Il ruolo chiave delle tecnologie digitali per la decarbonizzazione dell’economia

Nei prossimi 30 anni il digitale contribuirà, direttamente e indirettamente, a oltre il 50% del percorso di decarbonizzazione italiana, giocando un ruolo chiave nella trasformazione verde proprio di quei settori che maggiormente influenzano le emissioni inquinanti del nostro Paese: è quanto emerge dallo studio “Verso una net zero society”, realizzato da Ambrosetti e Atos.

Lo studio punta a quantificare scientificamente quale sarà l’impatto della digitalizzazione nell’impegno verso la decarbonizzazione della nostra economia e fornisce quattro proposte di policy per accelerare l’impegno del nostro Paese nella trasformazione green.

Il contributo del digitale alla decarbonizzazione della nostra economia

Per valutare l’impatto del digitale su questo complesso processo, è stato realizzato un modello interpretativo articolato: un “prisma” attraverso cui filtrare l’apporto delle tecnologie digitali al processo di decarbonizzazione, considerando le 7 dimensioni cruciali di efficienza, circolarità, elettrificazione, sostituzione delle fonti fossili, conservazione dell’energia, rimozione della CO2 e infrastrutture.

Per la costruzione del modello si sono presi in riferimento 8 settori (trasporto, settore elettrico, manifatturiero, servizi, rifiuti, famiglia, agricoltura, processi industriali e altre fonti fossili) e 20 leve digitali. Queste sono state divise in leve abilitanti (con impatto indiretto sulle emissioni), leve acceleranti (con impatto diretto sulle emissioni) e superleve, con un impatto trasversale non quantificabile.

I risultati hanno evidenziato che la dimensione quantitativa del peso del digitale al processo di decarbonizzazione è addirittura maggioritaria rispetto alla componente non digital: il contributo diretto ed indiretto del digitale sarà infatti responsabile del 53,2% dell’abbattimento delle emissioni.

Di queste, il 17,8% sarà abbattuto direttamente dal digitale, ed il 35,4% in maniera indiretta. Il restante 46,8%, invece, sarà funzione di tecnologie non digital.

A livello di settore, il contributo diretto ed indiretto del digitale risulta importante in quelli in cui si concentra, ad oggi, la produzione di CO2 italiana: in particolare il settore del trasporto stradale, quello elettrico e quello dei processi industriali e fonti fossili.

Insieme, questi settori pesano per il 58,7% delle emissioni italiane del 2019 ma, grazie agli impatti diretti ed indiretti del digitale, vedranno una riduzione rispettivamente del 100%, 85,5% e del 42,5%.

All’estremo opposto, invece, risultano più marginalmente impattati dal digitale il comparto dei rifiuti e quello
agricolo, con rispettivamente un contributo del digitale – diretto ed indiretto – del 12,8% e 5,2% delle emissioni che questi settori dovranno abbattere.

L’analisi dell’impatto diretto del digitale per singolo settore fornisce dei risultati interessanti. Se si prende in esame l’impatto diretto in valore assoluto (misurato in termini di CO2 risparmiata al 2050 rispetto al dato del 2019), il contributo del digitale sia molto forte soprattutto nel settore del trasporto stradale (-4,1% delle emissioni rispetto al 2019), seguito dal settore elettrico con il 3,2%.

La fascia mediana è distribuita in maniera abbastanza uniforme, con un 2,6% nei servizi, 2,1% nei processi industriali e per le famiglie e un 1,7% nel comparto manifatturiero. Molto meno rilevanti, invece, gli impatti del digitale sulla riduzione delle emissioni da rifiuti e da agricoltura, che chiudono la classifica con un -0,5% e -0,4%.

Tuttavia, se si prendono in analisi gli impatti diretti del digitale rispetto al peso delle emissioni del 2019, si può apprezzare la potenzialità del digitale come principale alleato per la decarbonizzazione delle aziende. Infatti, questo tipo di analisi evidenzia come gli impatti più significativi si avrebbero per i settori dei servizi e quello manifatturiero.

Cambiamenti climatici, perché bisogna agire ora

Un contirbuto di cui c’è un estremo bisogno, alla luce delle allarmanti evidenze portate alla luce dall’ultimo rapporto dell’International Panel on Climate Change (IPCC), che ha messo in guardia sulle conseguenze catastrofiche dell’aumento della temperatura terrestre oltre la soglia di 1,5°C.

Una soglia che ormai sappiamo sarà inevitabilmente raggiunta entro il 2040. Alcune conseguenze di questo sono già visibili, sia nel nostro Paese che nel resto del mondo – come gli episodi meteorologici estremi degli ultimi mesi – e anche le previsioni per prossimi trent’anni sono ben poco rincuoranti.

