POLITICHE PER L'INDUSTRIA

Manager esterni, capitale aperto e doppia transizione: le proposte di Unioncamere per la competitività


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Più managerializzazione nelle imprese familiari, maggiore apertura a capitali e strumenti di finanza alternativa, investimenti nel digitale e nella sostenibilità. Sono le direttrici indicate da Unioncamere alla Camera per rafforzare la capacità competitiva del sistema produttivo.

Pubblicato il 29 set 2026



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Managerializzazione, apertura del capitale, innovazione tecnologica e transizione ecologica. Sono queste, secondo Unioncamere, alcune delle principali leve su cui intervenire per sostenere la crescita e la competitività del sistema produttivo italiano.

L’indicazione arriva dall’audizione di Unioncamere presso la X Commissione Attività produttive, commercio e turismo della Camera, nell’ambito dell’indagine conoscitiva dedicata alla capacità competitiva del sistema Italia, alle dinamiche del PIL e alle leve di intervento sui settori produttivi. L’indagine parlamentare punta, tra le altre cose, ad analizzare produttività, investimenti e capacità innovativa delle imprese e a individuare le leve in grado di sostenere la crescita.

Il punto di partenza è una caratteristica strutturale del tessuto produttivo nazionale: secondo i dati richiamati da Unioncamere, l’82% delle imprese italiane è costituito da aziende familiari. Un modello che non rappresenta di per sé un limite, ma all’interno del quale l’apertura a competenze manageriali esterne risulta associata a una maggiore propensione all’innovazione.

Manager esterni e giovani spingono gli investimenti digitali

I numeri presentati da Unioncamere evidenziano una differenza significativa sul fronte degli investimenti nelle tecnologie abilitanti dell’Industria 4.0. Nelle imprese familiari guidate da un manager appartenente alla famiglia investe in queste tecnologie il 32% delle aziende; la percentuale sale al 38% quando la guida è affidata a manager esterni.

Il tema riguarda quindi non tanto la natura familiare dell’impresa quanto la sua capacità di integrare competenze, professionalità e modelli di governance più articolati.

Un altro elemento indicato da Unioncamere è il ricambio generazionale. Le imprese caratterizzate da un’elevata presenza di lavoratori con meno di 30 anni mostrano, secondo i dati presentati, una probabilità superiore del 10% di investire nel digitale e dell’8% nell’eco-innovazione.

Sono numeri che inseriscono quindi anche il capitale umano nella discussione sulle condizioni necessarie per accelerare la modernizzazione del sistema produttivo.

Il nodo della finanza: il 72% delle PMI dipende dal credito bancario

Accanto alla governance emerge un secondo elemento strutturale: il modo in cui le imprese finanziano gli investimenti.

Secondo Unioncamere, il 72,1% delle piccole e medie imprese italiane dipende dai prestiti bancari, oltre che dal capitale familiare, mentre resta marginale l’impiego di strumenti quali venture capital, private equity, obbligazioni e crowdfunding.

Anche in questo caso i dati presentati nell’audizione evidenziano una relazione con la propensione all’innovazione. Le aziende aperte all’ingresso di capitali esterni e agli strumenti di finanza alternativa hanno una probabilità superiore del 18% di investire in tecnologie strategiche, tra cui Big Data, Cloud, Internet of Things e Intelligenza Artificiale, rispetto al resto del tessuto produttivo.

L’accesso alle tecnologie avanzate appare dunque legato anche alla possibilità di disporre di fonti finanziarie più diversificate rispetto ai tradizionali canali bancari e familiari.

Sostenibilità, crescita ed export

L’altro grande asse indicato da Unioncamere è quello della transizione ecologica, considerata non soltanto in termini ambientali, ma come elemento collegato alla competitività e all’internazionalizzazione delle imprese.

Per il 2026, il 42% delle aziende classificate come High-ESG prevede una crescita dei ricavi, contro il 21% delle imprese che hanno investito meno sulla sostenibilità. Sul fronte occupazionale il rapporto è del 25% contro il 10%.

I dati presentati mostrano inoltre una relazione tra sostenibilità e apertura internazionale. La quota di imprese High-ESG è pari al 25% tra le aziende che operano esclusivamente sul mercato domestico, sale al 41% tra quelle che hanno relazioni con l’estero e raggiunge il 61% tra le imprese pienamente integrate nelle catene globali del valore.

Si tratta di dati che descrivono una correlazione, senza consentire da soli di stabilire un rapporto causale, ma che rafforzano l’idea di una crescente sovrapposizione tra strategie di sostenibilità, innovazione e presenza sui mercati internazionali.

Quando green e digitale si incontrano

Particolarmente interessante, dal punto di vista dell’innovazione industriale, è anche l’intersezione tra sostenibilità e nuove tecnologie.

Secondo Unioncamere, nel biennio 2024-2025 il 32% delle aziende “verdi” utilizzava già l’Intelligenza Artificiale per interventi di efficientamento e riduzione delle emissioni.

È un dato che mostra come le due transizioni – quella digitale e quella ecologica – tendano sempre più a procedere insieme: algoritmi, analisi dei dati e sistemi intelligenti diventano strumenti attraverso cui intervenire sui consumi, sull’efficienza dei processi e, più in generale, sulle performance ambientali delle attività produttive.

Del resto, anche le rilevazioni diffuse da Unioncamere pochi giorni prima dell’audizione indicavano che per il prossimo triennio il 36,1% delle imprese programma investimenti green e il 38% investimenti digitali. Unioncamere

Le proposte: aggregazioni, managerializzazione e incentivi più semplici

Sulla base di questo quadro Unioncamere ha formulato anche alcune indicazioni per le politiche industriali.

L’organizzazione propone di orientare gli interventi normativi e amministrativi verso misure capaci di favorire l’evoluzione organizzativa delle imprese, i processi di aggregazione, l’apertura del capitale e l’ingresso di figure manageriali nelle PMI.

A queste misure dovrebbero affiancarsi, secondo Unioncamere, meccanismi di incentivazione automatici e semplificati e un intervento di sburocratizzazione. La regolamentazione eccessiva viene infatti indicata come un freno da quasi il 65% delle aziende.

La richiesta finale è quindi quella di costruire politiche industriali nelle quali digitalizzazione ed eco-efficienza siano considerate anche leve di internazionalizzazione, oltre che strumenti per aumentare produttività ed efficienza.

Il messaggio che emerge dall’audizione è, in sostanza, che la questione della competitività italiana non riguarda soltanto quanto le imprese investono in tecnologia, ma anche le condizioni organizzative e finanziarie che consentono loro di farlo: competenze manageriali, capitale umano, accesso a fonti di finanziamento diversificate e capacità di integrare trasformazione digitale e sostenibilità nelle strategie aziendali.

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