Il 28 settembre 2016 Innovation Post iniziava le sue pubblicazioni. Esattamente sette giorni prima, il 21 settembre, a Milano era stato presentato dal Governo il Piano nazionale Industria 4.0, destinato a entrare nella legge di bilancio per il 2017.
È una coincidenza di date che oggi, a dieci anni di distanza, acquista un significato particolare. Innovation Post è nata proprio nel momento in cui l’Italia cominciava a dare un nome, una politica e degli strumenti a una trasformazione tecnologica dell’industria che fino a quel momento era rimasta soprattutto materia per addetti ai lavori.
Dieci anni dopo, però, la cosa più interessante da osservare non è quanto sia cambiata l’Industria 4.0. È quanto profondamente abbia vinto quel paradigma, fino quasi a diventare “invisibile”.
Interconnessione delle macchine, raccolta dei dati, Internet of Things, cloud, analytics, manutenzione predittiva, integrazione tra sistemi IT e tecnologie operative: nel 2016 erano concetti che richiedevano spiegazioni, evangelizzazione e spesso anche una buona dose di pazienza. Anche in Germania, dove il termine era stato coniato nell’aprile del 2011, la sfida dell’awareness era tutt’altro che vinta. Oggi questi concetti sono entrati nel vocabolario ordinario dell’industria. Non significa che tutte le aziende abbiano completato la trasformazione digitale, tutt’altro. Significa però che la frontiera si è spostata.
Indice degli argomenti
Dalla fabbrica connessa alla fabbrica che percepisce, decide e agisce
Se il cuore dell’Industria 4.0 era connettere macchine, sistemi e dati, la nuova fase riguarda sempre più ciò che si riesce a fare con quei dati. Lo ha detto bene il professor Marco Taisch in una recente intervista.
L’Intelligenza Artificiale ha accelerato questa evoluzione. Nel 2025, secondo Eurostat, il 20% delle imprese europee con almeno dieci addetti utilizzava almeno una tecnologia di AI, contro il 13,5% dell’anno precedente; in Italia la percentuale era arrivata al 16,4%. Numeri che mostrano quanto rapidamente una tecnologia fino a pochi anni fa confinata a progetti sperimentali stia entrando nei processi aziendali.
E siamo probabilmente soltanto all’inizio della parte più interessante per l’industria.
L’AI generativa ha portato l’intelligenza artificiale davanti a milioni di persone attraverso un’interfaccia semplice come il linguaggio naturale. La Physical AI prova ora a portarla nel mondo fisico: macchine e robot capaci non soltanto di eseguire istruzioni predefinite, ma di percepire l’ambiente, interpretarlo e adattare il proprio comportamento.
Gli umanoidi rappresentano forse l’immagine più potente di questa evoluzione. Ma proprio qui occorre distinguere la direzione tecnologica dall’hype. L’International Federation of Robotics considera gli umanoidi una delle grandi frontiere della robotica, ma avverte anche che la loro diffusione generalizzata non è dietro l’angolo e che restano da risolvere problemi tecnologici, economici e applicativi rilevanti.
È una distinzione che cerchiamo di fare da dieci anni: raccontare ciò che può cambiare l’industria senza scambiare ogni promessa tecnologica per una rivoluzione già avvenuta.
La cybersecurity è passata dalla sala server alla fabbrica
Un altro cambiamento racconta bene questi dieci anni: l’ascesa, nella scala delle priorità, della cyber security.
La sicurezza informatica era già presente nella riflessione sull’Industria 4.0. La stessa ricostruzione parlamentare di quella stagione ricordava come, nei primi piani di investimento delle imprese, connettività, cloud, big data e sicurezza informatica fossero strettamente collegati.
Ma la crescita dell’interconnessione ha cambiato la natura del problema. Più la fabbrica è digitale, più un incidente cyber può diventare un incidente con conseguenze nel mondo fisico.
Oggi la cybersecurity riguarda la continuità produttiva, le supply chain, le infrastrutture critiche, i prodotti con componenti digitali e le responsabilità del management. Non sorprende che negli ultimi anni il manifatturiero sia tra i settori europei maggiormente colpiti dal cybercrime e come il principale bersaglio delle rivendicazioni ransomware.
Anche la regolazione ha seguito questa trasformazione. La direttiva NIS2 ha esteso e rafforzato gli obblighi di gestione del rischio cyber, mentre il Cyber Resilience Act ha introdotto requisiti di cybersecurity per i prodotti con elementi digitali.
In dieci anni, insomma, la sicurezza è passata dall’essere una componente della digitalizzazione a diventare una delle condizioni necessarie perché la digitalizzazione possa funzionare.
E poi ci sono le competenze. Ancora
C’è invece un problema che non è affatto nuovo.
Le competenze erano già uno dei grandi temi del dibattito sull’Industria 4.0 del 2016 e tema a cui questa testata ha dedicato una sezione dal suo day one. Tra i pilastri individuati allora figurava esplicitamente la necessità di una formazione mirata alle competenze digitali.
Dieci anni dopo continuiamo a parlarne.
Non perché nulla sia cambiato, ma perché la velocità del cambiamento tecnologico continua a spostare in avanti il fabbisogno. Nel 2025 gli specialisti ICT rappresentavano il 5% degli occupati nell’Unione europea, ma appena il 3,8% in Italia; la Commissione europea continua infatti a indicare la carenza di specialisti ICT come una debolezza strutturale del nostro Paese.