Dai dati disponibili e dai modelli di predizione sappiamo, infatti, che con l’attuale riscaldamento globale (+1° C), i fenomeni estremi di temperatura sono circa 3 volte più frequenti e più intensi di 1,2 gradi rispetto al periodo preindustriale.

Le precipitazioni sono oggi 1,3 volte più frequenti 7 volte e più intense rispetto al periodo 1850-1900. Frequenza e intensità di questi fenomeni sono, inoltre, destinate ad aumentare ulteriormente con il riscaldamento globale: ad un aumento di 1,5° C, si registrerebbero ondate di estremo caldo doppiamente frequenti e intense rispetto ad oggi.

Se alcuni di questi effetti possiamo prevederli, altre conseguenze di questi fenomeni sono per noi soltanto immaginabili. Perché, come spiega Carlo Carraro, Rettore emerito dell’Università Cà Foscari di Venezia e Vicepresidente dell’International Panel on Climate Change delle Nazioni Unite (Ipcc), ci troviamo e ci troveremo a vivere in un contesto ambientale dove l’uomo non ha mai vissuto.

“Per trovare livelli di gas serra così elevati a quelli attuali dobbiamo andare indietro 10 milioni di anni e per trovare livelli di temperatura così alti come quelli attuali dobbiamo andare indietro 3 milioni di anni”, commenta.

E non è solo l’aumento della temperatura e delle emissioni a preoccupare, ma anche il ritmo con il quale sta avvenendo. Osservando le variazioni di temperatura a livello globale si rileva, in appena un secolo, un aumento di +1,1° C, dopo 2.000 anni in cui le oscillazioni di temperatura non superavano i 0,2° C.

L’aumento della temperatura terrestre, con la conseguente maggiore intensità e frequenza dei fenomeni climatici estremi, hanno anche un impatto molto significativo in termini economici.

Si stima che i disastri naturali di origine climatica si sono tradotti in una perdita economica di oltre 4 trilioni di dollari negli ultimi 20 anni e anche questo dato sta mostrando una dinamica accelerativa.

L’innegabilità dell’evidenza scientifica che mostra le dimensioni del problema ha fatto sì che nell’ultimo rapporto dell’Ipcc per la prima volta tutti gli stati firmatari hanno riconosciuto che tale aumento della temperatura è da ricondurre alle attività dell’uomo.

Rispetto all’epoca preindustriale, e in particolare alle temperature registrate nei decenni 1850-1900, le attività umane sono attualmente responsabili di un aumento della temperatura di circa 1° C, mentre i driver naturali di cambiamento della temperatura terrestre (come raggi solari, attività vulcaniche, ecc.) e variabilità interna sono complessivamente responsabili di un aumento di circa +0,3° C e restano quindi un agente marginale, rispetto alle attività umane.

Il ruolo dell’Europa e dell’Italia nella riduzione delle emissioni

In questo contesto, l’Unione Europea e l’Italia hanno l’opportunità di giocare un ruolo chiave. Rispetto al 1990, le emissioni cinesi sono quadruplicate, quelle degli USA si sono mantenute pressoché stabili, mentre quelle dell’Unione Europea sono in diminuzione con l’Italia che guida il processo con una riduzione del 19%.

Inoltre, il 2021 è stato, finora, un anno chiave per la svolta nelle politiche per incentivare la trasformazione verso una società più sostenibile, nell’ottica di una trasformazione che vede la trasformazione green profondamente legata a quella digitale, tanto che si parla di “twin revolutions”, rivoluzioni gemelle.

In ambito europeo, negli ultimi mesi iniziato ad allocare i fondi del Next Generation EU, il piano da circa 750 miliardi di Euro che si pone apertamente l’obiettivo di costruire un’Europa più verde e interconnessa, che sia avanguardia tecnologica e industriale nella realizzazione della transizione energetica.

Inoltre, la Commissione ha intensificato gli sforzi con il pacchetto “Fit for 55”, che vuole adeguare alcuni target al nuovo obiettivo del taglio di emissioni del 55% entro il 2030 e del raggiungimento della neutralità climatica entro il 2050 (primo continente al mondo), anche grazie all’adozione della tassonomia europea per la finanza sostenibile.

Uno sforzo necessario, visto che i modelli indicano che senza ulteriori interventi l’Europa raggiungerebbe l’obiettivo del taglio delle emissioni del 55% soltanto nel 2048 e l’Italia nel 2060.

Italia che può vantare alcuni buoni primati in campo di sostenibilità. Siamo il Paese più virtuoso nella raccolta differenziata e, appunto, il Paese guida per il taglio delle emissioni in Europa.

