Meno tasse per chi fa innovazione: la ricetta (di Calenda) per guarire l’Italia dai ‘mostri’

La riduzione della tassazione generalizzata alle imprese “può essere fatta solo e unicamente verso le imprese che investono in digitale o ambiente”. È una delle indicazioni molto concrete, e molto nette, che emergono dalle pagine del libro ‘I Mostri’ – sottotitolo ‘e come sconfiggerli’ –, di Carlo Calenda, pubblicato da Feltrinelli.

Nel volume, l’ex ministro dello Sviluppo economico nei governi Renzi e Gentiloni, e poi fondatore nel novembre 2019 del partito Azione dopo aver lasciato il Pd, traccia un’analisi della situazione del Paese, sottolineando che per migliorarla davvero occorre sconfiggere appunto i suoi ‘mostri’ che la affliggono.

Mostri storici come l’alta evasione fiscale, la tassazione pesante sul lavoro e sulle imprese – e più leggera sulle rendite finanziarie –, il mal governo e gli interessi di parte, la mancanza di una visione politica strategica, la difficoltà a fare impresa e innovare (e molto altro ancora). E anche mostri più recenti, come l’incapacità di far fronte al cambiamento – innanzitutto tecnologico, e quindi economico –, con i tempi dettati da questo cambiamento. Non a caso, uno dei punti e dei rimedi della ricetta di Calenda per guarire il Paese è proprio quello di favorire, anche con una riduzione del carico fiscale, e altri incentivi, “le imprese che investono in digitale o ambiente”, chi fa produzione hi-tech e green.

Calenda, da ministro dello Sviluppo economico, è stato l’artefice principale del Piano nazionale Industria 4.0, varato nel 2016, che ha iniziato a incentivare le imprese a fare innovazione, e a buttare via i ferri vecchi della produzione, con misure a favore dei nuovi investimenti e sgravi fiscali. Un Piano che nei numeri e nei volumi di adesione da parte delle aziende ha senz’altro funzionato, con una discreta adesione anche da parte delle Pmi – è stato come un sasso gettato nello stagno della politica industriale italiana, praticamente immobile da secoli –, non senza qualche effetto meno positivo: dato che gli incentivi statali di questo tipo negli anni scorsi hanno sempre avuto durata molto, troppo breve, annuale o poco più, non poche aziende hanno scelto di cogliere l’occasione in fretta ma senza pianificare e programmare bene cosa e come innovare.

Risultato: tante situazioni in stile ‘Prendi i soldi e scappa’ (per usare il titolo di un film di Woody Allen), tanta innovazione fatta molto, a volte troppo di corsa, seguendo più le suggestioni e le ‘mode’ del momento, che invece un’adeguata pianificazione in base alle reali condizioni e obiettivi aziendali.

Ma guardando a oggi, e soprattutto al futuro, e allo scenario generale, Calenda rimarca che “l’Italia è l’anello fragilissimo di un Occidente fragile. Una fragilità derivante da quasi cinquant’anni di malanni diventati cronici. Certamente nessun Paese ha avuto un così lungo periodo di pessimo governo. Eppure non tutto può essere spiegato in questo modo. La classe dirigente la scegliamo noi, salvo poi regolarmente dimenticarci di averlo fatto. La capacità di autoassolverci è diventata un nostro tratto distintivo. Uno dei mostri che affollano il labirinto”.

Tasse da abbassare e spesa pubblica da gestire meglio

Tra i vari mostri da sconfiggere, c’è la questione fiscale e la gestione della spesa pubblica. E Calenda sottolinea: “l’evasione si può combattere. Ci sono tutti gli strumenti informativi per farlo incrociando le banche dati. Non sono implementati per ragioni politiche. Non c’è alcun bisogno di varare provvedimenti stravaganti come la lotteria degli scontrini”. Mettiamo in conto però che, nel momento in cui faremo sul serio, si troveranno sempre le ragioni per criticare l’azione di recupero dell’evasione (Grande fratello, autoritarismo, Stato inefficiente, cosa fanno gli altri Paesi, e via dicendo).

