Gli impatti della crisi sulle imprese e il ruolo del digitale e del green nella ripresa: il rapporto di Unioncamere

L’utilizzo delle nuove tecnologie rappresenta un’importante risorsa per le imprese: limita le differenze tra piccole e medio-grandi aziende, contribuisce a sostenere la governance delle imprese manifatturiere a conduzione familiare, agevola il recupero delle aziende dei servizi, più tartassate dal Covid. Tuttavia, rimane ancora molto da fare per promuovere la conoscenza e l’utilizzo degli strumenti di agevolazione messi in campo per sfruttare al meglio questi benefici: è quanto rileva un dossier di Unioncamere, presentato nel corso dell’Assemblea dei presidenti delle Camere di commercio.

Il dossier valuta il ruolo dei fattori in grado di rilanciare la competitività del sistema imprenditoriale italiano, esaminando il diverso impatto della crisi da Covid-19 sulle imprese e i differenti tempi per lo sviluppo produttivo, alla luce della duplice transizione ecologica e digitale.

La pandemia ha colpito un sistema imprenditoriale e un’economia che già presentava diverse criticità: il PIL pro capite italiano è infatti inferiore del 26% rispetto ai paesi dell’OCSE con le migliori performance e anche il tasso di occupazione (che era in leggero miglioramento prima dello scoppio della pandemia) è tra i più bassi dell’OCSE.

La pandemia ha colpito alcune imprese più di altre

Le micro e piccole imprese e le imprese artigiane hanno subito ancor più delle imprese medio-grandi gli effetti negativi della crisi pandemica nel 2020, con il 64% che ha registrato una riduzione del fatturato, contro il 55% delle aziende di più grandi dimensioni.

Gli investimenti nella transizione digitale e verde, sottolinea il rapporto, costituiscono una risorsa per uscire più velocemente (e meglio) dalla crisi:  la quota delle piccole e micro imprese che prevede di tornare ai livelli pre-Covid entro il 2022 sale al 70% per le imprese che hanno investito nel digitale e al 67% in quelle che hanno investito in tecnologie green.

Numeri superiori rispetto alle imprese che non hanno svolto questo tipo di investimenti (solo il 61% di queste prevede di tornare ai livelli pre-Covid entro il 2022) e che avvicinano le imprese di dimensioni ridotte alle grandi organizzazioni (che prevedono un recupero entro il 2022 nel 69% dei casi).

Tra quelle particolarmente colpite anche le aziende familiari, che costituiscono il 75% delle PMI manifatturiere e che hanno registrato gravi perdite nel corso del 2020. Soltanto il 60% di queste prevede un recupero ai livelli pre-Covid entro il 2022 (contro il 65% delle imprese non familiari), percentuale che si porta al 70% in quelle aziende che hanno investito nelle twin transitions (transizione digitale e green).

Situazione simile per le imprese artigiane e dei servizi, dove il numero di coloro che stimano una ripresa entro il 2022 scende al 54% e al 46% tra quelle che dichiarano problemi di ricambio generazionale.

Le imprese del commercio stanno affrontando e affronteranno grandi difficoltà legate agli effetti della pandemia, con dati dei consumi complessivi delle famiglie 2020 in calo del -11,7% che per il non alimentare arrivano a -14,2%.

Ad incontrare particolari difficoltà sono le imprese commerciali di minore dimensione che rispetto alle più grandi hanno verificato riduzioni di fatturato nel 2020 per una quota pari al 66% (medio-grandi: 51%), e anche nelle previsioni 2021, dato di particolare criticità visto il precedente, pari al 29% (medio-grandi: 18%).

Il settore più colpito, tuttavia, è stato quello del turismo come attestato dalla variazione reale 2019/2020 del -40% del valore aggiunto e della spesa delle famiglie con riferimento ad alberghi e ristoranti.

La crisi del comparto mostra tutta la sua drammatica evidenza nei dati dell’Osservatorio sull’Economia del Turismo: tutti i mesi sono al di sotto delle vendite registrate del 2019, con un calo vertiginoso nei primi mesi di lockdown nazionale, una leggera ripresa nei mesi di luglio, agosto e settembre, un nuovo deciso calo già ad ottobre che arriva a sfiorare la totale assenza di vendite di dicembre.

