La crescita della globalizzazione oggi passa dagli uffici più che dalle fabbriche. Tra il 2008 e il 2024 i volumi delle esportazioni mondiali di manufatti sono aumentati del 53%, quelli dei servizi del 93% e quelli dei servizi erogati in forma digitale del 137%, e sono proprio questi ultimi ad aver generato, fino al 2022, l’intero saldo positivo dei posti di lavoro legati all’export.
A mettere in fila i numeri è Richard Baldwin, economista dell’IMD di Losanna e autore di saggi come The Great Convergence e The Globotics Upheaval, che da anni legge la storia della globalizzazione come una sequenza di “separazioni” o “disaccoppiamenti” (unbundling) tra luoghi di produzione e di consumo. Nel suo ultimo lavoro, The Global Office, pubblicato dal National Bureau of Economic Research (NBER), Baldwin sostiene che la frontiera della globalizzazione si stia spostando dalla fabbrica globale all’ufficio globale, cioè dalle catene del valore della manifattura a quelle dei servizi.
Le immagini con cui siamo abituati a raccontarla, fatte di navi portacontainer, fabbriche e carrelli elevatori, secondo l’economista “non sono sbagliate, solo datate”. Il paper, che lo stesso autore descrive come un lavoro che “solleva più domande di quante risposte dia”, si basa sui database Ocse sul commercio in valore aggiunto (TiVA), che copre 80 economie e circa il 95% del commercio mondiale, e sull’occupazione legata agli scambi (TiM), che comprende 68 economie, oltre il 90% del commercio mondiale, e si ferma al 2022. I dati TiVA relativi al 2023 e al 2024 sono proiezioni dell’Ocse.
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Le esportazioni di servizi digitali crescono più del doppio di quelle manifatturiere
Il punto di svolta, secondo Baldwin, è la crisi del 2008: fino ad allora le esportazioni di manufatti e quelle di servizi crescevano a ritmi sostenuti, mentre dopo la crisi finanziaria le prime hanno rallentato e le seconde hanno continuato a correre. Il dato che l’economista considera decisivo riguarda però gli scambi di beni e servizi intermedi, cioè quelli che entrano nella produzione di altri beni e servizi e che costituiscono l’ossatura delle catene globali del valore: tra il 2008 e il 2024 le esportazioni di servizi digitali intermedi sono cresciute del 113%, quelle di manufatti intermedi del 46%.
L’aggregato Ocse dei “servizi erogati in forma digitale” comprende informazione e comunicazione, finanza e assicurazioni, attività immobiliari, servizi professionali, scientifici e tecnici e servizi amministrativi e di supporto. Baldwin utilizza questo aggregato, indicato come DDS, nei dati introduttivi su export e occupazione; per la maggior parte degli altri confronti usa invece l’aggregato DDSx, che esclude l’immobiliare, poco rilevante negli scambi ma molto pesante nel Pil per via degli affitti imputati. In concreto si tratta di sviluppo software, gestione di data center, monitoraggio della cybersecurity, liquidazione dei sinistri, analisi finanziarie, progettazione ingegneristica e CAD, redazione di brevetti, call center ed elaborazione delle buste paga, attività svolte da centri di competenza delle multinazionali, società di outsourcing e freelance.
Il peso di questi flussi non è più marginale. Nelle 68 economie per cui l’Ocse dispone di dati confrontabili i servizi nel loro complesso, inclusi trasporti e turismo, valevano nel 2024 il 39% delle esportazioni mondiali lorde e il 42% di quelle misurate in valore aggiunto, mentre i soli servizi digitali pesavano rispettivamente per il 18,8% e il 20,1%. Il fenomeno è anche sempre più diffuso, visto che prima del 2008 l’export di servizi digitali cresceva più di quello manifatturiero nel 60% delle 80 economie del campione e dopo il 2008 nell’88%.
