ROBOTICA

Musk: “1 miliardo di umanoidi entro 10 anni”. Ma Siciliano e Bicchi: “Puntare a soluzioni utili”


Indirizzo copiato

Arriveremo a una dark factory senza operai? E ci ritroveremo circondati da umanoidi, tutti cinesi o americani? Ne abbiamo discusso con i professori Bruno Siciliano e Antonio Bicchi, reduci da un evento a Bruxelles in cui si è parlato proprio del futuro della robotica europea.

Pubblicato il 3 set 2026



AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti
Dark Factory Umanoidi





Un miliardo di robot umanoidi entro dieci anni, ciascuno con una produttività cinque volte superiore a quella di un essere umano: è l’ultima previsione – per qualcuno forse una boutade – di Elon Musk, noto a tutti come Mr Tesla ma padre anche dell’umanoide Optimus. Il visionario imprenditore americano è infatti intervenuto in questi termini in questi giorni, in collegamento con la ministeriale del G20 dedicata all’innovazione, approfittandone anche per lanciarsi nell’ormai consueta critica alla regolamentazione europea, giudicata troppo rigida per lasciare correre l’innovazione.

Una lettura diversa, più cauta e centrata sull’utilità pratica più che sui grandi numeri, è quella che arriva invece da Bruno Siciliano, ordinario di automatica e robotica dell’Università degli Studi di Napoli Federico II, e Antonio Bicchi, docente all’Università di Pisa e ricercatore dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT). I due professori sono reduci dall’evento che euRobin ha organizzato il 2 settembre al Parlamento europeo di Bruxelles, dove sono stati mostrati 15 robot intelligenti Made in Europe ed è stata presentata la proposta di un AI-based Robotics Act per l’Unione.

Siciliano e Bicchi, che abbiamo avuto ospiti in diretta (potete rivedere l’intervista su YouTube o su LinkedIn), hanno discusso di cosa significhi davvero costruire un’industria robotica europea: non rincorrere lo spettacolo degli umanoidi che corrono o fanno capriole come visto in Cina nelle scorse settimane e come forse vedremo anche all’IFA di Berlino da domani, ma capire dove la robotica intelligente crea valore reale, e farlo prima che la partita si chiuda altrove.

L’umanoide? È solo uno strumento, non un obiettivo

Il primo equivoco da sgombrare, per Bicchi, riguarda la cosiddetta dark factory, la fabbrica popolata solo da tecnologie dove quindi non serve accendere le luci perché senza operai, che da decenni ricompare come promessa mai mantenuta. Il caso di Melfi, pensato fin dagli anni Novanta per un’automazione quasi integrale, ne resta l’esempio più citato in Italia. “La fabbrica completamente automatizzata non è, sinceramente, una prospettiva che ha delle possibilità concrete di realizzarsi”, dice Bicchi. “Credo che il futuro sia quello in cui in fabbrica ci sono persone e ci sono i robot, per fare cose che per gli umani sono faticose o pericolose, e per rendere le fabbriche più produttive”.

In questa cornice l’umanoide ha senso non come forma definitiva della robotica, ma come compromesso funzionale. “Il motivo fondamentale per cui si pensa agli umanoidi è perché, replicando le fattezze umane, possono integrarsi negli ambienti utilizzati dagli umani, interagendo con le persone, usando le stesse interfacce, gli stessi dispositivi, le stesse scale”, spiega Bicchi. Condividere gli strumenti pensati per le persone permette a un robot di muoversi in ambienti che nessuno ha progettato per lui. Il professore non nega che sull’onda dell’entusiasmo attuale ci sia una componente di “overshoot” – una sovrastima del 20-30% rispetto a quello che i sistemi oggi disponibili sanno davvero fare – ma esclude che si tratti di una bolla pura: la traiettoria, dice, punta comunque verso una robotica intelligente in grado di integrarsi con le persone.

Per Siciliano c’è un collegamento diretto tra questa discussione e vent’anni di ricerca europea: il progetto Phriends, che nel lontanissimo 2007 lo vide lavorare insieme proprio a Bicchi, ad Alin Albu-Schäffer (oggi coordinatore scientifico di euRobin al Dlr tedesco) e ad Alessandro De Luca sul tema della physical human-robot interaction, poneva già le basi di quella che oggi si chiama physical AI.

“È questa stessa impostazione, guidata dalle applicazioni e non dalla spettacolarità, che ha ispirato i tre scenari in cui si sono cimentati i 15 robot che abbiamo visto all’opera a Bruxelles nelle demo: sparecchiare una tavola, smontare un dispositivo elettronico, consegnare un pacco in ambiente urbano. Compiti meno appariscenti delle acrobazie di certi umanoidi, ma più vicini a un’applicazione commerciale”.

