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Rapporto CNEL: più occupati, più tecnologia e tanta innovazione, ma la produttività italiana resta ferma


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Tra il 2019 e il 2025 il PIL italiano è cresciuto dell’1% annuo, mentre la produttività per ora lavorata è diminuita dello 0,3%. Il Rapporto CNEL 2026 spiega perché investimenti digitali, competenze e innovazione non riescono a tradursi in una crescita diffusa. Le indicazioni e le implicazioni per politica industriale e incentivi

Pubblicato il 5 nov 2026



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L’Italia ha più occupati, più laureati, un capitale produttivo sempre più digitale e una capacità di esportare prodotti ad alto valore che ha resistito alle crisi degli ultimi anni. Eppure la produttività continua a non crescere. A certificarlo è il Rapporto annuale sulla produttività 2026 del CNEL, realizzato con i contributi dell’Istat e della Banca d’Italia.

I numeri raccontano bene questa contraddizione. Tra il 2019 e il 2025 il PIL italiano è cresciuto in media dell’1% all’anno, facendo meglio della Germania, rimasta sostanzialmente ferma, e della Francia, cresciuta dello 0,8%. Ma nello stesso periodo le ore lavorate sono aumentate dell’1,3% annuo e la produttività del lavoro, misurata come valore prodotto per ora lavorata, è diminuita dello 0,3%, mentre nell’Unione europea è cresciuta dello 0,5%.

In sostanza l’economia italiana ha prodotto di più soprattutto perché ha impiegato più lavoro, non perché sia riuscita ad aumentare il valore prodotto da ciascuna ora lavorata. Gli economisti chiamano questo modello crescita estensiva, per distinguerlo da una crescita alimentata da investimenti, innovazione ed efficienza.

È una tendenza di lungo periodo. Tra il 1995 e il 2025 la produttività del lavoro in Italia è cresciuta appena dello 0,2% medio annuo, contro l’1,1% dell’Unione europea.

Il 2025 è andato meglio degli ultimi anni, ma a prevalere è sempre il segno meno: dopo le flessioni del 2,2% nel 2023 e dell’1,4% nel 2024, la produttività del lavoro è scesa solo dello 0,6%, secondo i dati OCSE riferiti all’intera economia, mentre nell’economia di mercato la contrazione è stata dello 0,4% secondo l’Istat.

Il Rapporto, tuttavia, propone una lettura meno pessimistica di quella che potrebbe suggerire il solo dato aggregato. Il problema italiano non è semplicemente la mancanza di innovazione, ma l’incapacità di trasformare i progressi delle singole imprese in miglioramenti dell’intero sistema produttivo.

Come scrive nell’introduzione il presidente del CNEL Renato Brunetta, “il punto decisivo è trasformare questi avanzamenti in crescita diffusa”, facendo in modo che investimenti, competenze e innovazioni raggiungano una parte più ampia del tessuto produttivo.

Gli investimenti digitali crescono, ma il capitale per lavoratore diminuisce

Uno dei risultati più interessanti del Rapporto riguarda gli investimenti. L’Italia non presenta infatti una situazione di arretratezza tecnologica generalizzata. Al contrario: negli ultimi anni la composizione del capitale produttivo si è modificata sensibilmente.

Tra il 2014 e il 2025 lo stock di capitale legato alle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) è cresciuto mediamente del 2,9% annuo. Il capitale immateriale non ICT, che comprende componenti come ricerca e sviluppo e altri asset intangibili, è aumentato del 2,8%, mentre quello materiale tradizionale si è ridotto dello 0,5%.

Il problema è che l’accumulazione complessiva di capitale non ha tenuto il passo con la crescita delle ore lavorate. Nello stesso periodo infatti il capitale disponibile per ora lavorata è diminuito mediamente dell’1,1% all’anno. Solo nel 2025 si registra un primo recupero, con un incremento dello 0,2%.

Questo dato è importante perché aiuta a comprendere perché la digitalizzazione, pur avanzando, non abbia ancora prodotto un miglioramento significativo della produttività aggregata.