I servizi restano inferiori nel commercio internazionale, ma crescono più velocemente
Nel Pil mondiale l’ufficio globale ha già superato la fabbrica: nel 2024 il valore aggiunto dei servizi digitali, sempre escludendo l’immobiliare, ha raggiunto 21.200 miliardi di dollari contro i 17.700 della manifattura. Nel commercio internazionale i rapporti di forza si invertono, ma le traiettorie vanno in direzioni opposte, perché la quota di produzione esportata è scesa per la manifattura dal 25% del 2008 al 22% del 2024 ed è salita per i servizi digitali dal 10% al 13%.
Lo stesso schema emerge osservando il peso degli input importati. Nel 2024 gli input manifatturieri acquistati all’estero valevano, a prezzi correnti, 3,4 centesimi per ogni dollaro di produzione lorda mondiale e gli input di servizi digitali 1,5 centesimi. Misurando invece il rapporto in termini di volumi, dal 2008 il primo indicatore è sceso del 9% mentre il secondo è salito del 33%. Secondo Baldwin la crescita più rapida dei servizi non è un semplice effetto prezzo: i prezzi impliciti all’export dei servizi digitali sono aumentati di circa il 23% rispetto a quelli dei manufatti tra il 1995 e il 2024, ma il divario resta evidente anche nei volumi.
L’impatto sull’occupazione
Il dato con le implicazioni più forti riguarda il lavoro. Le elaborazioni di Baldwin sul database Ocse TiM mostrano che tra il 2008 e il 2022 i posti di lavoro incorporati nell’export di servizi digitali sono aumentati di 16,8 milioni, più dell’incremento registrato dall’insieme dei settori dell’economia mondiale (14,9 milioni), mentre quelli legati all’export manifatturiero sono diminuiti di 10 milioni. Questi posti sono attribuiti al settore che esporta e possono comprendere occupazione negli altri comparti della filiera.
Il risultato non cambia se si considera l’occupazione che dipende dalla domanda finale estera, a prescindere dal settore che materialmente esporta. Nella manifattura questi posti sono passati da 85 milioni nel 1995 a 137 milioni nel 2008, sono poi scesi dell’11% fino a 122 milioni nel 2019 e sono tornati a 136 milioni nel 2022 solo grazie al rimbalzo del commercio di beni dopo la pandemia. Nei servizi digitali sono invece quasi triplicati tra il 1995 e il 2022, fino a 72 milioni, con una crescita quasi ininterrotta e cali contenuti durante la crisi finanziaria e il Covid, coerenti con l’idea che sia “più facile fermare le scatole che i byte” alle frontiere.
Nelle economie avanzate i posti legati al commercio estero nei servizi digitali hanno superato quelli manifatturieri nel 2016, quando erano circa 26 milioni ciascuno, e da allora il divario si è allargato ogni anno. Nei Paesi emergenti la manifattura resta prevalente, ma con traiettorie divergenti: la Cina, che nel 2008 contava circa 54 milioni di posti manifatturieri legati al commercio estero, ne ha persi circa 14 milioni entro il 2022 (-25%), in gran parte assorbiti dalle altre economie emergenti, che ne hanno guadagnati circa 13 milioni (+23%).
Il premio salariale dei servizi dipende da dove si trovano i posti
Nel 2022, a livello mondiale, l’indicatore di compenso annuo per occupato legato alla domanda finale estera era pari a circa 32.000 dollari nei servizi digitali, contro i 19.000 della manifattura. Il dato divide i compensi dei dipendenti per il numero complessivo degli occupati, inclusi gli autonomi, e conta persone anziché equivalenti a tempo pieno: non equivale quindi a uno stipendio medio per dipendente a tempo pieno. Nelle economie avanzate però il divario scompare: in entrambi i comparti il livello si attesta intorno ai 59.000 dollari, e la differenza globale si spiega con la geografia, visto che nei Paesi avanzati si trova il 43% dei posti dell’ufficio globale e solo il 19% di quelli della fabbrica. Il premio mondiale, sintetizza Baldwin, riflette “dove si trovano i posti dell’ufficio, non quanto paga il lavoro d’ufficio”.
