Atteso ormai da qualche mese, è stato finalmente presentato presso la sede del CNEL il Libro Bianco “Made in Italy 2030”, il documento programmatico di indirizzo elaborato dal centro studi del Ministero delle Imprese e del Made in Italy per ridefinire la politica industriale nazionale. Il testo rappresenta il punto di arrivo di un percorso di consultazione avviato con il Libro Verde a fine 2024. Il periodo trascorso dalla fine della consultazione, a gennaio 2025, alla pubblicazione avvenuta a fine gennaio 2026 si è reso necessario, verosimilmente, per una riflessione più approfondita sui turbolenti tempi che stiamo vivendo e per affinare una strategia che oggi si presenta con un livello di dettaglio estremamente superiore rispetto al passato.
Indice degli argomenti
Dal monitoraggio all’azione, il cambio di passo della strategia
Il passaggio dal Libro Verde al Libro Bianco segna – dicevamo – un cambio di passo rilevante. Mentre il documento pilota si limitava a fare un’analisi dello stato dell’economia e a fissare obiettivi di massima, il Libro Bianco “Made in Italy 2030” concretizza la visione di politica industriale in misure concrete, introducendo 11 azioni specifiche per la crescita.
La filosofia di fondo è però quella già emersa nella prima versione del documento, cioè quella dello “Stato stratega”: un modello in cui il soggetto pubblico non è né spettatore né gestore diretto, ma un “regista” che definisce le traiettorie di sviluppo, individua i settori prioritari per l’autonomia nazionale e coordina le risorse per proteggere le filiere dai rischi di una frammentazione geopolitica sempre più marcata.
In questa visione la regia pubblica si dota di bracci operativi concreti per ‘sbloccare’ la crescita. Ne sono un esempio l’UMASI, l’unità di missione creata specificamente per attrarre capitali esteri e abbattere gli ostacoli amministrativi, e la ZES Unica per il Mezzogiorno: una maxi-area economica speciale pensata per rilanciare il Sud come piattaforma logistica ed energetica attraverso semplificazioni burocratiche e crediti d’imposta dedicati
I nuovi motori della crescita e le fragilità strutturali
L’architettura del documento parte dall’analisi delle tradizionali “5A” che contraddistinguono il Made in Italy nel mondo: Agroalimentare, Abbigliamento, Arredo, Automazione e Automotive. Ma sposta poi il focus verso altri cinque settori emergenti, cuore del “nuovo Made in Italy”: l’economia della salute, l’economia dello spazio e della difesa, l’economia blu e la cantieristica, il turismo e tempo libero, e infine le industrie culturali e creative.
E poi c’è un’interessante disamina di otto comparti abilitanti che fungono da infrastruttura critica per tutto il Made in Italy: Energia, Infrastrutture, Digitale, Servizi, Logistica, Siderurgia, Chimica e Packaging.
Le fragilità
Il rapporto analizza anche le principali criticità strutturali che frenano il sistema.
Al primo posto pesano i limitati investimenti in ricerca e sviluppo, fermi all’1,4% del PIL contro una media europea del 2,2%, un divario che rischia di allargare la forbice tecnologica con i competitor globali. A questo si lega il problema storico del dimensionamento d’impresa: l’eccessiva frammentazione del tessuto produttivo, composto per il 96,9% da micro e piccole imprese, genera un “nanismo” che ostacola il raggiungimento di economie di scala e limita la capacità di proiezione internazionale.
Un secondo freno è rappresentato dai costi energetici: le imprese italiane scontano un differenziale di prezzo superiore del 35% rispetto alla media UE, aggravato da una strutturale dipendenza dall’estero per l’approvvigionamento di materie prime critiche.
Il quadro si completa con due deficit di “capitale”. Da un lato la carenza di capitale umano, stretta tra l’inverno demografico e un persistente skill mismatch tra formazione e richieste delle imprese; dall’altro la sottocapitalizzazione finanziaria, con aziende ancora troppo dipendenti dal credito bancario e poco aperte al mercato dei capitali.
Da ultimo si segnala il peso degli oneri burocratici – stimato in circa 80 miliardi di euro l’anno per le sole PMI – che ostacola la rapidità d’esecuzione essenziale nei mercati moderni.
Dieci obiettivi per consolidare la potenza industriale
La “Strategia-Paese” con orizzonte al 2030 si cristallizza in 10 obiettivi strategici volti a mantenere l’Italia tra le top 10 economie mondiali e a confermarla come seconda manifattura d’Europa.
Tra i punti cardine spicca la ricerca dell’autonomia energetica attraverso un mix che includa il nuovo nucleare sostenibile, la promozione della sicurezza economica per ridurre il rischio di coercizione esterna e il governo delle transizioni (demografica, tech e green) secondo il principio della neutralità tecnologica.
L’obiettivo è anche sociale: innalzare la produttività per garantire un aumento dei salari reali e favorire una coesione territoriale che riduca i divari tra Nord e Mezzogiorno.
In dettaglio questi sono i 10 obiettivi citati nel Libro bianco:
- Consolidare la posizione dell’Italia tra le prime dieci economie mondiali, preservando la forza economica del Paese in un contesto internazionale complesso attraverso la competitività della sua base industriale.
- Mantenere il manifatturiero avanzato come cuore dell’economia, integrato con servizi e commercio, per confermare l’Italia come seconda manifattura d’Europa tramite una nuova industrializzazione selettiva.