Le tecnologie digitali e gli investimenti immateriali sono aumentati, ma non abbastanza da compensare la debole accumulazione complessiva. Inoltre, per generare benefici, gli investimenti tecnologici devono essere accompagnati da cambiamenti nell’organizzazione del lavoro, nelle competenze e nei processi.

Il Rapporto richiama anche un problema di misurazione: nelle economie moderne è difficile cogliere pienamente il valore generato dai servizi avanzati, dal software, dagli investimenti immateriali e dai miglioramenti qualitativi dei prodotti. Questo contribuisce a rendere più complessa l’interpretazione della produttività, senza però cancellare il ritardo accumulato dall’Italia rispetto ai principali partner europei.

Le imprese migliorano la produttività, ma non riescono a crescere

Il problema centrale individuato dal CNEL emerge quando si passa dai dati macroeconomici a quelli delle singole aziende.

Le analisi dell’Istat mostrano che le imprese inizialmente meno produttive tendono a migliorare più velocemente, riducendo progressivamente la distanza rispetto alle aziende più efficienti dello stesso settore. Esiste quindi un processo di recupero della produttività, alimentato anche dalla diffusione delle conoscenze e delle tecnologie.

Ma c’è un secondo risultato che è ancora più interessante: le imprese che riescono a passare a una classe dimensionale superiore registrano una crescita della produttività sistematicamente maggiore.

Il problema è che questi passaggi sono rarissimi. Nel campione di imprese analizzato, riferito al periodo 2012-2020, solo l’1,4% delle piccole imprese manifatturiere e lo 0,5% di quelle dei servizi riesce a transitare verso una classe dimensionale superiore.

Di conseguenza i miglioramenti della produttività rimangono spesso confinati all’interno delle singole aziende e non acquistano un peso sufficiente per modificare le prestazioni dell’economia nazionale.

È quello che gli autori delle conclusioni del Rapporto, Pasquale Lucio Scandizzo e Giovanni Tria, definiscono un problema di “convergenza microeconomica senza aggregazione”.

Il meccanismo è relativamente semplice: un’impresa può diventare più efficiente, innovare i processi e migliorare la qualità dei prodotti. Ma se non cresce, non conquista nuove quote di mercato e non aumenta il proprio peso nell’economia, il suo miglioramento incide poco sulla produttività nazionale.

Il problema riguarda anche il ricambio del tessuto produttivo: le risorse non si spostano abbastanza velocemente verso le aziende più efficienti e le iniziative innovative faticano a raggiungere dimensioni significative.

Secondo gli autori alla base di questa situazione ci sono anche ostacoli alla crescita dimensionale, dalle soglie fiscali e regolatorie ai vincoli finanziari, fino alla difficoltà di sostenere investimenti immateriali e organizzativi.

Industria 4.0: gli incentivi funzionano, ma hanno raggiunto poche imprese

Una conferma particolarmente interessante arriva dall’analisi degli incentivi per l’Industria 4.0, cui il Rapporto dedica uno specifico approfondimento basato sulle elaborazioni dell’Istat.

Lo studio prende in esame oltre 177.000 società manifatturiere osservate tra il 2013 e il 2022, per un totale di oltre 860.000 osservazioni.

Il primo risultato riguarda la diffusione delle agevolazioni: circa l’82% delle aziende analizzate non ha mai utilizzato gli incentivi Industria 4.0 nel periodo considerato. E tra quelle che ne hanno beneficiato prevalgono le imprese che hanno utilizzato la misura una sola volta.

L’accesso agli incentivi risulta inoltre più frequente tra le aziende più grandi, più produttive, maggiormente capitalizzate e dotate di una situazione economico-finanziaria migliore. In altri termini, le misure tendono a raggiungere soprattutto le imprese che possiedono già maggiori capacità di investimento.

Eppure, quando vengono utilizzati, gli incentivi hanno effetti significativi sugli investimenti, soprattutto nelle aziende più piccole.

Secondo le stime econometriche dell’Istat, una riduzione del 10% del costo d’uso del capitale, ottenuta attraverso l’agevolazione fiscale, si associa nel lungo periodo a un aumento del tasso di investimento:

  • di quasi il 18% nelle microimprese;
  • di circa il 5% nelle piccole imprese;
  • inferiore all’1% nelle aziende medio-grandi.