Le differenze più ampie sono semmai all’interno dei due mondi. Nelle economie avanzate la retribuzione per posto legato al commercio estero va dai 33.000 dollari del tessile e abbigliamento ai 72.000 dell’elettronica, e in sei comparti manifatturieri su nove, guidati da elettronica e chimica, supera quella dei servizi professionali e alle imprese (circa 48.000 dollari), che con 52 milioni di posti su 72 sono il principale bacino occupazionale dell’ufficio globale. In cima alla scala ci sono finanza e assicurazioni (94.000 dollari) e informazione e comunicazione (76.000), anche se per la finanza l’autore avverte che il dato è gonfiato da rendite e protezioni regolatorie.
L’idea che i posti in fabbrica siano buoni posti di lavoro, conclude l’economista, non è sbagliata, ma si adatta ad alcuni comparti meglio che ad altri: nelle economie avanzate legno, alimentare e tessile restano infatti sotto la media di tutti i posti legati al commercio estero.
Perché un ufficio non si delocalizza come una fabbrica
Per spiegare queste differenze Baldwin riprende lo schema che ha reso noto il suo lavoro, quello degli unbundling, delle separazioni o disaccoppiamenti.
La prima separazione, tra il 1820 e il 1990, è stata quella dei beni: il calo dei costi di trasporto ha reso conveniente produrre lontano dai luoghi di consumo e ha fatto esplodere il commercio internazionale.
La seconda, tra il 1990 e il 2008, ha riguardato le fabbriche, perché le tecnologie dell’informazione hanno permesso di coordinare a distanza le fasi della produzione e le imprese dei Paesi avanzati hanno trasferito interi stadi della manifattura nelle economie a basso costo del lavoro insieme al proprio know-how. È nata così la fabbrica globale, che ha avviato l’industrializzazione di alcune economie emergenti, soprattutto in Asia orientale.
La terza separazione, quella degli uffici, è partita dalla stessa rivoluzione digitale ma da una base così bassa da impiegare decenni per emergere nelle statistiche, tanto che l’export di servizi digitali ha superato il 15% del commercio mondiale solo nel 2015. Anche in questo caso il motore è la differenza tra i salari, che però riguarda gli impiegati e non gli operai.
Un caso di scuola citato nel paper è Gecis, la struttura aperta da General Electric nel 1997 a Gurgaon, in India, per gestire le pratiche amministrative della casa madre. Nata come centro di competenza interno della multinazionale, con lo spin-off che ha dato vita a Genpact è diventata una società di outsourcing dei processi aziendali: in entrambi i modelli i lavoratori restano dove sono e a varcare il confine, in forma digitale, è il loro lavoro.
Si delocalizzano panieri di attività, non singole fasi
Secondo Baldwin la teoria delle catene globali del valore è stata costruita pensando alla manifattura, dove il prodotto è standardizzato, il processo è sequenziale come una linea di montaggio e il ruolo centrale spetta ai macchinari. Delocalizzare significa trasferire un impianto con le sue macchine e le sue procedure e decidere in quale punto tagliare la linea, perché nelle fabbriche moderne “gli esseri umani aiutano le macchine a fare le cose, non il contrario”.
Secondo il modello proposto da Baldwin negli uffici vale tendenzialmente l’opposto: l’output è su misura, il lavoro procede per iterazioni e al centro ci sono team di persone aiutate da macchine e database. Per questo non si delocalizza una singola attività ma un paniere di compiti interdipendenti, perché separare un analista dai dati che elabora o dal giudizio di un collega più esperto fa salire i costi di coordinamento, e una mansione qualificata può essere spostata all’estero anche con un risparmio salariale minimo, se consente di trasferire un blocco più ampio di attività a bassa qualifica a essa collegate.
A questo si aggiungono costi di riorganizzazione in parte irrecuperabili e costi di coordinamento difficili da prevedere, che spingono le imprese ad aspettare. È il meccanismo che, secondo l’economista, spiega come differenze salariali molto ampie possano convivere con un’internazionalizzazione dei servizi ancora limitata.
