli investimenti nelle infrastrutture per l’AI
Mentre le imprese cercano di introdurre l’AI nei propri processi aumenta rapidamente il capitale destinato alle infrastrutture su cui la tecnologia si basa. Gli investimenti di venture capital in aziende di AI specializzate in infrastrutture IT e servizi di hosting sono passati da 54,5 miliardi di dollari nel 2024 a 123,9 miliardi nel 2025, più che raddoppiando. Secondo il rapporto questa componente ha rappresentato quasi la metà degli investimenti di venture capital nell’AI nel 2025.
La crescita riflette l’importanza strategica della capacità di calcolo necessaria ad addestrare ed eseguire i modelli di intelligenza artificiale. La disponibilità di infrastrutture, insieme a dati e competenze, diventa perciò un fattore competitivo. Per le imprese che non possono sostenere investimenti diretti in hardware specializzato, la possibilità di accedere a risorse di calcolo attraverso servizi esterni è una condizione importante per sviluppare e utilizzare soluzioni avanzate.
Le politiche digitali diventano più specifiche e la cybersecurity sale al secondo posto
La trasformazione investe anche l’azione dei governi. Analizzando 1.497 iniziative di politica digitale in 42 Paesi nel 2025, l’OCSE rileva il passaggio da strategie prevalentemente neutrali rispetto alle tecnologie a interventi più mirati. L’intelligenza artificiale è stata la tecnologia citata più spesso, mentre dal 2023 sono cresciuti i riferimenti a quantistica, semiconduttori e satelliti.
La digitalizzazione della pubblica amministrazione resta la prima priorità, ma la cybersecurity è salita al secondo posto nel 2025, il livello più alto nel decennio analizzato. È cambiata anche la responsabilità delle strategie nazionali: nei Paesi che ne possiedono una, il 60% ne ha affidato nel 2025 l’elaborazione principale a un ministero specificamente dedicato al digitale, contro il 24% del 2016.
L’OCSE stima infine che il settore ICT sia cresciuto del 5% nel 2025 nell’area dei Paesi membri. La creazione di valore e le forniture restano però concentrate in un numero limitato di hub internazionali. È un altro motivo per cui l’organizzazione insiste su infrastrutture accessibili, standard aperti e capacità diffuse: la crescita dell’economia digitale produce benefici più ampi quando anche le imprese meno strutturate riescono a utilizzare le tecnologie nei propri processi.











