L’automazione dei processi in Italia attraversa un momento di forte espansione tecnologica a cui, tuttavia, non corrisponde ancora una diffusa maturità gestionale.
Il 62% delle grandi imprese ha già adottato soluzioni dedicate, sostenute da investimenti medi annui tra 200 e 250 mila euro, mentre l’8% ha avviato sperimentazioni di Agentic Automation.
Tuttavia, la capacità di trasformare questi strumenti in un asset strategico resta limitata.
Secondo i dati dell’Osservatorio Intelligent Business Process Automation del Politecnico di Milano, appena l’8% delle realtà analizzate ha implementato queste tecnologie su larga scala, integrando modelli organizzativi strutturati e una visione di lungo periodo.
Resta inoltre elevato il divario di adozione di tecnologie di process automation tra grandi realtà e PMI. Nelle piccole e medie imprese, infatti, l’utilizzo di tali strumenti è fermo al 15% nonostante il 22% del tempo lavorativo sia ancora assorbito da attività ripetitive con ampi margini di efficientamento.
L’analisi delle prime 50 aziende europee per fatturato evidenzia la centralità dell’automazione dei processi nelle strategie delle grandi organizzazioni, con oltre il 90% del campione che ha già reso pubblici casi d’uso in questo ambito. Quasi la metà di queste realtà, il 48%, integra inoltre componenti di AI nelle proprie applicazioni.
Lo scenario nazionale mostra una crescita significativa: il 62% delle grandi imprese italiane utilizza almeno una tecnologia di process automation, con un incremento di 10 punti rispetto al 2024.
Aumenta anche l’adozione di soluzioni di automazione intelligente, che raggiungono il 30% del campione (+7%). Le aree di applicazione variano in base alla tecnologia impiegata: gli strumenti tradizionali si concentrano principalmente in Amministrazione, Finanza e Controllo, Operations e Acquisti.
Al contrario, le soluzioni intelligenti trovano spazio soprattutto nelle Operations, nel Customer Service e, a seguire, nel Marketing e nell’Advertising.

Nonostante la diffusione tecnologica, solo l’8% delle grandi aziende italiane (+2 punti rispetto al 2024) rientra nella categoria degli Strategic Deployer secondo il modello di maturità dell’Osservatorio, che identifica organizzazioni che hanno implementato i sistemi su larga scala, con competenze diffuse, modelli organizzativi strutturati e una roadmap definita.

