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I certificati di taratura digitali e il percorso verso una metrologia nativamente digitale



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La filiera della misura è impegnata nel percorso verso l’adozione di certificati di taratura digitali, primo step necessario per la digitalizzazione della filiera. Il processo, al centro di un progetto che vede coinvolti Accredia e INRiM, si scontra però per alcuni ostacoli legati alla definizione di standard comuni, la protezione cyber della filiera e le risorse necessarie a supportare la transizione. Ne abbiamo parlato con Rosalba Mugno, Direttrice del Dipartimento Laboratori di Taratura di Accredia.

Pubblicato il 6 mar 2026



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La precisione delle misurazioni rappresenta il fondamento dell’affidabilità dei processi industriali, un requisito garantito anche dalla taratura periodica degli strumenti per assicurarne la coerenza con i campioni di riferimento nazionali.

Attualmente, l’esito di questa attività è vincolato a un quadro normativo legato alla norma UNI CEI EN ISO/IEC 17025 – che risente ancora di una impostazione definita nel 2015 –, che prevede il rilascio di un certificato che oggi è prevalentemente in forma cartacea oppure nella sua versione elettronica.

Ad oggi questo modello documentale ha perso la propria ragion d’essere, poiché interrompe la continuità dei dati e obbliga il personale a inserire manualmente i parametri di correzione nei software gestionali aziendali.

L’automazione di questo passaggio eliminerebbe il rischio di errore umano nella trascrizione dei valori, garantendo velocità e una perfetta integrazione delle informazioni metrologiche nella filiera produttiva.

Un tema che vede gli attori nazionali del mondo della misurazione coinvolti in un confronto di alto livello con controparti internazionali, al fine di stabilire un framework condiviso che permetta la digitalizzazione dei certificati di taratura.

Definire un’infrastruttura nativamente digitale per la gestione di tali informazioni è la sfida al centro della collaborazione tra Accredia e l’Istituto nazionale di ricerca metrologica (INRiM).

Ne abbiamo parlato con Rosalba Mugno, Direttrice del Dipartimento Laboratori di Taratura di Accredia, che ci ha aggiornato sullo stato del processo, evidenziando le sfide da superare e i vantaggi (nel medio e nel lungo periodo)della digitalizzazione della filiera della misura.

La transizione verso il dato metrologico strutturato

L’essenza dell’evoluzione in corso risiede nella trasformazione del certificato di taratura da documento statico a insieme di dati strutturati.

“Oggi abbiamo un certificato di taratura che è un pezzo di carta o un pdf, cioè un’immagine. Il Digital Calibration Certificate è invece un insieme di dati strutturati”, spiega Mugno.

Il Digital calibration certificate (Dcc) supera la concezione del certificato come semplice versione elettronica del supporto tradizionale per tradursi in un file in formato XML, capace di rendere l’informazione metrologica direttamente interpretabile dai sistemi informatici.

L’adozione di un linguaggio universale assicura l’interoperabilità tra strumenti di produttori differenti, eliminando la necessità di interpretazione umana dei risultati di misura.

L’architettura del Dcc garantisce che ogni parametro venga mappato in modo univoco e risulti immediatamente fruibile dai software gestionali.

“L’integrazione nativa del dato, inoltre, annulla le criticità legate alla trascrizione manuale, mantenendo l’affidabilità dell’informazione lungo l’intera catena del valore”, aggiunge.

Il progetto con INRiM per la digitalizzazione dei certificati di taratura

Il superamento del modello documentale cartaceo, ormai ritenuto anacronistico dalle attuali norme di accreditamento, è un passo fondamentale per l’integrazione digitale dell’intera filiera della misura.

La trasformazione deve però avvenire in sinergia con gli enti e organismi internazionali di riferimento per il settore: poiché la metrologia si fonda su accordi di mutuo riconoscimento, le soluzioni adottate devono trovare consenso in organismi come Euramet (l’Associazione Europea degli Istituti Nazionali di Metrologia) ed la European Accreditation (EA), che guidano lo sviluppo di protocolli di trasmissione universali.

In Italia questo processo è guidato dalla sinergia tra Accredia e INRiM, che operano come referenti nazionali di tali enti sovrannazionali. Mentre l’INRiM ha il ruolo cruciale di generare il dato come “nativo digitale” a partire dai campioni primari, Accredia presiede alla verifica della competenza dei laboratori nel gestire questo nuovo flusso di informazioni, garantendo che l’integrità e la riferibilità della misura siano preservate lungo tutta la catena, dal laboratorio fino all’utente finale.

Dalla survey alla sperimentazione pratica

L’iter della sperimentazione ha avuto inizio con una survey condotta tra i laboratori di taratura per mappare i settori maggiormente idonei a testare la catena del dato.

