Dagli Smart PIR alle Zone professionali speciali, la ricetta del prof. Carnevale Maffè per rilanciare industria 4.0

Carlo Alberto Carnevale Maffè

Dagli “smart PIR” alle zone professionali speciali, dal patto per la fiducia fino al curriculum digitale. Sono state tante le suggestioni che Carlo Alberto Carnevale Maffè, docente della SDA Bocconi School of Management, ha portato ai delegati di ANIE, la federazione di Confindustria del settore elettrotecnico ed elettronico, che ha tenuto a Milano l’assemblea 2018.  Una delle maggiori organizzazioni di categoria del sistema confindustriale per peso, dimensioni e rappresentatività, che conta 1.300 aziende, con circa 468.000 addetti e un fatturato aggregato (a fine 2016) di 74 miliardi di Euro.

Smart PIR per finanziare ricerca e sviluppo

“I PIR (Piani individuali di risparmio, ndr) sono uno strumento che sta funzionando, anche se ancora un po’ troppo generico”, spiega Carnevale Maffè. “Potrebbero essere indirizzati in una versione ‘smart’ verso le aziende che si occupano di innovazione tecnologica. L’idea è quella di un fondo allungato nella durata, quindi una decina danni invece che cinque attuali, e allargato nella capienza, con un plafond intorno al milione di euro per ogni sottoscrittore. In questo modo si possono dare alle imprese che cercano capitali pazienti, ad orizzonte lungo, una fonte di finanziamento adeguata, a fronte di un sistema bancario che fa fatica a garantire il capitale”. 

Per il professore, tra l’altro, questa misura attirerebbe finalmente gran parte del risparmio italiano “che in questo momento è sotto il materasso dei conti correnti e lo reindirizzerebbe nell’area che investe di più”. Le imprese che fanno capo ad Anie, infatti, investono molto in R&D. “Sono aziende – spiega – che hanno il quadruplo della media degli investimenti in ricerca e sviluppo ma, per questo, hanno  bisogno di capitale che sappia attendere risultati di lungo periodo”.

Zona professionale speciale e trasparenza del lavoro

Tra le proposte presentate da Carnevale Maffè anche quella legata a un nuovo modello organizzativo e previdenziale per chi lavora sul cloud, con la creazione di una “zona professionale speciale” dedicato allo smart working. “Il nome richiama le zone economiche speciali cinesi – sottolinea Maffè – che non sono un territorio ma un modello organizzativo. Chi lavora e chi studia sul cloud ha regole, contratti e modelli organizzativi previdenziali specifici diversi”. 

“L’idea è quella di creare un ambiente di studio e di lavoro trasparente – prosegue –  in cui nessuno abbia nulla da nascondere. I contratti possono essere riscritti, sia dal punto di vista retributivo che previdenziale e, in un contesto di trasparenza, il lavoro deve essere flessibile e tutelante. In  questo senso, quindi, il governo potrebbe concedere per esempio una una zona franca organizzativa speciale invece di iper-regolamentare in maniera molto frammentata i singoli settori”.

Un “patto di fiducia fiscale” per le imprese 4.0

La grande quantità di dati che arriva dall’industria 4.0 può diventare un nuovo strumento per la semplificazione fiscale grazie a un “patto di fiducia” che si può creare tra il fisco e le imprese. “La proposta è molto semplice – spiega – e prende le mosse proprio dalle ipotesi contenute nel contratto di governo: chiunque usi processi 4.0 deve essere esentato dall’onere della prova fiscale che ancora oggi grava sulle imprese e questo comporterà un’inversione o, più correttamente, un ripristino del corretto onere della prova a carico dello Stato”.  

Secondo Maffè, infatti, il fisco non deve contestare un processo economico con il diritto di avere ragione ma deve dimostrare che non è così. “Come settori industriali abbiamo fatto un patto di trasparenza, di accountability e tracciabilità, che ci rende immediatamente verificabili. È un principio semplice che dice che investe in trasparenza deve essere favorito dallo Stato, chi invece non lo fa si tiene l’onere della prova. E questo è anche un modo per incentivare l’uscita dell’evasione fiscale con un patto tra impresa e fisco”. 

Il curriculum digitale come segno di “cittadinanza moderna”

Grande attenzione, infine, alla parte relativa alla formazione che, poco a poco, sta colmando un ritardo sulle attività organizzative. “Dobbiamo cominciare dalle scuole, agganciarci alle università, e introdurre nel contesto dell’organizzazione del lavoro la formazione permanente. I primi esperimenti di alternanza scuola-lavoro, di collegamento tra impresa centri di eccellenza universitari e Governo, sono in corso ma dobbiamo fare molto di più”. 

Tra le idee messe in campo anche quella di un curriculum digitale professionale che deve essere aggiornato sul cloud in modo  tale che ci sia una totale trasparenza.  “Ciascuno di noi dovrebbe avere un curriculum digitale che è un grado di cittadinanza moderna – sottolinea – e chi si occupa di queste settore deve fare un po’ da evangelizzatore, da profeta dell’Innovazione. Dobbiamo arrivare a permeare di cultura digitale e tecnologica tutta l’attività da quella sociale e culturale dino all’assistenza sanitaria o al welfare. Questa è una missione che non riguarda solo il settore – conclude – ma che, attraverso una sorta di contaminazione culturale,  riguarda l’intera nazione”.

Fabrizio Cerignale

Giornalista professionista, con in tasca un vecchio diploma da perito elettronico. Free lance e mobile journalist per vocazione, collabora da oltre trent’anni con agenzie di stampa e quotidiani, televisioni e siti web, realizzando, articoli, video, reportage fotografici. Giornalista generalista ma con una grande passione per la tecnologia a 360 gradi, da quella quotidiana, che aiuta a vivere meglio, alla robotica all’automazione.

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