l'analisi dell'esperto

Commercio e acciaio: cosa cambia per l’industria europea con le nuove regole in vigore



Indirizzo copiato

Tra dazi al 50%, il criterio di tracciabilità melt & pour e la piena entrata in vigore del CBAM, il settore siderurgico europeo si trova di fronte a un momento di svolta. La compliance doganale supera la semplice gestione delle tariffe e si trasforma in una leva strategica per proteggere le filiere e la competitività globale.

Pubblicato il 25 ago 2026

Pier Paolo Ghetti

Global Trade Advisory Leader di Deloitte



Acciaio_Shutterstock_2466900923
AI Questions Icon
Chiedi all'AI
Riassumi questo articolo
Approfondisci con altre fonti



In un contesto in cui politiche climatiche, difesa commerciale e sicurezza economica si intrecciano in modo sempre più stretto, il settore siderurgico europeo è chiamato a confrontarsi con una trasformazione regolatoria che incide direttamente su costi, tempi e assetto delle supply chain.

Per le imprese il tema non riguarda più soltanto il prezzo dei metalli, ma la capacità di gestire una filiera complessa, in cui origine, tracciabilità, emissioni e flussi di importazione ed esportazione aggiungono un ulteriore livello di rischio e di opportunità competitiva.

In questo scenario la dogana non è più soltanto il luogo di applicazione del dazio, ma diventa sempre più un laboratorio di misure che perseguono finalità commerciali, geopolitiche, ambientali e di sicurezza economica, facendo convergere nella compliance doganale obiettivi tradizionalmente distinti.

La nuova frontiera della compliance doganale

Sul fronte europeo, il nuovo assetto delle misure di salvaguardia segna un cambio di passo rilevante. Da luglio 2026, all’importazione di prodotti siderurgici sono previsti contingenti tariffari più restrittivi e, al loro superamento, l’applicazione di un dazio pari al 50%, con un evidente impatto sulla programmazione degli approvvigionamenti e sulla sostenibilità economica dei flussi di approvvigionamento.

A questo si affianca un approccio più rigoroso alla tracciabilità, anche attraverso il criterio melt & pour, che sposta il baricentro della compliance dal prodotto finito al suo percorso industriale.

Il punto è particolarmente significativo perché il melt & pour introduce, in termini sostanziali, un nuovo paradigma nella lettura dell’origine rilevante per l’applicazione delle misure commerciali. Non assume rilievo soltanto il Paese dell’ultima trasformazione o della rilavorazione, ma il luogo in cui l’acciaio è stato originariamente fuso e colato, vale a dire il momento industriale in cui il materiale prende forma come acciaio. Ne deriva una maggiore capacità dell’ordinamento unionale di contrastare triangolazioni, rilavorazioni minime e fenomeni di deviazione dei flussi commerciali, ma anche una richiesta molto più intensa di tracciabilità e di visibilità dell’intera filiera produttiva.

Per le imprese questo significa rafforzare il presidio documentale su fornitori, processi produttivi e classificazione doganale, con effetti diretti su procurement, contrattualistica e pianificazione degli approvvigionamenti. In termini operativi, la corretta gestione della supply chain richiede ormai non solo la verifica della classificazione e dell’origine dichiarata, ma anche la disponibilità di evidenze coerenti sulla storia produttiva del bene, dalla colata ai passaggi intermedi fino al prodotto finito.

Il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM) come fattore competitivo

A questo si aggiunge il CBAM, entrato nella sua fase definitiva dal 2026, che introduce un ulteriore livello di pressione competitiva per gli importatori di acciaio. Il meccanismo impone di gestire non solo i profili doganali, ma anche le emissioni incorporate e i relativi obblighi finanziari collegati ai certificati CBAM.

In questa prospettiva, il CBAM può favorire la produzione europea a minore intensità di carbonio, valorizzando gli operatori che hanno già investito nella decarbonizzazione. Allo stesso tempo, però, per molte imprese rischia di tradursi, almeno nella fase iniziale, in un aumento degli oneri amministrativi e nella necessità di costruire sistemi solidi di data governance, di verifica dei dati forniti dai supplier extra-UE e di riconciliazione tra informazioni ambientali, doganali e contabili.

