Quarant’anni dopo l’addio sancito dai referendum l’Italia torna a puntare sul nucleare, forte di una filiera industriale rimasta attiva sui mercati internazionali nonostante il blocco domestico.
È quanto emerge dal Nuclear Energy Innovation Outlook 2026 del Politecnico di Milano, presentato all’indomani dell’approvazione definitiva della legge delega al Senato, un passaggio che riapre ufficialmente la partita energetica nazionale tra opportunità industriali, costi stimati e il rischio concreto di un nuovo pronunciamento popolare.
Secondo il Report l’aumento della domanda e la crescente decentralizzazione della generazione richiederanno un adeguato sviluppo delle infrastrutture energetiche: in assenza di tali interventi potrebbe aumentare lo squilibrio tra produzione e consumo a livello regionale, con possibili pressioni al rialzo sui prezzi elettrici zonali.
In questa prospettiva il nucleare può contribuire come fonte programmabile complementare alle rinnovabili, supportando al contempo la decarbonizzazione e la sicurezza energetica.
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I costi del nucleare: incertezza sui primi reattori, valore strategico per il sistema
Per il primo reattore di uno Small Modular Reactor italiano che entrerà in funzione, il Report stima un LCOE (costo medio unitario di generazione dell’elettricità nel corso dell’intero ciclo di vita dell’impianto) tra 110 e 217 €/MWh: 217 nello scenario conservativo (9.000 €/kWe, 8 anni di costruzione), 150 in quello standard (8.000 €/kWe, 6 anni di costruzione) e 110 in quello ottimizzato (7.000 €/kWe, 5 anni di costruzione).
Per il primo impianto un range realistico potrebbe attestarsi tra 135-196 €/MWh: su questo intervallo peseranno i tempi di costruzione e i costi di investimento e del capitale. Considerando poi i reattori SMR successivi, ci si aspetta che gli LCOE si collochino tra 110 e 147 €/MWh nello scenario con maggior sviluppo di reattori, contro 115-154 nello scenario intermedio al 2050, ossia qualora l’implementazione sia un po’ rallentata.
Non si tratta di costi di produzione contenuti: a fronte di essi, però, il nucleare assicura una produzione di base (baseload) stabile e programmabile, contribuendo ad autonomia energetica e decarbonizzazione. Una sorta di “PPA di sistema”, che garantisce nel lungo periodo energia a condizioni prevedibili e poco esposte alla volatilità dei combustibili fossili.
I benefici più rilevanti riguardano: sicurezza e resilienza (meno gas importato, minore esposizione alle crisi geopolitiche, meno volatilità dei prezzi), ricadute sulla filiera e sul calore industriale in sostituzione della cogenerazione fossile, bassissime emissioni, con impatto positivo su transizione energetica e decarbonizzazione. Più in generale, anche in termini di costi, un mix ottimizzato di rinnovabili non programmabili e fonti programmabili a basse emissioni, quali termoelettrico a gas con CCS e nucleare, potrà ridurre il costo medio di generazione dell’elettricità del 15-17% al 2050.
“Il nucleare può giocare un ruolo chiave nel mix energetico nazionale in un sistema elettrico destinato a cambiare profondamente. La domanda elettrica nazionale è prevista raddoppiare al 2050, trainata dalla progressiva elettrificazione dei consumi in tutti i settori: dalle pompe di calore nel civile alla mobilità elettrica nei trasporti, fino all’elettrificazione di molti processi industriali e alla crescita della domanda per cloud computing e data center. Il mix di generazione, oggi composto per il 60% da termoelettrico convenzionale e per il 40% da rinnovabili, evolverà verso un sistema alimentato per il 75-83% da fonti rinnovabili non programmabili (in linea con gli scenari degli altri Paesi europei) che dovranno essere integrate da fonti programmabili decarbonizzate”, spiega Vittorio Chiesa, direttore di Energy&Strategy e responsabile del Report.
“È qui che si inserisce il nucleare: non è la fonte di energia elettrica più conveniente, ma assicura una produzione di base continua e programmabile, contribuisce a stabilizzare il prezzo dell’energia e, rispetto alle rinnovabili, comporta minori investimenti in reti e accumuli. Serve una transizione energetica che sia anche sicura e strategica, oltre che green”, aggiunge.
La situazione nucleare nel mondo
Negli ultimi 20 anni si è registrata una riduzione del numero di reattori operativi nel mondo, passati da 440 nel 2005 a poco più di 417 nel 2026, ma la capacità installata è rimasta pressoché la stessa perché è aumentata la taglia, passata da 836 MWe nel 2005 a 910 MWe nel 2024.
Europa e Stati Uniti mantengono un ruolo centrale nello sviluppo di reattori innovativi, nonostante il baricentro si stia spostando verso il continente asiatico: negli ultimi 10 anni, infatti, il 51% di quelli entrati in esercizio si è basato su tecnologia di origine cinese (il 36% su quella russa) e la Cina è anche il primo Paese al mondo per capacità nucleare in fase di costruzione, con 40 GW su 81 GW complessivi.

