Il comparto manifatturiero genera il 16% del Pil dell’Italia e sostiene oltre il 50% delle esportazioni, garantendo il surplus della bilancia dei pagamenti del Belpaese. Ma ci sono dei chiari segnali di cedimento del modello attuale che non possono essere ignorati: a eccezione di farmaceutica, energia e cantieristica navale, che mantengono trend positivi, il resto del tessuto produttivo fatica a tenere il passo con la competitività globale. È da questa fotografia che parte l’analisi di Marco Bentivogli, coordinatore di Base Italia e co-autore del piano AI:reMade Italy, che individua nel 2026 l’ultima finestra utile per trasformare l’eccellenza meccanica italiana in una “potenza cognitiva“, scongiurando il rischio della desertificazione industriale.
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Dalla meccanica all’intelligenza industriale
Il rischio concreto infatti è che il Made in Italy si trasformi in una celebrazione del passato, in un “museo dell’industria” incapace di generare nuovo valore. “L’Italia possiede una straordinaria capacità meccanica ma una bassa densità di intelligenza applicata ai processi. In termini di costo del lavoro per unità di prodotto rischiamo di essere fuori mercato anche come terzisti”, avverte Bentivogli.
La soluzione identificata è l’implementazione della cosiddetta Industrial AI. Diversamente dall’intelligenza artificiale generativa che domina il dibattito pubblico (testi, immagini, video), l’applicazione dell’AI nell’industria agisce direttamente sui parametri di produttività. “L’estrazione di valore dai dati è l’unica leva capace di recuperare il gap di produttività che separa l’Italia dalla media dell’Unione Europea”, rileva Bentivogli. E però molte aziende, specialmente le PMI, non hanno ancora digitalizzato i processi base, rendendo l’integrazione dell’AI un percorso ostacolato da barriere culturali e dimensionali.
Il 2026 l’anno della convergenza tra fisico e digitale
Secondo Bentivogli il 2026 sarà l’anno della svolta: “È l’anno che segna la maturità della Physical AI, come emerso chiaramente dalle ultime esposizioni tecnologiche internazionali, incluso il CES di Las Vegas”, dice. “Si tratta del momento in cui l’algoritmo esce dallo schermo e inizia a interagire dinamicamente con il mondo fisico, potenziando la robotica e l’automazione”.
Per il tessuto imprenditoriale italiano, composto prevalentemente da micro e piccole imprese, questa tecnologia potrebbe rappresentare un importantissimo vantaggio competitivo. L’AI infatti permette anche alle PMI di eseguire operazioni complesse che fino a ieri erano appannaggio esclusivo delle grandi multinazionali, riducendo la necessità di economie di scala gigantesche. C’è però un ostacolo di sistema: “In Italia manca un modello di trasferimento tecnologico coeso. Quello che c’è invece è un Innovation Theater, una frammentazione di fondazioni, centri e iniziative governative che spesso non dialogano tra loro, lasciando l’imprenditore solo davanti a una soglia d’accesso all’innovazione troppo alta”, spiega Bentivogli.
Oltre la sostituzione: servono architetti del lavoro
L’integrazione dell’intelligenza artificiale in fabbrica riaccende ciclicamente il timore della sostituzione della forza lavoro. Un approccio difensivo che, secondo l’analisi di Bentivogli, finisce per diventare una profezia autoavverante e di favorire ciò che si vuole evitare. L’automazione – spiega il coordinatore di Base Italia – erode i compiti routinari ma apre spazi inediti per le mansioni a maggiore ingaggio cognitivo. “Non c’è una semplice sottrazione di posti, ma una ridefinizione dei ruoli che richiede figure nuove che mi piace chiamare gli architetti del lavoro”.
Si tratta di professionisti chiamati a ridisegnare l’organizzazione aziendale “non secondo la logica AI First (assumere solo per task non automatizzabili), ma People First, seguendo cioè un principio di co-evoluzione dove la tecnologia potenzia l’abilità umana”. Anche perché, rileva Bentivogli, se è vero che esiste l’effetto focus, “non è certo automatico che se due task vengono automatizzati l’operatore si concentri sul terzo”. Serve quindi una regia organizzativa precisa per spostare le energie umane su attività a valore aggiunto.
Il ritorno delle competenze STEAM
La rapida e pervasiva trasformazione in atto impone una revisione urgente del sistema formativo. “Il mercato del lavoro post-Covid ha assunto una forma a clessidra, con uno svuotamento della fascia media e una polarizzazione verso il basso causata dall’inflazione sui salari reali”, dice Bentivogli.
Per invertire la rotta e favorire la mobilità sociale verso l’alto non basta più insistere sulle sole competenze STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics). L’obsolescenza delle competenze prettamente tecniche è oggi rapidissima. Diventa quindi prioritario investire sulle competenze STEAM, reintegrando la “A” di Arts, intesa come discipline umanistiche. Sono queste ultime a fornire il pensiero critico e analitico necessario a governare la tecnologia anziché subirla.
“Gli ITS stanno offrendo performance eccellenti in questa direzione, ma serve un elettroshock culturale che coinvolga l’intera filiera, dai licei fino alla formazione continua in azienda, per costruire una rete di competenze all’altezza di una fabbrica che non è più solo luogo di produzione, ma laboratorio cognitivo”.