Le percentuali misurano la variazione relativa del tasso di investimento, non l’incremento assoluto delle somme investite.

L’analisi evidenzia anche che il passaggio dall’iperammortamento al credito d’imposta, avvenuto nel 2020, ha reso l’accesso alle agevolazioni meno dipendente dalla posizione fiscale delle imprese, consentendo di beneficiare dell’incentivo anche alle aziende in perdita.

La conclusione è particolarmente rilevante nel dibattito sulle nuove misure di politica industriale: gli incentivi all’acquisto di tecnologie possono effettivamente stimolare gli investimenti, ma il loro impatto sull’economia resta limitato se non riescono a coinvolgere una quota sufficientemente ampia del sistema produttivo.

Ed è proprio qui che emerge il limite di una politica industriale concentrata prevalentemente sul sostegno all’acquisto di beni strumentali. Per ottenere un aumento duraturo della produttività occorre che gli investimenti si traducano in una trasformazione dei processi, dell’organizzazione e delle capacità competitive delle imprese.

Più laureati nelle imprese, ma ancora pochi lavori qualificati

La seconda grande contraddizione italiano riguarda il capitale umano.

Tra il 2007 e il 2025 gli occupati con istruzione terziaria sono aumentati di 2,6 milioni, circa il 70% in più. La quota dei laureati sul totale degli occupati è passata da meno del 9% nel 1992 al 26% attuale.

Le analisi dell’Istat confermano che la maggiore istruzione della forza lavoro è associata a migliori risultati produttivi. A parità delle altre caratteristiche considerate, un incremento di 10 punti percentuali della quota di addetti laureati si associa a una maggiore crescita della produttività di circa 1,6 punti percentuali nella manifattura e di quasi 3 punti nei servizi.

La presenza di figure manageriali e direttive presenta un’associazione ancora più marcata con la crescita della produttività.

Ma anche qui c’è un grande “però”: all’aumento dell’istruzione non è corrisposta una crescita altrettanto significativa delle professioni qualificate, che rappresentano circa un terzo dell’occupazione italiana, contro il 43% circa di Francia e Germania.

Il risultato è che molte competenze non vengono pienamente valorizzate, mentre il tessuto produttivo continua a esprimere una domanda relativamente limitata di professionalità altamente qualificate.

Il fenomeno contribuisce anche a spiegare l’emigrazione dei giovani. Tra il 2011 e il 2024 il saldo migratorio degli italiani tra 18 e 34 anni è stato negativo per circa 441.000 persone. La quota di laureati tra chi parte ha raggiunto il 40%.

Per il CNEL, dunque, la politica delle competenze deve agire anche sulla domanda di lavoro qualificato, favorendo la crescita dimensionale delle imprese, la managerializzazione e lo sviluppo di attività produttive ad alto valore aggiunto.

L’AI si diffonde, ma i guadagni di produttività sono ancora incerti

Un capitolo particolarmente significativo del Rapporto riguarda l’intelligenza artificiale, cui è dedicata un’intera appendice con una ricognizione delle evidenze empiriche disponibili.

La diffusione dell’AI nelle imprese italiane sta accelerando rapidamente. Secondo la rilevazione Istat Imprese e ICT richiamata dal CNEL, la quota delle aziende con almeno 10 addetti che utilizzano almeno una tecnologia di intelligenza artificiale è passata dal 5% del 2023 all’8,2% del 2024, fino al 16,4% del 2025.

Il dato rimane inferiore alla media europea del 20%, soprattutto a causa del ritardo delle aziende più piccole. Nelle grandi imprese l’adozione raggiunge il 53,1%, un valore sostanzialmente allineato alla media europea della stessa classe dimensionale, mentre nelle PMI con 10-249 addetti si ferma al 15,7%.

Nella manifattura l’utilizzo dell’intelligenza artificiale riguarda il 14,7% delle imprese. Tra le aziende adottanti prevalgono gli impieghi nel marketing e nelle vendite, nei processi amministrativi e nelle attività di ricerca e sviluppo.