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza italiano dedica ingenti risorse sia alla trasformazione digitale che a quella verde. Infatti, dei 235,1 miliardi di euro complessivi – 191,5 miliardi di Euro provenienti dal Recovery and Resilience Facility, più 13 miliardi di euro dal fondo REACT-EU e 30,6 miliardi di euro provenienti da un fondo complementare alimentato dalle risorse di bilancio –  le risorse destinate alla trasformazione verde sono 59,4 miliardi di euro, mentre 40,3 miliardi di euro sono indirizzati alla digitalizzazione.

Nonostante ciò, il Piano italiano presenta ancora evidenze di una mancata comprensione dell’interconnessione tra il digitale e la sostenibilità, come spiega Ilias Iakovidis, Advisor per il Direttorato Communications Networks, Content & Technology della Commissione Europea.

“Se guardiamo al PNRR italiano, si può notare ancora una quota troppo marginale dell’utilizzo del digitale nei progetti di trasformazione verde. Questo è un fattore che desta molta preoccupazione, perché indica ancora una scarsa comprensione su come utilizzare il digitale e sono proprio queste le competenze che dobbiamo costruire”.

Le proposte strategiche per il sistema Paese

Ed è da questa considerazione che si sviluppano le proposte elaborate dallo studio per guidare l’Italia in questo percorso di duplice cambiamento.

Si deve partire proprio dalle competenze, che rappresentano il principale fattore di ritardo nella digital transformation del nostro Paese, per cui l’Italia risulta addirittura ultima nell’Unione Europea.

Questo gap si traduce non solo in una minore competitività internazionale, ma può addirittura pregiudicare il successo della transizione verde. È quindi necessario, sottolinea lo studio, investire con forza nella diffusione di competenze digitali, sia sviluppando competenze informatiche di avanguardia nei giovani, che intervenendo con decisione per l’upskilling del mercato.

In questo senso, alcune proposte concrete possono essere la creazione di corsi di cittadinanza digitale, gratuiti ed universali, per diffondere competenze digitali di base in tutto il territorio. Per quanto riguarda la formazione in ingresso, invece, si potrebbe procedere ad inserire corsi di coding e data science in tutti i percorsi di studio, a partire dalla scuola d’infanzia.

Per fare ciò, bisognerà quindi adeguare i percorsi di studio abilitanti all’insegnamento, prevedendo una forte alfabetizzazione informatica anche per i docenti.

“Il digitale è la leva chiave per la decarbonizzazione, così come per l’efficienza produttiva, due obiettivi congiunti che permettano all’Italia di realizzare una leadership economica e industriale su scala globale. Oggi siamo alle porte di un processo che, in favore del sistema Paese, chiama in gioco in primo luogo le competenze professionali e la formazione del capitale umano, per attivare una necessaria rivoluzione culturale digitale”, commenta Giuseppe Di Franco, Presidente e Amministratore Delegato di Atos Italia e Vicepresidente di Atos Group.

La seconda proposta riguarda proprio la valorizzazione della sinergia tra il digitale e la sostenibilità nei criteri per la selezione dei progetti e l’allocazione dei fondi del PNRR, a livello nazionale come a livello locale. Inoltre, il documento propone di procedere a mappare i progetti del PNRR che hanno un impatto su digitalizzazione e sostenibilità,
pesandone il contributo del digitale.

La terza proposta è quella di creare dei poli di eccellenza per lo sviluppo di tecnologie digitali per la decarbonizzazione nei settori del trasporto, sistema elettrico e per i servizi (settori in cui si concentra l’impatto del digitale), che abbiano l’obiettivo di sviluppare ecosistemi di impresa con leadership tecnologica e industriale a livello globale.

Centri che sono indispensabili per assicurare che nelle twin revolutions il nostro Paese non assuma un ruolo marginale, quanto piuttosto un ruolo di leader. Per accelerare questo processo, lo studio propone la creazione di poli di eccellenza per lo sviluppo delle tecnologie chiave per la decarbonizzazione, con particolare attenzione a quelle digitali.

Per evitare la dispersione dei fondi, l’obiettivo potrebbe essere quello di sviluppare ecosistemi di eccellenza in quei settori dove lo sforzo per la decarbonizzazione deve essere maggiore: il trasporto stradale, il settore elettrico e le tecnologie digitali per la decarbonizzazione dei servizi.

Infine, la quarta proposta è orientata alla creazione di un indicatore che misuri l’impatto della digitalizzazione sulla transizione verde, che permetta la misurazione nel tempo ed il benchmarking tra Paesi.

Il documento

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Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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