Delle limitazioni imposte ad alberghi e ristoranti ha risentito anche il comparto agroalimentare che, nonostante un buon andamento del commercio al dettaglio, ha sofferto in particolar modo delle variazioni negative dei prodotti di qualità, come vini DOP-IGP, carni bovine/suine, latte e materie grasse utilizzate nella ristorazione e salmone.

Fallimenti, pochi giovani e anche meno donne: le difficoltà delle imprese

Nel 2020 si sono contate oltre 54 mila cessazioni d’impresa in meno rispetto al 2019, dato che ci si dovrà attendere riemerga alla fine della stagione di sospensione dei provvedimenti di contrasto alla crisi. Numeri che invece nasconderebbero una vera e propria emergenza sommersa: secondo le stime sarebbero invece oltre 300 mila le società con segnali preoccupanti.

A preoccupare, tuttavia, sono anche altri fattori preesistenti alla crisi, come la presenza delle imprese giovanili (a conduzione esclusiva o prevalente di under 35) che negli ultimi 10 anni si è andata progressivamente riducendo (-22,4%), fino a rappresentare solo un terzo delle nuove iscrizioni nel registro delle imprese nel 2020, a fronte di una popolazione giovanile che si è ridotta negli ultimi 10 anni, ma non in modo così significativo (-8%).

Una perdita significativa, sottolinea il dossier, perché sono state proprio queste imprese ad aver retto meglio gli impatti della crisi: il 43% di esse, infatti, non ha registrato un calo di fatturato nel 2020, a fronte del 36% delle imprese non giovanili.

Anche guardando alle previsioni di ritorno a livelli produttivi pre-Covid-19 entro il 2022, i dati dei giovani imprenditori appaiono più ottimistici (68% contro 60%). Il digitale sembra imprimere una accelerazione significativa delle possibilità di ripresa delle imprese under 35 che vi hanno fatto ricorso, portando la quota di coloro che dovrebbero rientrare su livelli produttivi pre-crisi a ben 3 casi su 4.

Non di certo più confortanti sono i dati relativi all‘imprenditorialità femminile: le imprese a conduzione esclusiva o prevalente di donne hanno subito una riduzione di più di 20 mila nuove iscritte nel 2020, corrispondenti a una variazione del -21,0%, laddove per le altre imprese il dato è stato di -17,2%.

Si tratta di imprese concentrate in settori quali l’agricoltura, il commercio e gli altri servizi e che costituiscono ben il 22,0% delle imprese registrate. A preoccupare è soprattutto la fragilità di queste imprese, vista anche la minore probabilità di sopravvivenza delle imprese femminili a 3 (71.7%) e a 5 anni (61,9%) rispetto alle altre imprese.

 

Se tra le imprese già esistenti molte faticano ad attutire l’impatto della crisi, la pandemia ha messo un freno anche alla nascita di nuove imprese: i dati aggiornati a fine marzo, a oltre un anno dall’inizio della pandemia, portano a
63mila la stima sulla mancata nascita di imprese da marzo 2020.

Il primo trimestre 2021 ha fatto segnare un miglioramento di iscrizioni rispetto al 2020 (+7 mila nuove imprese), ma il livello è ancora al di sotto di 10 mila nuove imprese rispetto al 2019 (anno pre-Covid).

La crisi ha colpito in particolare la natalità di impresa nelle regioni settentrionali, dove il virus si è diffuso maggiormente: sono in particolare 29 le province italiane (ben 24 delle quali collocate nell’Italia settentrionale) in cui la diffusione del virus si è accompagnata a una maggiore perdita di nuove imprese rispetto al 2019.

 

Twin transitions, competitività solidale e aggregazione: gli strumenti per uscire dalla crisi

Le twin transitions (transizione digitale e green) sono uno strumento importante per uscire dalla crisi, sottolinea il rapporto, e le competenze necessarie per guidare queste transizioni diventeranno sempre più importanti: la stima per il periodo 2021-2025 del fabbisogno di personale con capacità di utilizzare competenze digitali (importanza intermedia) è compresa tra 2 milioni e 2,1 milioni di occupati (circa il 57% del fabbisogno totale), mentre quella per competenze green è compresa tra 2,2 milioni e 2,4 milioni di lavoratori (circa il 63% del fabbisogno del quinquennio).