- Confermare il ruolo di grande Paese trasformatore aperto ai mercati globali, restando tra i primi cinque esportatori al mondo. L’obiettivo è crescere nei mercati emergenti e innovare il Made in Italy preservandone il valore identitario.
- Creare le condizioni per aumentare i livelli occupazionali (soprattutto di giovani e donne) fino alle medie europee e innalzare la retribuzione reale media per stimolare la domanda interna.
- Ridurre i divari tra Nord e Sud (Mezzogiorno) e gestire le crisi industriali riposizionando i settori maturi verso nuovi comparti emergenti, utilizzando strumenti che coinvolgano i territori.
- Promuovere un modello basato su efficienza, stabilità dei prezzi, economia circolare e un mix energetico che includa il nuovo nucleare sostenibile, per proteggere l’industria dagli shock di approvvigionamento.
- Favorire la trasformazione delle imprese rispetto alle quattro transizioni (demografica, geopolitica, tecnologica, green). Questo include il contrasto alla fuga di cervelli, il sostegno alle tecnologie di frontiera (spazio e mare) e la decarbonizzazione basata sulla neutralità tecnologica.
- Declinare la politica industriale per filiere specifiche per identificare segmenti strategici, accrescere la parte nazionale delle catene del valore, riposizionarsi su produzioni a maggior valore aggiunto e favorire la nascita di campioni nazionali.
- Rendere sicure le catene di fornitura e le rotte dell’export, garantendo approvvigionamenti costanti a prezzi sostenibili. L’obiettivo include il rafforzamento dell’industria della difesa tramite l’integrazione con quella civile (dual use) per ridurre il rischio di coercizione economica,.
- Rafforzare l’appartenenza al sistema delle economie di mercato (G7/UE) e lanciare grandi partenariati industriali regionali (es. Piano Mattei), rilanciando il ruolo del Mediterraneo come snodo tra Europa, Asia e Africa
Undici azioni operative per la reindustrializzazione
Per tradurre la visione in realtà il Libro Bianco definisce 11 azioni concrete.
Sul fronte energetico, spicca la creazione di Nuclitalia srl per lo sviluppo di reattori nucleari di nuova generazione (SMR).
Per il finanziamento delle priorità industriali si prevede l’emissione di un Industry Bond nazionale e il supporto di una Banca pubblica d’investimento.
Azioni specifiche riguardano il capitale umano, con un “roster nazionale delle competenze” per contrastare l’inverno demografico e l’estensione pluriennale del credito d’imposta per il design e la formazione nel “Bello e Ben Fatto”.
Sul piano tecnologico il piano punta su un fast track per l’estrazione di materie prime critiche e sul consolidamento delle filiere dei semiconduttori in ambito G7/UE.
Tra le azioni prioritarie spicca poi la ‘Reindustrializzazione occidentale’. Il piano punta a superare le frizioni commerciali tra UE e USA allineando le politiche industriali, con l’obiettivo ambizioso di creare un ecosistema d’innovazione comune che possa fungere da base per una futura area di libero scambio transatlantica.
C’è poi la richiesta all’UE di estendere il Fondo europeo di competitività, oltre che sui 4
assi già stabiliti, cioè transizione pulita e decarbonizzazione industriale; salute, biotecnologie, agricoltura e bioeconomia; leadership digitale; resilienza e sicurezza, industria della difesa e spazio), anche su trasferimento tecnologico e sviluppo delle competenze nonché al supporto del Made in EU, aprendo “alla possibilità di stimolo alla domanda per l’acquisto di vetture, elettrodomestici e impianti green prodotti in Europa”.
A chiudere il cerchio della strategia sono tre nuovi strumenti operativi, concepiti per dare gambe alle idee e concretezza alla governance industriale:
- La Conferenza permanente delle Filiere: istituita presso il MIMIT e dotata di una segreteria tecnica, non sarà un semplice tavolo di confronto ma un organismo stabile che riunisce tutti gli stakeholder (manifattura, commercio, servizi). Il suo compito è duplice: mappare i fabbisogni reali aggiornando costantemente le strategie e, soprattutto, quantificare la spesa pubblica ottimale per raggiungere gli obiettivi, misurandone l’impatto su occupazione e salari.
- La Piattaforma “Datindustria”: accogliendo le raccomandazioni dell’OCSE, nasce un database unico geolocalizzato per integrare dati amministrativi, statistici e commerciali oggi frammentati. L’obiettivo è passare a una governance realmente data-driven, abbandonando la logica dei sussidi a pioggia per disegnare incentivi “sartoriali”, personalizzati sulle specifiche necessità di ogni filiera.
- La Rete nazionale per la sicurezza economica: pensata specificamente per le PMI, questa rete offrirà supporto pratico su tre fronti ormai inscindibili: la compliance rispetto alle restrizioni internazionali (sanzioni e vincoli geopolitici), la resilienza cibernetica (cybersecurity) e il trasferimento tecnologico, proteggendo così il tessuto produttivo più esposto ai rischi globali
Il Libro Bianco “Made in Italy 2030”
Qui potete scaricare il PDF del libro bianco oppure potete leggerlo dallo sfogliatore di seguito.
Made_in_Italy_2030_-_Per_una_nuova_strategia_industriale

