La scarsa numerosità di queste realtà dipende dalla complessità dei prerequisiti necessari: un’efficace valorizzazione dell’automazione richiede infatti una digitalizzazione documentale avanzata e l’interconnessione dei sistemi con il superamento dei silos informativi.
Attualmente, solo il 41% delle imprese presenta queste condizioni e appena il 3% ha completato tale percorso in tutte le aree aziendali.
Un segnale di evoluzione organizzativa arriva dalla presenza di team dedicati, attivi nel 45% delle imprese che operano nell’ambito della process automation, in crescita di 5 punti sull’anno precedente.
Tuttavia, la specializzazione interna appare ancora sbilanciata: le competenze si concentrano prevalentemente sulle fasi di delivery e sulla definizione delle architetture delle soluzioni, lasciando i modelli di governance ancora poco strutturati.
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I benefici e gli impatti della Process Automation
L’efficacia degli investimenti in automazione viene oggi misurata con un approccio prevalentemente orientato all’efficienza interna. Tra le aziende che hanno avviato almeno un’applicazione di process automation, il 74% dispone di un sistema di monitoraggio strutturato.
Tuttavia, le metriche utilizzate si concentrano su indicatori di produttività: la riduzione delle attività manuali ripetitive è l’indicatore più diffuso, adottato dal 49% delle imprese.
Il limite attuale risiede nella scarsa attenzione verso gli impatti qualitativi e strategici sulle risorse umane. Solo il 25% delle organizzazioni monitora il ricollocamento del personale verso attività a maggiore valore aggiunto, mentre appena il 21% misura il livello di soddisfazione dei clienti o degli utenti interni.
Resta ancora marginale la quota di aziende che analizza lo sviluppo di nuove competenze interne o i benefici legati al benessere organizzativo e alla sostenibilità.
Un fenomeno rilevante emerso dalla ricerca riguarda il ritorno alla gestione interna di processi precedentemente esternalizzati: il 14% delle grandi aziende ha già completato operazioni di re-internalizzazione (insourcing) di attività affidate a società di servizi, riducendo o eliminando il contributo dei fornitori esterni grazie all’automazione.
Si tratta di una tendenza destinata a consolidarsi, con un ulteriore 15% delle imprese che dichiara di voler intraprendere questo percorso nei prossimi 12 mesi.
“L’automazione dei processi aziendali vive un momento di altissima attenzione, con segnali di una nuova rivoluzione tecnologica già in atto”, dichiara Giovanni Miragliotta, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Intelligent Business Process Automation.
“Dalla Robotic Process Automation agli Agenti di AI, le organizzazioni dispongono di strumenti sempre più avanzati, in grado di automatizzare non solo singole attività ripetitive ma interi processi complessi. La vera sfida non è più tecnologica, ma strategica: ripensare i procedimenti in una logica di collaborazione virtuosa tra persone e macchine, trasformando l’innovazione in valore concreto e duraturo per l’impresa”, aggiunge.
Business Process Automation, cresce (lentamente) l’adozione tra le PMI
Tra le piccole e medie imprese, l’adozione di tecnologie di automazione è in crescita, seppur ancora estremamente limitata.
Il 15% delle realtà utilizza soluzioni di process automation tradizionali, come le applicazioni per automatizzare lo scambio dati tra software o per semplificare i flussi di lavoro, dato che segna un incremento di 6 punti rispetto al 2024.
Nonostante l’interesse crescente, gli investimenti rimangono contenuti, con una spesa media annua che non supera i 10 mila euro.
Il potenziale di efficientamento per questa fascia di mercato resta tuttavia elevato, considerando che il 22% del tempo lavorativo nelle PMI è ancora assorbito da attività ripetitive.
Un segnale positivo arriva dalla consapevolezza dei benefici: più di un’azienda su cinque tra quelle che non hanno ancora adottato alcuno strumento dichiara di volerlo fare nel breve periodo.
L’ecosistema delle startup: Italia sesta in Europa per capacità di attirare capitali
Il dinamismo del mercato europeo è alimentato da un ecosistema di 504 startup attive negli ambiti della Process Intelligence e dell’Automation, realtà che rappresentano il 18% delle startup globali del settore e che hanno saputo intercettare il 10% dei finanziamenti complessivi.
Il panorama continentale vede il Regno Unito in posizione di leadership, ospitando il 31% delle startup europee, seguito dalla Germania con il 12%. Insieme alla Francia, questi Paesi sono gli unici ad aver superato la soglia del miliardo di dollari in finanziamenti ricevuti.

L’accelerazione del comparto è testimoniata anche dal ritmo delle acquisizioni a livello globale. Se tra il 2015 e il 2020 la media era di 6 operazioni l’anno, nel quinquennio 2021-2025 la frequenza è salita a 22. In questo scenario più recente, l’Europa ha contribuito con 26 società acquisite, pari a un quinto del totale mondiale, con una prevalenza di aziende con sede in Germania e nel Regno Unito.
L’Italia registra una presenza più contenuta, con 17 startup identificate e una raccolta complessiva di circa 160 milioni di dollari, valore che rappresenta meno del 4% del totale europeo.
Sebbene non si registrino ancora società acquisite nel nostro Paese, il valore mediano dei finanziamenti ricevuti si attesta a 2,4 milioni di dollari, posizionando l’ecosistema italiano al sesto posto nella classifica degli Stati europei per capacità di attrazione dei capitali.

