Meno frammentazione, più servizi dentro i prodotti
I dati confermano che l’ufficio è meno frammentato della fabbrica. Nella manifattura i beni e servizi intermedi acquistati da altre imprese valgono tra il 65% e poco più del 70% della produzione, mentre nei servizi digitali questa quota non ha mai superato il 45%, segno che le imprese fanno di più al proprio interno. Baldwin arriva a sostenere che, rispetto alla fabbrica globale, paradossalmente è l’ufficio globale a somigliare di più alla fabbrica di Henry Ford che produceva in casa quasi tutto, dall’acciaio agli pneumatici, di quanto non vi somigli la fabbrica globale.
Diversa è anche la partecipazione alle catene globali del valore. Dal 2008 il valore aggiunto prodotto all’estero rappresenta circa un terzo del valore delle esportazioni manifatturiere lorde, una quota rimasta sostanzialmente stabile, mentre nei servizi digitali gli indicatori di integrazione internazionale restano sotto il 20% ma hanno continuato a salire, con oltre metà dell’aumento complessivo arrivata dopo la crisi finanziaria. Nel 2009 e nel 2020 gli indicatori della manifattura sono calati, mentre quelli dei servizi digitali sono cresciuti quasi senza interruzioni.
L’ufficio globale fornisce inoltre all’export degli altri Paesi più valore aggiunto di quanto ne importi per il proprio, con uno scarto di quasi sei punti percentuali. Una delle ragioni è la cosiddetta servicification (servizificazione), cioè il ricorso sempre più esteso dell’industria all’esternalizzazione di design, software, logistica, finanza e proprietà intellettuale: molti servizi entrano nella produzione dei beni, mentre pochi beni entrano in quella dei servizi. È un fenomeno diverso, ma contiguo, rispetto alla servitization (o servitizzazione) delle imprese manifatturiere, cioè il passaggio dalla vendita del prodotto all’offerta di soluzioni e servizi collegati.
La fabbrica a blocchi, l’ufficio a stella
Le mappe degli scambi di beni e servizi intermedi restituiscono due geografie molto diverse. La fabbrica globale è organizzata in tre blocchi regionali: quello asiatico, guidato dalla Cina con Giappone, Corea del Sud, Taiwan e Vietnam come raggi, quello europeo, con la Germania al centro e Italia e Francia intorno, e quello nordamericano, ancorato agli Stati Uniti con Canada e Messico.
Nel tempo il baricentro si è spostato verso Oriente. La quota cinese sull’export mondiale di manufatti intermedi è passata dal 2% del 1995 al 10% del 2008 e al 18% del 2022, mentre arretravano Giappone, Stati Uniti e Germania, e gli scambi con almeno un Paese asiatico a uno dei due capi sono saliti dal 36% al 55% del totale. Nello stesso periodo la quota dell’Italia è scesa dal 5,13% al 3,24%, un valore che nel 2022 la collocava comunque al settimo posto tra gli esportatori di manufatti intermedi.
L’ufficio globale ha invece la forma di una stella, con gli Stati Uniti al centro. Gli Usa sono il primo venditore di servizi digitali intermedi, con il 17% dell’export mondiale, e il primo acquirente, con l’11% delle importazioni, e si trovano a un capo di sette degli otto maggiori flussi bilaterali del mondo, a partire da quello verso l’Irlanda. La Germania è una sorta di mezza stella, con scambi intensi con gli altri Paesi europei ma non con il Nord America o l’Asia.
L’India, quinto esportatore mondiale di servizi digitali intermedi, ha un ruolo da raggio più che da polo: i suoi flussi verso gli Stati Uniti valgono da soli l’1,3% degli scambi mondiali del settore, ma il Paese non è un acquirente significativo di servizi da nessun partner. Un caso a parte è l’Irlanda, passata da meno dell’1% all’8,5% dell’export mondiale di servizi digitali intermedi, una crescita che il paper invita a leggere con cautela perché la gestione fiscale e della proprietà intellettuale delle multinazionali può gonfiare l’export registrato senza un reale spostamento di lavoro.