Cern o Airbus? Due modelli per due fasi diverse

L’ambizione dietro l’AI-based Robotics Act è di portare l’Unione europea a 5-10 grandi produttori di robotica intelligente e a una quota del 33% del mercato mondiale entro il 2035, sul modello del Chips Act per i semiconduttori. Le prime bozze della risoluzione discussa a Bruxelles indicherebbero per l’iniziativa una dotazione superiore ai 30 miliardi di euro nell’arco della pianificazione finanziaria del prossimo quadro finanziario pluriennale 2028-2035, nell’ambito dei 200 miliardi assegnati al programma Horizon: una cifra certamente consistente, ma non enorme se confrontata con quanto già messo in campo da Stati Uniti e Cina.

Per arrivare ai risultati auspicati bisognerebbe favorire un maggiore coordinamento tra pubblico e privato e tra ricerca e industria.

All’incontro di Bruxelles sono circolati due modelli infrastrutturali che rispondono a esigenze diverse, più che competere fra loro. Il primo è quello di un “Cern della robotica”: una struttura fisica di residenza per ricercatori, dottorandi ed esperti industriali sul modello del Cern o del Max Planck tedesco, pensata per mettere a sistema la ricerca europea.

Il secondo modello guarda invece alla fase successiva, quella dell’industrializzazione: una partnership pubblico-privata sul modello Airbus, capace di coinvolgere grandi player industriali.

In tutto questo si pone una questione di grande rilevanza, che è la proprietà dei technology provider. Basti pensare a due tra i maggiori costruttori di robot europei degli ultimi decenni: Kuka, passata al gruppo cinese Midea nel 2016, e la divisione robotica di ABB, ceduta più recentemente alla giapponese SoftBank. In Italia lo stesso destino ha riguardato Comau, la cui maggioranza è passata al fondo statunitense One Equity Partners.

Non tutte le operazioni sono finite allo stesso modo: Siciliano ricorda la sua audizione a Palazzo Chigi di due anni fa nell’ambito del Golden Power relativo proprio all’operazione Comau, che ha contribuito a mantenere sotto controllo italiano alcune parti di quella grande galassia, come ad esempio Iuvo, lo spin-off pontederese della Scuola Superiore Sant’Anna specializzato in esoscheletri.

La sovranità si gioca anche sui dati

Come vi avevamo già raccontato su queste pagine, dal 28 luglio la Federal Communications Commission statunitense ha inserito nella propria “Covered List” – una sorta di lista nera – i robot mobili prodotti all’estero – in Cina ma anche in Europa – che superano i 2 chilogrammi di peso complessivo, dotati di sensori ambientali e di una connettività di rete superiore a 200 kbps: una definizione che copre di fatto la quasi totalità degli umanoidi e dei quadrupedi oggi in commercio. Le eccezioni sono concesse solo dal Dipartimento della Guerra, la nuova denominazione informale del Pentagono in vigore dal settembre 2025, o dal Dipartimento per la sicurezza interna.

Per Bicchi la norma statunitense conferma due cose. La prima è che la robotica è ormai considerata materia di sicurezza nazionale, con motivazioni non troppo diverse da quelle che portarono, qualche anno fa, al blocco di Huawei nell’ambito Telecom: il timore è che questi dispositivi raccolgano dati che finiscono altrove.

La seconda è la chiusura de facto di un mercato, quello USA che si aggiunge a quello cinese, già di fatto inaccessibile ai produttori europei. “Il mercato americano diventa molto chiuso, quello cinese lo è sempre stato: il rischio è che l’Europa diventi il bacino di sfogo di tutta la loro produzione”, dice il professore.

C’è poi una tensione più di fondo, che Bicchi lega alla tradizione scientifica europea: la vocazione a condividere pubblicamente i risultati di una ricerca finanziata con fondi pubblici. “Rispetto a questa apertura c’è un mondo che si sta chiudendo da ogni punto di vista”, osserva Bicchi, “dai dati ai modelli, dall’hardware ai risultati scientifici”.

Sulla capacità dell’Italia di giocare un ruolo da protagonista in questo scenario però Siciliano è cautamente ottimista: le competenze ci sono, testimoniate dall’appeal dei laureati italiani in cerca di lavoro in Italia e all’estero, ma le risorse dipendono da scelte politiche ancora da fare. Venuta meno la componente italiana di Comau, il professore individua in Leonardo Finmeccanica, che ha una propria divisione di robotica, un possibile candidato a fare da perno a una partnership pubblico-privata italiana. “Se penso a un’industria italiana, mi verrebbe da pensare a Leonardo Finmeccanica come uno degli stakeholder naturali di questa operazione”, dice Siciliano.

Quello che manca, aggiunge, è una visione sistemica a livello di governo, capace di mettere a sistema anche i poli manifatturieri già esistenti come ad esempio la Motor Valley emiliana di Ducati, Lamborghini e Ferrari e la packaging valley delle tante aziende specializzate in macchinari per il confezionamento e l’imballaggio.

Articoli correlati