Il dato proviene dalla rilevazione Imprese e ICT e va distinto da quello del Censimento permanente delle imprese recentemente pubblicato dall’Istat, che utilizza un diverso perimetro di indagine.

La crescita dell’adozione dell’AI, comunque, non si traduce ancora in risultati univoci sulla produttività.

Uno studio della Banca d’Italia sulle imprese con almeno 50 addetti rileva che l’adozione dell’AI è associata a un aumento del 5,2% del valore aggiunto per addetto e dell’11,9% dell’EBITDA per addetto, senza effetti significativi sull’occupazione complessiva.

Un’altra analisi, condotta su circa 900 imprese con almeno 20 addetti, non individua invece effetti sistematici nel breve periodo sul fatturato per addetto, sull’occupazione e sugli investimenti. Il 70% delle aziende che utilizzano l’AI non segnala ancora miglioramenti correnti della produttività.

Le simulazioni macroeconomiche della Banca d’Italia indicano comunque un potenziale importante: a seconda della velocità di diffusione e delle ipotesi considerate, l’AI potrebbe aggiungere tra 0,2 e 1,1 punti percentuali alla crescita annua della produttività del lavoro su un orizzonte di dieci anni. Si tratta però di scenari previsionali, non di benefici già realizzati.

Il Rapporto individua una spiegazione nella distanza tra adozione della tecnologia e integrazione effettiva nei processi aziendali.

Per ottenere risultati, le imprese devono disporre di dati adeguati, competenze, infrastrutture e capacità organizzative. È significativo che il 58,6% delle aziende che hanno valutato l’AI senza adottarla indichi la mancanza di competenze tra gli ostacoli principali e a seguire l’incertezza normativa e la scarsa disponibilità o qualità dei dati.

Anche le evidenze sull’AI agentica sono ancora preliminari. Il potenziale di automatizzare interi processi, anziché singoli compiti, è significativo, ma richiede sperimentazioni capaci di misurare non soltanto il tempo risparmiato, bensì anche costi, qualità dei risultati, errori e necessità di supervisione umana.

Robotica e Physical AI: il vantaggio industriale da valorizzare

Il Rapporto sottolinea che l’Italia possiede una base industriale favorevole all’integrazione tra intelligenza artificiale e automazione fisica.

Nel 2024 la densità robotica italiana raggiungeva 237 robot industriali ogni 10.000 addetti manifatturieri, contro i 231 della media europea e i 132 della media mondiale. L’Italia è inoltre il secondo mercato europeo per installazioni annue, dopo la Germania.

Questa posizione di relativa forza si accompagna però a un rallentamento degli investimenti: le nuove installazioni sono diminuite del 16% nel 2024 e di un ulteriore 11% nel 2025, scendendo a circa 7.800 unità.

La convergenza tra robotica e AI, alla base della cosiddetta Physical AI, può rappresentare una nuova opportunità per le imprese italiane. La capacità di coglierla dipenderà dall’affidabilità delle applicazioni, dalla loro sostenibilità economica e dall’effettiva integrazione nei processi.

È un punto particolarmente rilevante anche rispetto al dibattito sugli incentivi per la robotica avanzata e gli umanoidi: il potenziale tecnologico dovrà essere accompagnato da verifiche concrete dei benefici produttivi.

Ricerca ed esportazioni di qualità: i punti di forza che non diventano crescita diffusa

Il Rapporto evidenzia altri due punti di forza del sistema italiano che, tuttavia, non riescono a esprimere pienamente il loro potenziale.

Il primo riguarda le esportazioni. Tra il 2000 e il 2024 il valore medio unitario dei prodotti esportati, misurato in dollari, è aumentato del 224%, contro incrementi compresi tra il 155 e il 170% in Francia, Germania e Spagna.

È un segnale coerente con una progressiva evoluzione della specializzazione produttiva, anche se il valore medio unitario risente dei prezzi e della composizione dei prodotti e non misura direttamente la qualità.