Dall’analisi geografica emerge però che è l’Europa l’area con più capacità installata al 2026 (118 GWe su un totale di 379 GWe), seguita da Nord America (110) ed Asia Far East (108).

La Francia è di gran lunga il Paese europeo con la maggior capacità nucleare operativa, pari a 63 GWe. Seguono Russia (28), Ucraina (13), Spagna e Svezia (7). Ad oggi, 17 Paesi europei risultano avere almeno un reattore operativo.

Questo consente all’Europa di giocare la propria parte nella gestione dell’operatività degli impianti e negli interventi di Lifetime Extension: l’ultimo Programme Illustrative Nucléaire Communautaire (PINC) dell’Unione Europea, pubblicato a marzo 2026, prevede 241 miliardi di euro di investimenti nel nucleare civile fino al 2050. Inoltre, i Paesi occidentali sono in prima linea nella progettazione di design dei piccoli reattori modulari come SMR, AMR e MMR, al centro anche della European Industrial Alliance on SMR, tesa ad armonizzare le regolamentazioni e a facilitare i progetti in Europa.
La nuova frontiera: gli Small Modular Reactor
Nel mondo risultano in sviluppo almeno 95 design di piccoli reattori modulari, di cui solo 74 con informazioni disponibili (guidano gli USA con 37 e la Francia con 11), più altri pronti a unirsi alla corsa.
La principale tipologia è quella degli Advanced Modular Reactor (40), seguita da Small Modular Reactor (23) e Micro Modular Reactor (11).
L’Italia vanta attori importanti in questa sfida: enti di ricerca, gruppi industriali e start-up, impegnati sia in progetti europei sia nello sviluppo di propri design di Advanced e Micro Modular Reactor.
Sul fronte della stabilità economica, i grandi reattori europei si reggono sull’intervento pubblico. Per gli Small Modular Reactor, i contratti di fornitura di lungo periodo (PPA) con industrie e data center sono una delle vie più promettenti, ma non è ancora chiaro come in Italia si affronteranno questi aspetti.
Gli SMR e AMR rappresentano soluzioni prioritarie anche per la decarbonizzazione delle industrie energivore, soprattutto se integrati nei distretti industriali ad alta intensità energetica, ma per affermare la loro competitività occorrono modelli di business basati su consorzi, con una chiara ripartizione dei rischi tra pubblico e privato e il supporto di strumenti finanziari e meccanismi di garanzia per rendere i progetti sostenibili.
Inoltre, servono percorsi di licensing e autorizzazione lineari e con tempistiche certe, e la capacità di realizzare in serie le componenti chiave mantenendo il rispetto dei requisiti di qualità.
Infine, c’è il tema dei rifiuti: l’Italia deve realizzare il Deposito Nazionale per circa 98.000 m³ di rifiuti radioattivi, derivati dalla vecchia stagione nucleare e da altri settori, come ricerca, industria e medicina. La realizzazione del Deposito Nazionale e del Parco Tecnologico connesso genererà oltre 4.000 posti di lavoro all’anno durante il cantiere e circa 700 nella fase di esercizio, più 300 nell’indotto, ma per la costruzione sono necessari ancora vari anni.
“Le imprese italiane devono entrare nei progetti di realizzazione di Small Modular Reactor e Advanced Modular Reactor nel mondo, e la presenza in Italia di sviluppatori di design di questi tipi di reattori può facilitare l’inserimento della filiera ora impegnata nel nucleare tradizionale – conclude Chiesa -. Servono partnership internazionali, la specializzazione in segmenti chiave e lo sviluppo dell’export di tecnologie e componenti. Sarà fondamentale anche il ruolo della formazione, per garantire qualità e sicurezza: occorreranno operatori specializzati, dotati delle certificazioni richieste dagli sviluppatori, e la sfida per l’Italia sarà fare crescere internamente queste competenze e saper attrarre profili dall’estero. Parliamo di opportunità concrete per PMI e fornitori di componenti e servizi ingegneristici, ma che richiedono un quadro regolatorio chiaro e coerente. È essenziale il ruolo delle istituzioni nella diffusione di informazioni corrette, nel sostenere la filiera e nel rendere operativo un primo impianto già entro il 2035, attraverso un forte coordinamento tra attori pubblici e privati”.