“Dall’indagine sono emerse come prioritarie le grandezze elettriche, le masse e la temperatura, che abbiamo scelto per la loro presenza capillare nel tessuto industriale nazionale”, spiega Mugno.

Alcune strutture selezionate operano a stretto contatto con l’INRiM per validare il trasferimento dei dati digitali, partendo dalla taratura dei campioni fino alla consegna del certificato al cliente finale.

“Dobbiamo avviare una sperimentazione che non si fermi al laboratorio ma che arrivi fino all’industria”, aggiunge.

Ecco perché la sperimentazione deve coinvolgere direttamente le imprese, che iniziano a ricevere informazioni strutturate capaci di dialogare con i sistemi di controllo della produzione.

L’apporto dell’INRiM che la riferibilità metrologica si trasmetta in modo nativamente digitale dalla sorgente, ovvero dai campioni primari di riferimento.. L’impiego di dati già organizzati per l’elaborazione informatica consente ai laboratori di operare senza le frizioni della trascrizione manuale, garantendo che l’affidabilità del valore metrologico si trasferisca integra fino ai processi produttivi finali.

L’obiettivo del progetto è rendere il dato di taratura immediatamente processabile dai software aziendali e dai sistemi basati su AI, annullando la necessità di interpretazione umana e i relativi rischi di errore. Si prevede che i primi certificati digitali pienamente operativi possano essere rilasciati in un arco temporale di due anni.

Gli ostacoli da superare: la necessità di raggiungere un accordo sul formato delle informazioni

Il progetto è tuttavia ancora nelle prime fasi, proprio perché è necessario trovare soluzioni comuni e condivise a problemi strutturali legati alla misurazione.

“L’ostacolo più grande che dobbiamo superare è trovare un accordo sul formato delle informazioni”, spiega Mugno.

La necessità di stabilire un formato condiviso è fondamentale affinché sistemi informatici differenti interpretino i dati senza margini di ambiguità. Definire come debba essere rappresentato un valore, l’unità di misura associata e la gerarchia dei metadati correlati costituisce la base tecnica per una reale interoperabilità.

“La taratura non si esaurisce nel momento in cui fornisco un numero, ma richiede la codifica strutturata di tutto ciò che c’è dietro la misura. Il metadato deve essere quanto più completo possibile perché descrive il contesto in cui è nato quel valore; solo così possiamo creare protocolli di trasmissione che garantiscano la reale affidabilità del dato”, osserva la direttrice.

L’adozione di uno schema XML condiviso a livello europeo permetterà di superare le attuali soluzioni proprietarie, garantendo che le informazioni emesse da un laboratorio siano immediatamente processabili da qualunque software di gestione industriale.

Rosalba Mugno, Direttrice del Dipartimento Laboratori di Taratura di Accredia.
Rosalba Mugno, Direttrice del Dipartimento Laboratori di Taratura di Accredia

La criticità della cyber security e la preoccupazione della filiera per l’aumento della spesa

L’integrità delle informazioni rappresenta la sfida successiva, poiché lo spostamento del certificato su binari digitali espone la filiera a rischi legati alla sicurezza informatica.

“La cyber security è un aspetto critico, perché la manomissione dei dati di taratura in un flusso digitale potrebbe avere conseguenze gravissime”, spiega Mugno.

Un documento nativo richiede l’adozione di firme elettroniche avanzate e protocolli di crittografia capaci di garantirne l’autenticità lungo ogni passaggio. Uno scenario che alimenta la preoccupazione delle imprese per l’inevitabile aumento della spesa in cyber security, percepito come un onere aggiuntivo necessario per blindare i flussi di dati industriali e proteggerli da manipolazioni.

Le imprese della filiera sono infatti preoccupate che il passaggio al digitale richieda un surplus di investimenti per garantire che il know-how e i dati di taratura siano protetti da attacchi che potrebbero compromettere non solo il singolo documento, ma l’intera linea di produzione o la conformità dei prodotti.

“Stiamo riscontrando preoccupazione da parte dei laboratori che dovranno incrementare le risorse per la cyber security. Proteggere un archivio di certificati cartacei è molto più semplice proteggere un’intera filiera dei dati che viaggia sul cloud e questo è un freno”, aggiunge Mugno.

La digitalizzazione degli strumenti e il ruolo dei fornitori

L’adeguamento non riguarda però solo la protezione informatica, ma investe la natura stessa degli apparati di misura, che devono evolvere per supportare i nuovi standard.

Un altro ostacolo da superare è infatti la presenza di strumenti datati, spesso “ritenuti dalle aziende molto più affidabili rispetto alla strumentazione digitale” ma che, ovviamente, non sarebbero adatti ad operare all’interno di una catena di tracciabilità digitale.