La complementarietà tra competenze digitali e green è molto elevata, visto il ruolo cruciale delle tecnologie digitali per la transizione verde in vari settori.

Tuttavia, rimane alto il divario di competenze tra Nord e Sud del Paese, soprattutto tra le PMI: il Trentino Alto Adige svetta in cima alla classifica nazionale per livelli di digitalizzazione delle PMI, avendo un livello di digitalizzazione di 2,31 su un punteggio massimo di 4, contro una media nazionale di 2,03.

Seguono la Lombardia con un punteggio di 2,16 e l’Emilia-Romagna con 2,14. Le regioni del Sud, in particolare Sicilia (con un livello di digitalizzazione di 1,84) e Calabria (con un livello di digitalizzazione di 1,92), sono fanalini di coda per maturità digitale delle piccole e medie imprese.

Il rapporto ha rilevato anche altri fattori che hanno aiutato le imprese a raggiungere performance migliori in questi tempi difficili. Ad esempio, le imprese orientate a una competitività solidale, ovvero quelle imprese relazionate con i propri lavoratori, nonché con i soggetti del loro ecosistema (altre imprese e consumatori, organizzazioni non profit, istituti di credito, scuola, Università e Istituzioni), sono più resilienti rispetto alle altre e danno segnali di maggiore ripresa per il 2021.

Il 73% di queste ha infatti riscontrato un andamento del fatturato stazionario nel 2020 (rispetto al 64% delle imprese non coesive) e il 12% ha addirittura rilevato un aumento di fatturato (contro il 9% delle altre imprese).

Anche l’aggregazione e la condivisione di obiettivi, metodi, relazioni e risorse in reti di impresa rappresenta una strategia corale prioritaria per affrontare le difficoltà della crisi e per incrementare la resilienza del tessuto produttivo. Il rapporto evidenzia che le imprese industriali e di servizi che fanno parte di reti di imprese o altre forme aggregative prevedono performance di fatturato migliori nel 2021 (18,9% rispetto a 14,3% delle imprese non in rete).

A sostenere la competitività è anche una relazione buona e collaborativa con le istituzioni (specialmente quelle locali). In particolare, l’interazione positiva con la PA aiuta a incrementare la quota di imprese che vendono all’estero (che passano da 45% a 62%), la quota di imprese che investono nel digitale (da 22% a 47%) e la quota di imprese che investono in sostenibilità ambientale (da 15 a 33%).

Il ruolo delle Camere di Commercio nel promuovere la conoscenza del digitale

Per cogliere le opportunità emergenti dalle twin revolutions, tuttavia, c’è bisogno di conoscenze e competenze adeguate e su questo l’Italia mostra ancora un notevole ritardo.

“La digitalizzazione vale fino a 7 punti di Pil, ma abbiamo ancora un ritardo enorme da colmare”, sottolinea il presidente di Unioncamere, Carlo Sangalli. Dall’indagine effettuata emerge, infatti, che solo il 26% delle imprese italiane è a conoscenza del Piano Impresa 4.0 e, tra queste, il 9%, pur conoscendolo, comunque non investe.

Per colmare questo vuoto, sottolinea Sangalli, non serve creare uno strumento ex novo, ma bisogna affidare a livello territoriale questo incarico alle Camere di commercio, il referente più vicino alle micro, piccole e medie imprese sui temi cruciali per lo sviluppo del Paese.

“I Punti Impresa Digitali (Pid) realizzati dalle Camere di commercio hanno introdotto in questi anni oltre 350mila aziende alle tecnologie abilitanti attraverso migliaia di corsi di formazione, di assessment e di supporti operativi. E oggi questa speciale rete è una best practice a livello internazionale riconosciuta da OCSE e Commissione europea”, aggiunge.

Corsi di formazione che hanno permesso agli imprenditori di fare un passo in avanti nella conoscenza delle tecnologie digitali: tra i 32 mila imprenditori che si sono sottoposti a test di autovalutazione messi a disposizione dalle Camere di Commercio, la metà risulta ancora “alle prime armi”, ma il 48% invece ha ottenuto punteggi da Specialista, Esperto o Campione (in aumento rispetto al 40% rilevato 3 anni fa).

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Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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