L’arrivo dell’AI non elimina il problema delle competenze, anzi, lo rende se possibile più complesso. Servono specialisti, naturalmente, ma serve soprattutto una capacità molto più diffusa di integrare tecnologia, processi, organizzazione e conoscenza del dominio industriale.
Forse è proprio questo uno degli insegnamenti più importanti del decennio: comprare tecnologia è relativamente semplice; trasformare un’organizzazione affinché sappia usarla bene lo è molto meno.
Da Industria 4.0 all’iperammortamento 2026
Anche sul fronte delle politiche industriali dieci anni sono un periodo lunghissimo.
Abbiamo visto Industria 4.0 diventare Impresa 4.0, con un progressivo allargamento dell’orizzonte oltre il solo manifatturiero. Abbiamo visto poi Transizione 4.0, con il passaggio a un sistema imperniato sui crediti d’imposta per gli investimenti in beni strumentali e per altre attività di innovazione.
Con Transizione 5.0 alla trasformazione digitale si è aggiunto esplicitamente il tema dell’efficienza energetica: l’incentivo è stato legato a progetti capaci di combinare investimenti 4.0 e riduzione dei consumi.
E nel 2026 siamo arrivati al nuovo iperammortamento, con un ritorno, almeno nella forma dello strumento fiscale, a una parola che aveva caratterizzato proprio l’inizio di questa storia.
Sarebbe però ovviamente sbagliato concludere che siamo tornati al punto di partenza. Nel frattempo è cambiato il contesto tecnologico, economico e geopolitico; sono entrati nell’equazione l’energia, la sovranità tecnologica, le supply chain, la cybersecurity e l’Intelligenza Artificiale.
È cambiata, soprattutto, la complessità delle decisioni che le imprese devono prendere.
Essere tempestivi senza diventare approssimativi
Seguire questa evoluzione delle politiche industriali è diventato nel tempo uno dei tratti più riconoscibili di Innovation Post.
Abbiamo imparato che su questi temi la velocità è importante, perché un’impresa deve sapere rapidamente che cosa cambia. Ma abbiamo imparato anche che la velocità, da sola, serve a poco.
Tra l’annuncio di un incentivo e la possibilità concreta di utilizzarlo ci sono leggi, decreti attuativi, circolari operative, piattaforme informatiche, FAQ, interpretazioni, modifiche e scadenze. A volte le regole cambiano mentre le imprese stanno già programmando gli investimenti.
Per questo abbiamo cercato di costruire un modo di fare informazione che tenesse insieme due esigenze apparentemente in tensione: arrivare presto e arrivare con informazioni corrette. Quando necessario tornando sugli articoli, aggiornandoli e seguendo le norme fino alla loro concreta operatività.
La fiducia che i lettori ci hanno accordato prima su Industria 4.0 e poi su Impresa 4.0, Transizione 4.0, Transizione 5.0 e oggi sul nuovo iperammortamento nasce, crediamo, soprattutto da questo.
Un’intuizione che oggi sembra molto meno strana
Quando Innovation Post è nata, l’idea di costruire una testata interamente dedicata al punto d’incontro tra tecnologie per l’industria e politiche industriali era piuttosto insolita.
Da una parte c’erano le pubblicazioni specializzate nelle tecnologie. Dall’altra l’informazione economica e politica. Noi pensavamo che tra questi due mondi ci fosse uno spazio importante da presidiare.
Dieci anni dopo quello spazio è diventato molto più affollato. Ci sono più giornalisti, testate, newsletter, eventi e osservatori che si occupano dei temi sui quali abbiamo costruito Innovation Post. È la dimostrazione che quell’intersezione tra tecnologia e politica industriale esisteva davvero e sarebbe diventata sempre più importante.
Oggi è persino difficile parlare di competitività industriale separando questi piani. Una decisione su un nuovo impianto può riguardare contemporaneamente automazione, AI, consumi energetici, cybersecurity, competenze, disponibilità di semiconduttori, dipendenze della supply chain e incentivi pubblici.
È probabilmente questo il cambiamento più grande che abbiamo osservato.
Dieci anni fa raccontavamo soprattutto come il digitale sarebbe entrato nella fabbrica. Oggi dobbiamo raccontare una fabbrica nella quale digitale e fisico sono sempre meno separabili e nella quale tecnologia, energia, sicurezza, persone e geopolitica finiscono continuamente per incontrarsi.
Nel frattempo Innovation Post è cresciuta, è entrata nel gruppo Nextwork360, ma continua a muoversi lungo quella stessa linea di confine.
Il lavoro, però, è diventato più difficile. Le tecnologie accelerano, le politiche cambiano, le regole si sovrappongono e la distanza tra un’innovazione annunciata e una realmente utilizzabile dalle imprese è spesso difficile da misurare.
Ed è forse questa la ragione migliore per continuare a fare quello che facciamo.
Non celebrare ogni nuova tecnologia, ma cercare di capire quali cambieranno davvero l’industria. Non limitarsi agli annunci della politica, ma seguire le misure fino a quando diventano utilizzabili. Non inseguire il futuro come uno slogan, ma provare a raccontarlo mentre prende forma.
Dieci anni dopo la sfida è ancora quella.














