Italia e PMI più digitali? Per aumentare competenze e investimenti fondamentali le sinergie tra pubblico e privato

Competenze e investimenti. È questo il binomio che l’Italia deve sbloccare e sviluppare per colmare i ritardi rispetto a molti altri Paesi europei e mondiali, sia a livello nazionale, sia per quanto riguarda le sue piccole e medie imprese.

Come si fa? Allo stesso modo per competenze e investimenti, le sinergie tra pubblico e privato sono e saranno fondamentali. Potranno anche aiutare a superare quella tuttora forte dicotomia tra città e aree periferiche, zone industriali e zone meno sviluppate, innanzitutto attraverso la digitalizzazione dei servizi e delle attività.

Servono poi una serie di interventi e misure per favorire l’innovazione: le PMI italiane hanno un bagaglio di competenze digitali limitato rispetto alle PMI di altri Paesi dell’Ue. Gli investimenti in formazione Ict da parte delle nostre PMI sono troppo bassi, solo 2 imprenditori su 10 investono regolarmente per formare il personale sulle risorse Ict. Nel Paese 7 milioni di italiani in età lavorativa vanno ancora portati alle competenze digitali minime e di base. E c’è da affrontare il problema del re-skilling, dell’aggiornamento digitale, per i lavoratori meno giovani e ancora di più per quelli della pubblica amministrazione.

Mentre il governo potrebbe sponsorizzare la creazione di una piattaforma di digitalizzazione integrata per far coincidere domanda e offerta di soluzioni digitali. In pratica, costituire un’unica fonte di informazioni per le PMI che desiderano digitalizzarsi, coordinando le risorse di tutte le parti interessate esistenti nell’ecosistema, ad esempio, associazioni di categoria, Hub di innovazione digitale, centri di competenza. Sono alcune delle indicazioni che emergono dal Rapporto ‘The digitalisation of small and medium-sized enterprises in Italy – Models for financing digital projects’, promosso da Cotec Italia, Fondazione che sostiene la ricerca e l’innovazione tecnologica, di intesa con il ministero dell’Università e della Ricerca, e realizzato dalla Banca Europea per gli investimenti (Bei), in collaborazione con la società di consulenza Oliver Wyman.

L’analisi della situazione indica ad esempio che le PMI italiane investono meno delle altre PMI europee nella digitalizzazione. Ciò porta a livelli inferiori di adozione e a tecnologie digitali meno sofisticate. L’offerta di soluzioni digitali da parte di grandi fornitori di tecnologia “è frammentata e non sempre adatta alle esigenze specifiche delle piccole e medie aziende. Mentre i fornitori di tecnologia più piccoli devono affrontare sfide e ostacoli di mercato che spesso gli impediscono di essere il più efficaci possibile nell’offerta di soluzioni innovative”.

In termini di finanziamento, poi, la disponibilità di credito bancario “rappresenta spesso un ostacolo per le PMI disposte a digitalizzarsi. Sebbene gli istituti finanziari supportino le aziende nell’accesso alle risorse per i loro investimenti, non vi sono tracce evidenti di strumenti finanziari specifici per la digitalizzazione”.

Quali effetti e conseguenze ha tutto questo? In pratica, nonostante l’Italia “vanti un ecosistema dell’innovazione evoluto, composto da Digital Innovation Hub, Competence Center e Cluster Tecnologici, le nostre piccole e medie imprese scontano ancora importanti ritardi in termini di adozione di tecnologie innovative e competenze digitali”, rimarcano Paolo Di Bartolomei, direttore di Cotec Italia, e il presidente della Fondazione, Luigi Nicolais.

Senza dimenticare che le piccole e medie imprese italiane svolgono un ruolo centrale nell’economia. Si contano circa 4,3 milioni di PMI in Italia, di cui il 95% sono microimprese. Rappresentano l’80% dei posti di lavoro e il 70% del valore aggiunto. Il loro contributo alle esportazioni è maggiore che negli altri Paesi dell’Ue: il 53% delle esportazioni in Italia contro il 40% in media nell’Ue e il 25% in Francia e in Germania.

Non c’è vera innovazione senza competenze e investimenti

La presentazione online del Rapporto Cotec-Bei è stata anche l’occasione per un confronto su questi temi tra un gruppo di qualificati politici, manager ed esperti. “Non c’è vera innovazione senza vere competenze digitali e adeguati investimenti”, rileva Vittorio Colao, ministro per l’Innovazione tecnologica, che sottolinea “la transizione digitale è una leva formidabile per guadagnare competitività, ma è anche una sfida complessa e che riguarda tutti, imprese, Stato, banche, cittadini, e che si gioca su più tavoli. Vogliamo sviluppare le infrastrutture di rete, portando internet ad alta velocità a tutti, anche nei centri periferici e nelle isole, e puntiamo a creare una P.A. più rapida, semplice, incisiva”.

In questo scenario, il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), appena approvato dal governo Draghi, e inviato alla Commissione Europea per le successive approvazioni, secondo il ministro per l’Innovazione tecnologica “è la chiave per affrontare tutto questo, abbiamo a disposizione quasi 50 miliardi di euro per l’innovazione e lo sviluppo tecnologico del Paese, di cui 13 miliardi per infrastrutture digitali e reti 5G”.

