AI E COMPENTENZE

Seghezzi (Adapt): ‘L’AI aiuta solo chi ha già le competenze’. La vera sfida? L’organizzazione del lavoro



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L’AI è un potenziatore e come tale è efficace solo per chi ha già competenze solide, mentre rischia di essere controproducente nei profili junior. A livello aziendale gli effetti sulla produttività dipenderanno comunque dalle scelte organizzative, perché il tempo liberato non si trasforma automaticamente in produttività. L’analisi di Francesco Seghezzi, presidente di Adapt, sull’impatto dell’AI sul lavoro e sulla produttività.

Pubblicato il 21 gen 2026



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L’intelligenza artificiale non genera produttività, genera tempo. Tempo che non si trasforma automaticamente in produttività. Ma, soprattutto, l’AI non distribuisce “sapere”, ma agisce come moltiplicatore di capacità solo per chi già possiede competenze solide. A dirlo in un’interessante analisi pubblicata su Il Sole 24 Ore del 21 gennaio è Francesco Seghezzi, presidente di Adapt, Associazione per gli studi internazionali e comparati sul lavoro e sulle relazioni industriali fondata nel 2000 dal prof. Marco Biagi.

Seghezzi, esperto di formazione e lavoro, smonta l’illusione che l’adozione tecnologica basti, da sola, a trasformare le imprese e sostiene che, mentre l’attenzione è calamitata dai timori sull’impatto dell’AI sull’occupazione, si presta poca attenzione a un altro grande tema, che è l’organizzazione aziendale: l’introduzione dell’AI, dice Seghezzi, rischia di trasformarsi in un’occasione mancata se non accompagnata da una revisione profonda dell’architettura organizzativa. L’errore di fondo risiede infatti nel confondere l’efficienza con la produttività, un equivoco che nasce da una errata interpretazione di cosa la tecnologia possa realmente fare.

I limiti semantici della tecnologia nei processi decisionali

Il primo ostacolo all’integrazione efficace dell’AI è di natura concettuale. Nelle aziende si tende a sovrastimare il termine «intelligenza» a discapito dell’aggettivo «artificiale», dice Seghezzi. I Large Language Models e gli algoritmi generativi oggi in uso operano su basi statistiche e probabilistiche: calcolano correlazioni su enormi volumi di dati, ma non possiedono una reale comprensione del contesto.

L’attività lavorativa è però un processo sociale fatto di attribuzione di senso e responsabilità. L’AI invece ottimizza verso un obiettivo fissato esternamente, ma non è in grado di navigare le “cornici interpretative” che permettono a un manager o a un tecnico specializzato di decidere come agire di fronte a un imprevisto non codificato.

Quando le imprese trattano l’AI come un sostituto del giudizio umano anziché come un supporto computazionale finiscono così per mancare di intenzionalità, elemento che resta prerogativa umana e che definisce la direzione strategica dell’azione lavorativa.

Francesco Seghezzi, presidente di Adapt

Il nodo delle competenze: l’AI potenzia solo chi ha le competenze

L’impatto della tecnologia varia drasticamente a seconda del livello di seniority e competenza dell’utilizzatore. Seghezzi evidenzia che per i profili junior o in formazione l’utilizzo massiccio dell’AI rischia di bloccare l’apprendimento. Se lo strumento fornisce una risposta “plausibile e ben confezionata” senza che l’utente abbia le basi per verificarla, si genera una dipendenza tossica e un’illusione di competenza. Per i profili esperti, cioè chi possiede già solide basi di contenuto e conosce le procedure, l’AI può consentire di eliminare il lavoro di routine, liberando risorse cognitive per il controllo qualità e l’innovazione.

L’AI quindi agisce come moltiplicatore di capacità solo laddove la competenza esiste già. Senza una strategia di formazione continua le aziende rischiano di avere personale che produce output veloci ma privi di profondità analitica, incapace di gestire le eccezioni che l’algoritmo non ha previsto.

Come (non) usare il tempo liberato

L’analisi del presidente di Adapt si sposta quindi sulla gestione del tempo. È innegabile che l’AI acceleri singole attività: la stesura di un report, l’analisi di un dataset o la generazione di codice informatico avvengono in frazioni del tempo precedentemente necessario. Tuttavia questo guadagno è spesso un effetto una tantum.

Il tempo liberato non si traduce automaticamente in maggiore produttività. Se un dipendente impiega due ore in meno per completare un task, quel risparmio diventa valore solo se l’organizzazione ha predisposto meccanismi per reinvestirlo in attività a maggior valore aggiunto: miglioramento dei processi, formazione avanzata e sviluppo di nuove soluzioni per i clienti.

Le aziende prive di visione interpretano invece il tempo risparmiato come un modo per tagliare costi riducendo gli organici. Una scelta che, pur migliorando i margini nel brevissimo periodo, non innesca quel miglioramento cumulativo che è la vera base della crescita della produttività.

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