Il piano Transizione 4.0 ha prodotto risultati concreti tra il 2020 e il 2023, cioè nel periodo in cui è stato finanziato nell’ambito del piano Next Generation EU godendo così di aliquote particolarmente elevate. Qualche numero: ben 35 miliardi di euro di crediti d’imposta generati, di cui oltre 21 miliardi riconducibili a investimenti in beni materiali 4.0 da parte delle sole società di capitali; un aumento fino a 4 punti percentuali del tasso di investimento delle imprese; una crescita dell’occupazione tra 3 e 5 punti percentuali nelle microimprese.
Questi dati sono stati pubblicati all’interno nel rapporto congiunto di Banca d’Italia, Ministero dell’Economia e delle Finanze e Ministero delle Imprese e del Made in Italy, documento che offre la prima valutazione sistematica degli effetti del Piano Transizione 4.0 su investimenti, occupazione e produttività.
Il quadro che emerge è positivo sul fronte dell’accumulazione di capitale, più sfumato su quello della produttività, con effetti che variano sensibilmente in funzione della dimensione aziendale.
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Transizione 4.0, il report di Mef, Mimit e Banca d’Italia
Il rapporto – frutto di un lavoro congiunto di esperti della Banca d’Italia, del Dipartimento delle Finanze del MEF e del Ministero delle Imprese e del Made in Italy – è stato approvato all’unanimità dal Comitato scientifico istituito con decreto ministeriale del 23 novembre 2021 e pubblicato nel maggio 2026.
Il Comitato è presieduto da Maria Teresa Monteduro, direttrice della Direzione Studi e Ricerche economico-fiscali del Dipartimento delle Finanze, e comprende Paolo Casalino, direttore generale per la politica industriale, l’innovazione e le PMI del Ministero dello Sviluppo economico (quello il nome di allora dell’attuale Ministero delle Imprese e del Made in Italy), e Roberto Torrini, direttore del Servizio Struttura Economica della Banca d’Italia. Nello sviluppo delle metodologie il Comitato si è avvalso anche delle competenze di Confindustria e Istat.
L’utilizzo degli incentivi: 35 miliardi di crediti maturati
Nel periodo 2020-2023 le imprese italiane hanno maturato crediti d’imposta per circa 35 miliardi di euro nell’ambito del Piano Transizione 4.0. Di questi, circa 27 miliardi – pari all’80% del totale – sono riconducibili a investimenti in beni strumentali materiali tecnologicamente avanzati (i cosiddetti beni materiali 4.0).
L’analisi empirica si concentra sulle società di capitali, per le quali sono disponibili i dati necessari: in questo perimetro sono state censite oltre 157.000 distinte operazioni di investimento in beni materiali 4.0 tra il 2020 e il 2023, per un valore complessivo di circa 60 miliardi di euro di investimenti e quasi 22 miliardi di crediti d’imposta.
Sul fronte temporale il picco si è registrato nel 2021, anno in cui sono state realizzate 54.903 operazioni per investimenti pari a 20,7 miliardi e 9,56 miliardi crediti maturati – il 43,9% del totale del quadriennio.
Il 2022 si è confermato sostenuto (8,4 miliardi di crediti, 23,2 miliardi di investimenti), mentre il 2023 ha segnato un brusco calo a soli 1,96 miliardi di crediti su 11,3 miliardi di investimenti.

Gli effetti di Transizione 4.0 sulle PMI e sulla manifattura
La distribuzione per dimensione aziendale evidenzia una presenza dominante delle PMI: le piccole imprese hanno assorbito il 30,5% del credito complessivo, le medie il 31,6%, le micro il 14,7%, le grandi il 23,1%. Oltre il 60% del credito d’imposta è quindi andato a imprese di piccola e media dimensione.
Sul fronte settoriale le imprese manifatturiere hanno maturato circa il 62% delle risorse complessive destinate alla misura – 13,5 miliardi su 21,8 – a conferma della vocazione industriale del Piano.