Un ulteriore profilo critico riguarda la discussione in corso sull’estensione del CBAM ai prodotti downstream, che rende centrale il tema delle nomenclature combinate. Il rischio concreto è che beni molto simili sul piano economico o funzionale ricadano in codici diversi e siano quindi assoggettati a discipline differenti: si pensi, ad esempio, a taluni articoli di fissaggio o componenti metallici per uso industriale, che potrebbero risultare inclusi o esclusi dal perimetro CBAM a seconda della loro classificazione doganale, pur presentando caratteristiche materiali e funzioni molto vicine. In una simile prospettiva, la classificazione non è più un esercizio meramente tecnico, ma una variabile capace di incidere direttamente sul trattamento regolatorio e sulla competitività del prodotto.

In questo quadro merita attenzione anche il tema dei rottami, centrale per la struttura industriale italiana ed europea orientata alla produzione di acciaio secondario. Pur non rientrando oggi nel perimetro del CBAM, in quanto non inclusi nell’Annex I, gli scraps restano rilevanti nella lettura complessiva della filiera, perché la loro esclusione non elimina gli effetti indiretti che il meccanismo può produrre sugli approvvigionamenti, sulla competitività e sulla necessità di rafforzare i presidi di tracciabilità, origine e coerenza documentale lungo la catena del valore.

Il problema della competitività estera

Accanto alla funzione di riequilibrio sul mercato interno, resta aperto il tema della competitività dei produttori europei sui mercati di esportazione. Il CBAM può infatti correggere il differenziale di costo all’ingresso nell’Unione, ma non elimina il gap competitivo che può manifestarsi quando i produttori europei si confrontano all’estero con concorrenti non soggetti a un analogo prezzo del carbonio.

È in questo quadro che assume rilievo il Temporary Decarbonisation Fund, proposto per sostenere la transizione low-carbon e attenuare l’impatto del costo climatico sulle imprese europee esposte alla concorrenza internazionale.

Il tema è particolarmente delicato per l’acciaio, perché il rischio non riguarda soltanto i margini industriali, ma la capacità di mantenere quote di mercato estero in un contesto in cui la decarbonizzazione europea procede più rapidamente di quella di molti concorrenti globali. La tenuta competitiva dell’industria europea dipenderà quindi non solo dalla protezione del mercato interno, ma anche dalla capacità di accompagnare la trasformazione industriale con strumenti che evitino di trasferire all’export un divario di costo non compensato.

Il fronte statunitense in una prospettiva europea

In una prospettiva europea, anche i dazi della Section 232 statunitense continuano a rappresentare un fattore di pressione rilevante. Il rafforzamento delle misure su acciaio e prodotti derivati aumenta il rischio di perdita di competitività per l’export europeo e impone alle imprese di rivedere prezzi, condizioni di consegna e strategie di accesso al mercato statunitense.

Il tema, tuttavia, non è solo tariffario. La disciplina statunitense richiede un presidio sempre più accurato sul contenuto metallico incorporato e sulla composizione effettiva del prodotto, con ricadute dirette sulla documentazione commerciale e doganale; inoltre, la possibile deviazione verso il mercato europeo di volumi esclusi o penalizzati negli Stati Uniti rafforza ulteriormente la funzione delle misure UE di difesa commerciale.

Un unico perimetro di rischio

In questo scenario, la priorità per le imprese non è semplicemente quella di pagare correttamente il dazio, ma di governare in modo unitario l’intero rischio regolatorio.

Origine, difesa commerciale, CBAM, sanzioni, export control ed ESG non possono più essere trattati come compartimenti separati, perché fanno parte di un unico perimetro di compliance che incide su supply chain, contratti, investimenti e pianificazione industriale. Per il settore dell’acciaio, e per l’industria europea nel suo complesso, la competitività futura dipenderà sempre di più dalla capacità di trasformare la compliance in una leva strategica, e non soltanto in un costo da assorbire.

Articoli correlati