La permanenza di strumentazione analogica o tecnologicamente superata impedirrebbe infatti la creazione di un flusso informativo nativo, rendendo necessaria una mediazione umana per la digitalizzazione dei dati che vanifica i vantaggi dell’automazione.

“I produttori degli strumenti hanno una responsabilità centrale, perché devono introdurre sul mercato strumenti che siano nativi digitali, ovvero progettati fin dall’origine per comunicare dati in modo autonomo”, sottolinea Mugno.

Oltre le sfide, i vantaggi della digitalizzazione della filiera metrologica

A fronte di queste sfide, la digitalizzazione offre alla filiera interessanti opportunità nel breve e nel medio-lungo periodo.

L’implementazione dei certificati digitali abilita benefici tangibili già nelle fasi iniziali dell’integrazione produttiva, trasformando la taratura in un flusso di dati nativi digitali leggibili direttamente dagli strumenti.

La disponibilità di un dato strutturato permette di abbattere drasticamente i tempi di inserimento nei sistemi gestionali aziendali, eliminando la trascrizione manuale e le asincronie informative tipiche del supporto cartaceo.

La velocità di trasmissione, pressoché in tempo reale, non solo riduce il rischio di errore umano, ma elimina anche l’interpretazione soggettiva del dato, poiché la struttura XML rende il metadato trasparente e univoco per ogni attore della filiera.

L’efficienza operativa ne esce rafforzata: le correzioni metrologiche possono essere applicate istantaneamente, garantendo una conformità costante e una gestione ottimizzata delle scadenze, senza i rallentamenti dovuti alla burocrazia documentale.

Visione strategica: AI e manutenzione predittiva

La digitalizzazione della filiera permetterebbe poi di abilitare altri vantaggi strategici. La disponibilità di serie storiche di dati strutturati e certificati rappresenta infatti il presupposto indispensabile per l’alimentazione degli algoritmi di AI, capaci di monitorare l’andamento delle misure nel tempo e di abilitare la manutenzione predittiva degli strumenti.

In un ecosistema di fabbrica intelligente, tale flusso informativo permette l’autoregolazione dei processi produttivi, dove i sistemi correggono i propri parametri in base ai risultati delle tarature ricevuti digitalmente.

“L’AI potrà estrarre valore dai dati solo se questi risulteranno affidabili e pronti per l’analisi automatica, prevenendo derive qualitative che comprometterebbero la produzione”, osserva Mugno.

L’affidabilità del dato nativo diventa così il presupposto fondamentale per una produzione di alta precisione, trasformando la misura in un elemento dinamico e integrato dell’automazione industriale.

L’evoluzione dell’attività di verifica e sorveglianza

In questo scenario altamente automatizzato cambierebbe – e del resto già sta cambiando – l’attività di verifica e sorveglianza condotta da Accredia.

La valutazione non può più limitarsi alla mera consultazione di archivi fisici, ma deve estendersi alla validazione dei processi informatici e alla resilienza dei flussi di dati strutturati.

I valutatori sono chiamati ad accertare che l’automazione dei laboratori non nasconda errori sistematici o vulnerabilità nei protocolli di trasmissione.

“L’attività di accreditamento deve evolvere per presidiare la qualità del dato in un ambiente industriale interconnesso”, osserva Mugno.

Il presidio costante dell’ente assicura che l’integrità della misura sia protetta lungo ogni nodo della rete, garantendo che le informazioni utilizzate siano veritiere e prive di manipolazioni.

L’evoluzione richiede ai laboratori uno sforzo significativo per l’aggiornamento delle competenze interne e l’acquisizione di nuove risorse tecnologiche.

“Nonostante l’automazione, il presidio umano rimane indispensabile, ma deve evolvere. Sono necessarie risorse per la formazione e l’adattamento dei valutatori e del personale dei laboratori, che devono acquisire la capacità di comprendere e convalidare il nuovo contesto digitale e i protocolli di trasmissione”, spiega Mugno.

La sfida degli investimenti per il futuro della metrologia

La digitalizzazione della filiera obbliga laboratori e imprese a confrontarsi con l’entità degli investimenti richiesti dalla transizione. Se la scarsità di risorse frena la ricerca nazionale nel confronto con realtà internazionali più supportate, l’apertura verso le nuove tecnologie deve misurarsi con la preoccupazione per l’impegno economico necessario.

“Le aziende sono preoccupate per l’entità degli investimenti necessari. Questi sforzi devono essere supportati da una politica sistemica che coinvolga l’intera filiera. L’adozione del digitale non può basarsi sulla volontà del singolo, ma deve essere un processo corale per evitare che le imprese vadano fuori mercato”, conclude Mugno.

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