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Delocalizzare? Non serve più, se l’Automazione fa guadagnare fino al 60% di produttività



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Secondo uno studio del BCG Institute su 1.000 produttori a livello globale l’automazione avanzata può generare guadagni di produttività fino al 60%. Per una fabbrica italiana nell’automotive o nell’alimentare è possibile azzerare il gap di costo con la Cina. Delocalizzare, quindi, non è più la scelta più conveniente…

Pubblicato il 21 lug 2026



Automazione nel mondo del lavoro
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La manifattura italiana, seconda in Europa per dimensioni, potrebbe azzerare il divario di costo che oggi la separa dalla Cina se investisse nelle tecnologie di automazione che permettono di trasformare le attuali fabbriche in fabbriche del futuro. È quanto emerge dal nuovo studio del BCG Institute, l’istituto di ricerca di Boston Consulting Group, dal titolo “How the Factory of the Future Is Reshaping the Economics of Manufacturing Competitiveness”. Secondo l’analisi la Fabbrica del Futuro, ovvero la combinazione integrata di intelligenza artificiale, automazione avanzata e sistemi agentici, può cambiare in modo strutturale l’equazione dei costi produttivi: in alcuni comparti aggiornare gli impianti esistenti risulta oggi già più conveniente che delocalizzare.

Come nascono i guadagni di produttività

Lo studio si basa su un indice proprietario che integra 42 fattori di costo e qualitativi, unito a una survey condotta su 1.000 produttori globali. Il dato che emerge è che i guadagni di produttività ottenibili con l’innovazione degli impianti arrivano, nei casi più favorevoli, fino al 60%. L’esempio più marcato riguarda la torrefazione del caffè in Europa Occidentale, dove i costi di conversione scendono fino a 43 punti percentuali e il costo del lavoro si riduce del 59%.

Il meccanismo, spiega BCG, non consiste però nell’automatizzare singole celle produttive ma nel riprogettare l’intera catena operativa: dalla gestione dei materiali ai controlli di qualità, dalla pianificazione energetica alla manutenzione predittiva. È un effetto composto che investe l’intera struttura dei costi.

Nel settore farmaceutico statunitense, ad esempio, l’integrazione di digital twin, monitoraggio IoT delle deviazioni di processo e controlli qualità in tempo reale riduce il costo del lavoro di oltre il 60% e abbassa i costi di conversione complessivi di 30 punti percentuali. Nella produzione di celle per batterie in Corea del Sud, la riprogettazione dei processi di miscelazione, rivestimento e controllo qualità taglia i costi di conversione di 26 punti percentuali.

La posta in gioco, a livello europeo, è rilevante. Lo studio stima che 1.031 miliardi di dollari di valore aggiunto manifatturiero dell’Europa occidentale e del Nord sono, in assenza di interventi, a rischio di delocalizzazione. A questi si aggiungono altri 440 miliardi di dollari a rischio negli Stati Uniti. Attraverso politiche di supporto all’innovazione, maggiore flessibilità del lavoro, investimenti nelle competenze digitali e riduzione del costo dell’energia, la quota di valore a rischio in Europa occidentale scenderebbe dal 40% al 12%, mettendo in sicurezza un valore stimato pari a 712 miliardi di dollari.

Il caso italiano: dal gap del 12% alla parità con la Cina

Per l’Italia lo studio sviluppa un’analisi specifica a partire dal caso di una fabbrica brownfield di componentistica automotive che serve il mercato locale. Oggi, senza interventi, produrre sul territorio nazionale costa il 12% in più rispetto alla Cina. Con l’adozione della Fabbrica del Futuro, quel divario scompare: le spese di conversione scendono alla stessa quota in entrambi i Paesi.

Un risultato analogo emerge nel settore alimentare, dove l’upgrade tecnologico permette all’Italia di raggiungere la piena parità competitiva con la Cina per servire il mercato locale, partendo da un gap iniziale di 14 punti. In altri segmenti, come l’elettronica, l’aggiornamento riduce il divario ma non lo elimina, e la delocalizzazione resta l’opzione più profittevole. Il quadro cambia quindi filiera per filiera, e va valutato impianto per impianto.

Due fattori condizionano la capacità dell’Italia di realizzare questi guadagni. Il primo è la flessibilità del mercato del lavoro: nei Paesi dove è maggiore, il periodo di recupero dell’investimento in automazione si accorcia al punto da rendere l’aggiornamento degli impianti preferibile alla rilocalizzazione. Il secondo è la disponibilità di competenze digitali e infrastrutture tecnologiche: su questo indicatore composito l’Italia si colloca al nono posto su diciannove Paesi analizzati, con un punteggio di 6,3 su 10, dietro Germania, Giappone, Francia e Corea del Sud ma davanti a Polonia e Spagna.

Gli strumenti per le imprese e l’impatto sul lavoro

“La manifattura italiana è un’eccellenza che ha retto a molte pressioni, ma la finestra per agire si sta restringendo”, dice Jacopo Brunelli, Managing Director e Senior Partner di BCG a Milano, tra i principali esperti della practice Operations del gruppo con focus su industria manifatturiera e automotive. “Quello che questo studio ci dice è che la tecnologia, per la prima volta, può ribaltare la logica della delocalizzazione in alcuni settori fondamentali per il tessuto industriale italiano. Tuttavia non è automatico: serve un salto di scala nell’adozione, e questo richiede investimenti, competenze e un contesto normativo che non freni la riorganizzazione produttiva. L’Italia ha gli strumenti […], ma le aziende devono decidere ora”.

Sul fronte occupazionale Brunelli invita a non ridurre il tema a una semplice sostituzione di manodopera. “La manifattura ha una caratteristica che spesso si dimentica nel dibattito sull’automazione: c’è sempre una trasformazione fisica. Questo significa che la tecnologia aiuta, ma non sostituisce integralmente il lavoro umano, soprattutto in quei processi dove il giudizio e la destrezza restano insostituibili”, spiega il manager. “In un Paese dove quasi il 28% delle imprese industriali dichiara già oggi difficoltà gravi nell’attrazione dei talenti, la Fabbrica del Futuro può svolgere un ruolo diverso: non togliere lavoro, ma consentire a una forza lavoro che invecchia e che non riesce più a portare avanti certe mansioni di fare di più, meglio e in condizioni diverse. È un’opportunità di reinvenzione, non solo di riduzione dei costi”.

La logica competitiva della manifattura globale si sta ridisegnando attorno a una domanda diversa rispetto al passato: non più dove il lavoro costa meno, ma dove l’innovazione può essere dispiegata nel modo più efficace. Per l’Italia, rispondere a questa domanda è una scelta che si gioca adesso.

Lo studio

Qui di seguito lo studio


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