Secondo Calenda, le tasse potranno essere abbassate realmente solo con il recupero dell’evasione, quella recuperabile vale circa 50 miliardi di euro, l’anno. In pratica, più di una Manovra finanziaria di media intensità. Per questo va creato un vincolo di destinazione tra risorse recuperate dall’evasione e abbassamento delle tasse, eliminando così l’alibi “dell’uovo e della gallina” – le tasse sono troppo alte e dunque non le pago –, e rassicurando i contribuenti sul fatto che i soldi recuperati non andranno ad alimentare spese non necessarie.

Un nuovo approccio per rilanciare gli investimenti

In più, rileva l’ex ministro del Piano Industria 4.0, la riduzione della spesa pubblica e l’efficienza della spesa sono cose diverse. “Dobbiamo perseguire la seconda, tenendo invariata la prima”. Spendiamo in pensioni 276 miliardi di euro l’anno. Quasi due volte e mezza la spesa sanitaria (119 miliardi) e oltre quattro volte quella per l’istruzione (66 miliardi). L’Italia non spende significativamente di più degli altri grandi Paesi europei; spende peggio. “Sanità e scuola sono le priorità. Le pensioni no. Sulla sicurezza investiamo quanto gli altri Stati europei. In questo settore non abbiamo bisogno di più risorse ma di più efficienza”.

Per rilanciare gli investimenti pubblici serve passare da un approccio “gli italiani sono ladri e dunque costruisco norme che riusciranno a prevenire la corruzione” a “gli italiani sono onesti e dunque le norme sono semplici (con meno intermediazione politica e corruzione conseguente) e i controlli fatti ex post. Se qualcuno è condannato per corruzione, le pene saranno severe”.

Ecco un’altra mossa molto concreta suggerita dal leader di Azione: “ogni ministro deve rendicontare la spesa in riferimento agli impegni e implementare un set di indicatori di performance. Al lancio di ogni iniziativa di spesa deve corrispondere una lista di obiettivi quantitativi. Si può fare, ho applicato questa metodologia a Impresa 4.0, Piano straordinario per il Made in Italy e Strategia energetica nazionale”.

La riduzione del debito passa per 3 azioni fondamentali

Nell’ultima sua fatica editoriale, il manager e politico romano rimarca anche che nessun intervento di riduzione del debito pubblico con operazioni straordinarie avrà risultati significativi. Lo stock è talmente gigantesco (2.200 miliardi di euro) che, anche se privatizzassimo il privatizzabile (cosa che comunque dovremmo fare), non andremmo da nessuna parte. L’emergenza economica innescata dal Coronavirus aggiungerà 200-300 miliardi a questo enorme stock. “L’unica via per ridurre il debito tutto in una volta sarebbe una gigantesca patrimoniale che porterebbe il Paese in recessione per anni”.

Per cui, la riduzione nel tempo del debito passa per tre azioni fondamentali: la produzione di un consistente avanzo primario (che deriva dalla stabilità della spesa), la crescita dell’inflazione (che avviene prevalentemente con il rilancio della domanda interna), la crescita economica. In poche parole, la riduzione del debito è il risultato di una serie di comportamenti virtuosi mantenuti nel tempo. Parecchio tempo. Di positivo c’è il fatto che i tassi rimarranno bassi molto a lungo. Possiamo costruire un piano di rilancio di ampio respiro. La recessione innescata dall’emergenza Coronavirus non cambia il contenuto delle misure necessarie, ma solo l’urgenza di adottarle.

Il federalismo non ha fallito, ha fallito al Sud

Poi Calenda ricorda e spiega: “quando ero ministro dello Sviluppo economico cercai di comprendere come semplificare i processi burocratici connessi alla vita di un’azienda: normative ambientali, di sicurezza, permessi per allargare un capannone, eccetera. Ora, il 90 per cento di queste normative è regionale o comunale. Prova ne sia che, quando Bulgari ha deciso di aprire una fabbrica a Valenza, ci ha messo diciotto mesi, avendo a che fare con amministrazioni locali capaci. In Campania ci vuole mediamente il doppio, in Calabria non è dato sapere. L’efficienza dello Stato passa oggi in larghissima misura dalla capacità delle amministrazioni locali. Era l’obiettivo del federalismo. Avvicinare rappresentanti e rappresentati”.