Colao: “Il Pnrr è la chiave, ma non è una garanzia”

Ma, fa notare Colao, il Pnrr “è una condizione per la ripresa, non una garanzia”. Occorre un cambio di passo, “occorre cambiare il modo di erogare il servizio pubblico, bisogna investire in modo massiccio sulle competenze digitali, e produrre una ‘buona amministrazione’, con più semplificazione, più fiducia nel rapporto con i cittadini, controlli ex-post. E poi è necessario usare di più i dati, i Big data, per prendere decisioni pubbliche, e per monitorarne i risultati”.

Secondo l’Indice Desi del 2020, che misura il livello di digitalizzazione dell’economia e della società tra i vari Paesi europei, l’Italia risulta 26esima su 29 Paesi, in una graduatoria guidata dalla Scandinavia (nell’ordine, Finlandia, Svezia, Danimarca), seguita da altre nazioni non molto popolose ed estese come Olanda, Malta e Irlanda, dove – va detto – su grandezze sociali e geografiche minori è anche più semplice e veloce diffondere sviluppo tecnologico.

“Ma dal nuovo Indice Desi per il 2021 mi attendo delle novità positive per l’Italia”, prevede Luigi Gubitosi, vice presidente di Confindustria, che si aspetta la risalita di qualche gradino in questa graduatoria, “le cose si sono mosse rispetto a qualche anno fa, ora occorre accelerare e non perdere i treni che passano”.

Occorre sensibilizzare le PMI sui benefici della tecnologia

Il vice presidente di Confindustria (e amministratore delegato di Tim) sottolinea che “abbiamo di fronte due percorsi strategici da seguire. Uno è questo: capire qual è il livello di autosufficienza che si vuole avere dal punto di vista tecnologico, dobbiamo evitare di essere soltanto degli utilizzatori di tecnologie, dobbiamo essere più autonomi, puntare su campioni tecnologici e digitali, italiani ed europei”.

E poi, altro punto essenziale: “occorre sensibilizzare le PMI sui benefici della tecnologia, è fondamentale da parte delle piccole e medie imprese italiane ripensare ai propri investimenti. Non trascurando ma anzi mettendo ai primi posti l’innovazione digitale”. Ancora troppo spesso, manca la consapevolezza del valore che può portare la digitalizzazione, e questo è il cambiamento più complesso e delicato perché riguarda la cultura aziendale delle imprese. L’investimento in tecnologie non va visto come una spesa gravosa, come un fardello da sopportare, ma come un’opportunità unica per aumentare efficienza e competitività.

Italia ed Europa devono essere più autonome sulle tecnologie

Su un aspetto cruciale come l’autonomia tecnologica per l’Italia e l’Europa, anche il ministro dell’Università e della Ricerca, Maria Cristina Messa, spiega che ” solo ecosistemi evoluti di imprese ci permetteranno di non andare sempre a comprare tecnologia già pronta dall’estero, ma ci consentiranno di svilupparla sul nostro territorio, e questo è un aspetto molto importante che impatta sulla competitività del Paese”. Per cui lancia un “appello” a “unire in modo più stretto e diretto il mondo della formazione al mondo delle PMI e a quello del finanziamento privato, in modo da colmare questi divari”.

In tema di investimenti, in questo caso privati, Giampio Bracchi, presidente di Intesa Sanpaolo Private Banking, fa notare che “c’è bisogno di attivare un sistema di garanzie pubbliche per ridurre il rischio collegato agli investimenti nelle PMI, in modo da sostenerne lo sviluppo meglio e con più risorse”. In Francia, ad esempio, vengono utilizzati dei Fondi di investimento certificati che raccolgono investimenti privati ma garantiti da risorse pubbliche, e inoltre “occorre sviluppare anche i Fondi dedicati a investimenti di entrata in minoranza nelle aziende – e quindi non solo per acquisirle o prenderne il controllo –, e più in generale bisogna allineare gli interessi dell’investitore pubblico agli interessi dell’investitore privato”.

Fare leva anche sugli appalti pubblici e delle grandi aziende

Le diverse barriere allo sviluppo ancora esistenti influenzano quindi anche l’accesso ai finanziamenti e l’utilizzo della liquidità finanziaria esistente, per questo serve “rafforzare la disponibilità di finanziamenti attraverso il ricorso al debito e con capitale di rischio”, osserva Guido Bastianini, amministratore delegato di Monte dei Paschi di Siena, e “accelerare la digitalizzazione delle PMI facendo leva anche sugli appalti pubblici e delle grandi aziende”.

Sullo scenario internazionale, la Commissione europea ha fatto della transizione digitale uno dei suoi due pilastri principali per sostenere l’economia dell’Ue, insieme alla transizione verde, dedicandole una parte significativa del proprio budget totale per il 2021-2027. Ma, fa notare Andrea Prencipe, rettore dell’Università Luiss Guido Carli, gli interventi pubblici “possono richiedere tempo per produrre gli effetti attesi”: mentre alcune iniziative sono state avviate nel 2016-2017 (come il primo Piano Industria 4.0), altre, come Italia 2025, sono più recenti. Ancora oggi, le PMI italiane si stanno piazzando chiaramente ben al di sotto del loro potenziale digitale “e uno sforzo coordinato tra il settore pubblico e quello privato è necessario per un passo avanti verso un’economia più digitalizzata”.

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Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove. Contatti: stefano.stefanocasini@gmail.com

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