La quota delle esportazioni ad alta tecnologia è cresciuta di oltre cinque punti percentuali, mentre il peso dei comparti a bassa e medio-bassa tecnologia si è ridotto. Questi ultimi rappresentano comunque ancora il 23,4% dell’export italiano, la quota più elevata tra le quattro maggiori economie dell’Unione europea.

Il secondo punto di forza riguarda la ricerca. Tra il 2009 e il 2023 le pubblicazioni scientifiche italiane più citate nelle discipline STEM sono aumentate del 60%, mentre le domande di brevetto europeo sono cresciute di oltre il 20% tra il 2015 e il 2024.

Resta però una debolezza negli investimenti: la spesa italiana in ricerca e sviluppo è pari a circa l’1,4% del PIL, contro una media europea superiore di circa nove decimi di punto. Il divario dipende soprattutto dalla minore spesa delle imprese.

La difficoltà riguarda dunque il passaggio dalla produzione di conoscenza alla sua applicazione industriale e alla crescita delle aziende innovative.

Le start-up italiane costituiscono un esempio emblematico. Secondo i dati richiamati dal Rapporto, le start-up innovative rappresentavano nel 2019 appena l’1,1% del valore aggiunto delle società di capitali, ma tra le giovani società nate dal 2012 al 2019 concentravano il 44% dei brevetti depositati all’Ufficio europeo dei brevetti.

Il contributo all’innovazione è quindi significativo, ma sono ancora poche le imprese che riescono a trasformarsi in scale-up.

È un problema che richiama il ruolo del trasferimento tecnologico, dei finanziamenti alla crescita e delle strutture di accompagnamento alle imprese. In questo senso anche la rete dei Competence Center, che nel periodo PNRR hanno contribuito ad attivare 320 milioni di euro di investimenti, rappresenta uno degli strumenti attraverso cui favorire la diffusione dell’innovazione nelle PMI.

La sfida per la politica industriale: non basta incentivare gli investimenti, bisogna far crescere le imprese

La conclusione più importante del Rapporto riguarda le implicazioni di politica economica.

Se i miglioramenti nelle singole imprese non diventano crescita aggregata, non basta sostenere gli investimenti tecnologici: occorre intervenire sulle condizioni che impediscono alle aziende di crescere, innovare e utilizzare pienamente le competenze.

Nelle conclusioni, Scandizzo e Tria individuano alcune priorità: ridurre gli ostacoli fiscali e regolatori ai passaggi dimensionali delle imprese, rafforzare il capitale di rischio, favorire la trasformazione delle start-up in scale-up, sviluppare la domanda di lavoro qualificato e migliorare il trasferimento tecnologico.

C’è anche una riflessione sul rapporto tra salari e produttività. Gli autori avanzano l’ipotesi che un modello di crescita fondato su un costo del lavoro relativamente contenuto abbia contribuito a rendere meno conveniente investire in capitale e innovazione organizzativa. Ne deriva la necessità di favorire una crescita dei salari sostenuta dalla produttività e una domanda interna capace di creare mercati per nuove attività e produzioni innovative.

Si tratta di una chiave interpretativa che gli stessi autori distinguono dai risultati empirici consolidati del Rapporto, ma che amplia la discussione sulle cause del ritardo italiano.

Il tema è destinato a diventare ancora più importante nei prossimi anni. La crescita estensiva, sostenuta dall’aumento delle ore lavorate, non potrà proseguire indefinitamente in un Paese caratterizzato dall’invecchiamento della popolazione e dalla riduzione della forza lavoro potenziale.

Per continuare a crescere sarà quindi indispensabile produrre più valore con le risorse disponibili.

Ed è qui che il Rapporto CNEL offre forse il suo contributo più interessante. La stagnazione della produttività italiana non deriva dall’assenza di imprese innovative, competenze o tecnologie. Deriva anche dalla difficoltà di combinare queste risorse e di consentire alle aziende più dinamiche di acquistare un peso maggiore nell’economia.

Il problema non è soltanto quante imprese acquistano nuovi macchinari, adottano l’intelligenza artificiale o investono in ricerca, ma quante riescono a utilizzare questi investimenti per migliorare i processi, crescere dimensionalmente e generare più valore.

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