Ammontano a 4,75 miliardi di euro gli investimenti già messi a terra dalle imprese nei primi due mesi di attività del nuovo iperammortamento. Lo sportello telematico gestito dal Gse, il Gestore dei servizi energetici, per le comunicazioni preventive relative al Nuovo Piano Transizione 5.0 ha aperto il 12 giugno 2026 e secondo i numeri pubblicati da Il Sole 24 Ore del 18 agosto 2026 e riferiti al 13 agosto, la misura introdotta dalla legge di bilancio 2026 ha già accumulato quasi 15 mila domande – tra comunicazioni preventive e confermate – corrispondenti appunto a circa 4,75 miliardi di investimenti in beni strumentali.
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La “corsa” agli incentivi
Secondo le tabelle riportate nell’articolo, 2,27 miliardi di euro si riferiscono a progetti per cui è già arrivata anche la conferma, cioè la comunicazione di un acconto versato ai fornitori pari almeno al 20%. Gli altri 2,96 miliardi riguardano invece progetti ancora in fase di comunicazione preventiva, quindi non confermati: in questa fase l’importo indicato dalle imprese può ancora ridursi. Al netto di una parziale sovrapposizione – 1.297 imprese per 485 milioni di euro che hanno già avviato la bozza di conferma – il totale degli investimenti presentati arriva appunto a 4,75 miliardi.
La crescita è stata rapida fin dall’apertura dello sportello: si è partiti da 900 milioni di euro dopo appena cinque giorni, con un picco nell’ultima settimana, coinciso probabilmente con la chiusura estiva degli studi di consulenza.
Sul fronte industriale l’effetto si è fatto sentire anche sugli ordini domestici delle macchine utensili, tornati a correre proprio a giugno, in corrispondenza dell’apertura della piattaforma per l’iperammortamento.
Investimenti solo su beni materiali: software e rinnovabili ai margini
Il dato più rilevante riguarda però la composizione della domanda. Il 98% degli investimenti prenotati riguarda beni materiali per la digitalizzazione, mentre software e impianti da fonte rinnovabile pesano in maniera quasi impercettibile sul totale.
Per il software la ragione sta nel perimetro scelto dal legislatore: sono ammissibili solo le licenze legate a immobilizzazioni in conto capitale (Capex), con l’esclusione dei canoni per i software erogati in modalità as-a-service (Opex). L’allargamento alle soluzioni cloud era stato proposto dal Mimit in fase di stesura del decreto attuativo, ma è stato bocciato dalla Ragioneria dello Stato, una scelta che aveva già acceso le proteste delle associazioni di categoria.
Per le fonti rinnovabili il vincolo è ancora più stringente: sono incentivabili solo i pannelli fotovoltaici iscritti alle lettere b) e c) del registro Enea previsto dal decreto energia, di fatto riconducibili alla sola produzione della 3Sun. Restano fuori i moduli assemblati in Europa che rientrano nella lettera a), contro la cui esclusione si erano già schierati numerosi produttori del settore.
Il conto teorico e quello reale
I 4,75 miliardi di investimenti comunicati vanno letti con attenzione: la finestra per l’ultima comunicazione, quella di completamento, non è ancora aperta per le imprese, e una parte della cifra riguarda progetti ancora in fase preventiva, dunque non confermati.
Tenendo comunque per buoni tutti i 4,75 miliardi di investimenti prenotati, e ipotizzando che ogni impresa abbia diritto all’aliquota massima del 180% – corrispondente a un risparmio Irpef del 43,2% – la spesa massima teorica per lo Stato si fermerebbe a circa 2,05 miliardi di euro.
Si tratta però di un tetto puramente teorico. L’iperammortamento va infatti calcolato al netto di altri contributi pubblici eventualmente percepiti sugli stessi investimenti, e soprattutto l’esborso da parte dello Stato non è immediato: viene dilazionato secondo i periodi di ammortamento dei singoli beni, quindi su un orizzonte pluriennale.
È questa la ragione per cui le stime di spesa riportate nell’articolo de Il Sole 24 Ore sono più basse, pari circa 1,5 miliardi di euro: Fotina calcola infatti il rapporto tra la dotazione complessiva (9,8 miliardi) e gli investimenti totali previsti nel triennio (circa 30 miliardi), riportando il rapporto che ne consegue agli investimenti attuali (4,75 miliardi).
Perché non c’è un “allarme” sulle risorse
Il ritmo di prenotazione attuale, poco più di 2,3 miliardi di euro al mese, riflette due fattori difficilmente ripetibili nel tempo. Il primo è l’arretrato accumulato nella prima parte dell’anno, quando la piattaforma del Gse era ancora chiusa in attesa del decreto attuativo. Il secondo è la fretta delle imprese di chiudere le pratiche entro fine anno, per non perdere un anno intero nell’avvio della fruizione dell’incentivo.
Anche volendo ipotizzare, per assurdo, che il ritmo si mantenga elevato fino a fine anno a 2 miliardi di euro di nuovi investimenti al mese, gli attuali 4,75 miliardi arriverebbero a circa 12,75 miliardi a metà dicembre. Una cifra consistente, ma lontana dai 30 miliardi di investimenti complessivi che la dotazione della misura dovrebbe poter coprire nell’arco del triennio 2026-2028.
Va poi precisato che quella dotazione, pari a 9,8 miliardi di euro, non è un plafond nel senso tradizionale del termine. La cifra nasce dagli 8,4 miliardi stanziati con la legge di bilancio 2026, a cui si sono aggiunti 1,4 miliardi quando il Governo ha eliminato il vincolo Made in EU sulla provenienza dei beni agevolabili. Ed è riferita alla previsione di minori incassi Ires e Irpef per lo Stato distribuita su diversi anni, con proiezioni che arrivano fino al 2034.
Non c’è quindi un reale rischio di esaurimento immediato delle risorse, come invece era accaduto con il vecchio piano Transizione 4.0 e Transizione 5.0 2024-2025, entrambe misure basate su crediti d’imposta con tetto di spesa.
Rifinanziamento in manovra? Ipotesi aperta, non probabile
L’ipotesi di un rifinanziamento della misura nella prossima legge di bilancio è dunque una possibilità, ma non una necessità. A metà luglio Adolfo Urso, ministro delle Imprese e del made in Italy, aveva lasciato la porta aperta, dichiarando che «se sarà necessario aumentare nel prossimo bilancio, ovviamente lo faremo».
Lo scenario di un intervento aggiuntivo appare quindi possibile – anche alla luce del fatto che si tratta di una manovra pre-elettorale e che l’impegno di spesa è su base pluriennale – ma non necessario né tantomeno probabile.