E l’ex ministro osserva: “non considero quell’esperimento fallito, al netto dell’assurdità delle competenze regionali sulle infrastrutture strategiche, sulle normative ambientali e altre rilevanti amenità, che abbiamo provato a correggere con il referendum costituzionale. Il principio resta valido. Nel Nord la qualità dei servizi ai cittadini è buona, nonostante l’allocazione inefficiente della spesa nazionale di cui abbiamo parlato. Senza federalismo il Nord sarebbe stato tirato giù dal Sud. I cittadini di quelle regioni lo sanno molto bene. Ed è per questo che chiedono maggiore autonomia”.

Dove il federalismo ha tragicamente fallito è al Sud. E questo rappresenta prima di tutto una sconfitta per le classi dirigenti meridionali. Prendiamo il caso estremo di autonomia: la Sicilia, regione a statuto speciale dal 1946, con autonomia erariale. “La situazione è, come sempre, tragica. Un miliardo e 300 milioni di buco di bilancio, fondi europei non spesi ma consulenze per spendere i fondi europei alle stelle (24 milioni di euro), privilegi e prebende autoassegnati a politici e dirigenti regionali per i “meravigliosi” risultati conseguiti, servizi pubblici disastrosi.

“Mi sono trovato davanti a un muro di gomma”

Eppure ad ogni intervista a un politico nazionale la prima domanda è: “I siciliani si sentono abbandonati dallo Stato, cosa propone per risolvere questa situazione?”. La mia risposta è sempre la stessa: “Siete una regione a statuto speciale, sceglietevi dei rappresentanti decorosi e capaci. Punto”. I siciliani si sono abbandonati da soli. E questo vale per molte altre regioni del Sud”.

L’accusa di Calenda prosegue: “ogni volta che da ministro ho provato a impostare una politica di attrazione degli investimenti insieme alle regioni del Sud, mi sono trovato davanti a un muro di gomma. Con poche lodevoli eccezioni, la maggior parte della mia attività di ministro, crisi industriali a parte, è stata portata avanti con le regioni del Centro-Nord. Alcune regioni non si sono mai presentate, Sicilia e Calabria in testa. Il semplice motivo è che gli amministratori delle regioni del Sud non vogliono che qualcuno metta becco nelle politiche e nei fondi di loro competenza”.

Possiamo migliorare “attraverso la buona gestione”

Come dovremmo risolvere questo problema? Innanzitutto, riequilibrando la spesa, sostengono molti economisti del Sud. Ed è vero. Contrariamente a quanto si pensa, oggi la quota di spesa pubblica che va al Sud è di gran lunga inferiore a quella che va al Nord. Negli ultimi dieci anni c’è stata una sottrazione netta di risorse verso il Sud di circa 60 miliardi di euro l’anno. La spesa sociale pro capite è 130 euro in Lombardia, 50 euro in Campania e 23 euro in Calabria. “La distribuzione delle risorse è un problema, ma non esaurisce la questione meridionale. Abbiamo visto com’è andata con i fondi europei. Più soldi meno efficienza. La questione meridionale torna sempre a sovrapporsi a quella della sua classe dirigente”.

Possiamo sperare che la borghesia del Sud finalmente decida di scendere in campo? “Forse, ma sono troppe le ‘primavere meridionali’ che abbiamo visto sfiorire. La soluzione deve essere dunque trovata in un nuovo assetto istituzionale che garantisca l’intervento diretto dello Stato laddove la situazione dell’offerta di servizi pubblici è del tutto insufficiente”. Ma soprattutto, allargando di nuovo lo sguardo all’intero Paese e al suo futuro, dobbiamo ripetere come un mantra: “non esiste la soluzione ai problemi dell’Italia. Possiamo migliorare, ma lentamente, soprattutto attraverso la buona gestione”.

Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove. Contatti: stefano.stefanocasini@gmail.com

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