Dal punto di vista geografico circa il 70% del credito (pari a circa 14,7 miliardi) è stato fruito da imprese localizzate nelle regioni del Nord, a fronte di circa 4 miliardi nel Mezzogiorno e 3 miliardi nel Centro.
Investimenti, occupazione e produttività: Transizione 4.0 ha funzionato, ma non per tutti allo stesso modo
Il risultato più rilevante dell’analisi riguarda l’effetto sul tasso di investimento – il rapporto tra investimenti e valore dell’attivo – per le imprese di tutte le classi dimensionali. L’incremento stimato è statisticamente significativo e varia in modo marcato a seconda della dimensione: circa 0,4 punti percentuali per le grandi imprese, circa 0,7 per le medie, 1,5 per le piccole e fino a 4 punti percentuali per le microimprese. Rispetto al tasso di investimento medio pre-Piano (pari a circa il 5%), questi effetti corrispondono a incrementi compresi tra il 12 e il 71% a seconda della classe dimensionale.
L’indicatore forse più sintetico dell’efficacia della misura è il moltiplicatore degli investimenti: ogni euro di credito d’imposta ha attivato tra 1,5 e 2 euro di investimenti materiali complessivi, a indicare che il Piano ha svolto un ruolo non trascurabile nel sostenere l’accumulazione di capitale rispetto a quanto si sarebbe verificato in sua assenza. In termini aggregati si stima che tra il 13 e il 22% del totale degli investimenti materiali osservati nel periodo sia direttamente attribuibile alla misura; la stima più elevata si ottiene escludendo le imprese che avevano già beneficiato del regime di iperammortamento prima del 2020.

Sul fronte occupazionale gli effetti sono positivi ma concentrati sulle imprese più piccole. L’analisi indica un aumento del tasso di crescita dell’occupazione tra 3 e 5 punti percentuali per le microimprese, tra 2 e 3 punti percentuali per le piccole e intorno a 2 punti percentuali per le medie. Per le grandi imprese non si riscontrano invece effetti statisticamente significativi. A livello aggregato si stima che la misura abbia aumentato l’occupazione tra le imprese beneficiarie tra lo 0,7 e il 3,4% nel periodo considerato. L’analisi non fornisce evidenza di modifiche sistematiche nella composizione della forza lavoro a seguito dell’adozione di tecnologie 4.0.
In linea con la risposta degli investimenti e con gli effetti più contenuti sull’occupazione, è aumentata l’intensità di capitale delle micro e piccole imprese. Per queste ultime si riscontrano effetti positivi – ancorché contenuti – anche sulla produttività, che non emergono invece per le imprese più grandi. Questo risultato è coerente con un ampio filone della letteratura sugli incentivi agli investimenti, che sottolinea come un credito d’imposta direttamente orientato all’accumulazione di capitale possa stimolare efficacemente gli investimenti senza necessariamente tradursi in più ampi guadagni di produttività.
Dal punto di vista fiscale il Piano ha generato un incremento dell’occupazione che ha parzialmente compensato il suo costo attraverso maggiori entrate derivanti dall’imposizione sui redditi da lavoro. Non si riscontrano invece effetti statisticamente significativi sulla base imponibile dell’imposta sul reddito delle società. La stima indica che tra il 4 e l’8% del costo fiscale complessivo della misura sia stato recuperato attraverso un aumento della tassazione sui redditi da lavoro, corrispondente a un costo complessivo per posto di lavoro aggiuntivo nei quattro anni compreso tra circa 109.000 e 270.000 euro.
Il report completo con i risultati di Transizione 4.0
Qui di seguito il testo integrale del rapporto, mentre a questo indirizzo potete trovare una sintesi in Italiano.
Transition-4.0-Plan-An-Assessment-of-Investment-Employment-and-Productivity-Effects