La struttura dell’ufficio, a differenza di quella della fabbrica, è rimasta stabile nonostante gli scambi si siano moltiplicati per sette tra il 1995 e il 2022: la quota americana è scesa solo dal 20% al 17% e i flussi con almeno un Paese asiatico sono passati dal 33% al 34% del totale. Anche la crescita degli emergenti non ha prodotto un nuovo polo dominante, perché la loro quota sull’export mondiale di servizi digitali è salita dal 10,5% del 1995 al 18,4% del 2024, con India e Cina rispettivamente al 4,9% e al 3,9%, mentre nella manifattura è passata dal 15,8% al 44,2% e la sola Cina ha raggiunto il 20,1%.
Le ragioni sono in parte intuitive: spostare byte costa molto meno che spostare scatole, quindi regionalizzare le filiere può avere più senso per l’industria che per i servizi. Il primato americano può dipendere dal capitale digitale, cioè software, dati e proprietà intellettuale, che non si consuma con l’uso e si accumula nel tempo rafforzando il vantaggio di chi parte in testa. La concentrazione della manifattura in Cina, che nel 2024 produceva il 34% dell’output manifatturiero mondiale mentre gli Stati Uniti producevano il 36% di quello dei servizi digitali, può invece essere interpretata attraverso modelli che danno rilievo alle economie di scala, ai sussidi e alla protezione asimmetrica del mercato interno.
Nei servizi i fusi orari pesano più che nella manifattura
Per verificare se queste differenze lasciano un’impronta negli scambi bilaterali Baldwin ha stimato un modello gravitazionale su 80 economie tra il 1995 e il 2022, per un totale di 176.960 osservazioni. Nel modello di partenza il raddoppio della distanza tra due Paesi è associato a un export manifatturiero inferiore del 41% e a un export di servizi digitali inferiore del 33%, con una differenza statisticamente significativa.
Il quadro cambia quando nel modello si introduce la differenza di fuso orario. Ogni ora di scarto è associata a circa il 4% in meno di scambi di servizi digitali, mentre per i manufatti non emerge un’associazione statisticamente significativa. Nel modello una differenza di otto ore, la soglia oltre la quale due giornate lavorative dalle 9 alle 17 non si sovrappongono più, corrisponde a circa il 29% di scambi di servizi digitali in meno.
La spiegazione proposta è che il lavoro d’ufficio richiede spesso interazioni in tempo reale tra i team, che rendono preziose le ore lavorative condivise. Oltre le otto ore l’effetto negativo stimato tende ad attenuarsi, forse perché in quei casi gli scambi riguardano attività che non richiedono sincronia, secondo la logica del follow the sun: un team di Ginevra può chiudere a fine giornata la bozza di una presentazione e inviarla a Bangkok, dove verrà rifinita prima che i colleghi svizzeri tornino in ufficio la mattina dopo.
Lo stesso Baldwin precisa però che questa risalita non è statisticamente significativa e che le regressioni non dimostrano il meccanismo, anche perché fusi orari e distanza sono fortemente correlati. Il paper ne trae comunque alcune indicazioni: per i servizi in cui conta l’interazione in tempo reale i fusi orari favoriscono i fornitori con orari compatibili con quelli dei clienti, come l’Africa per l’Europa e il Sud America per il Nord America, e lo sviluppo potrebbe concentrarsi nelle città più che nei Paesi, come è accaduto in India, con tante nuove Bangalore a Bogotá, Nairobi, Città del Capo e Giacarta.
Per i Paesi emergenti la strada dei servizi è ancora stretta
L’ultima parte del paper si chiede se anche lo sviluppo trainato dall’export stia seguendo lo spostamento dalla fabbrica all’ufficio. Baldwin analizza 43 economie emergenti e considera trainata dai servizi la crescita di un Paese in cui il valore aggiunto nazionale contenuto nell’export di servizi digitali aumenta, in termini reali, più rapidamente di quello dell’intera economia, applicando lo stesso criterio alla manifattura.
Il confronto tra il periodo 1996-2008 e il periodo 2009-2024 mostra un cambio di direzione evidente. Prima del 2008 l’export manifatturiero cresceva più dell’economia in 36 Paesi su 43, dopo solo in 17, e il gruppo delle economie in cui soltanto il valore aggiunto esportato dalla manifattura cresceva più dell’intera economia si è ridotto da 11 a uno, il Vietnam. I servizi digitali hanno compiuto il percorso opposto, passando da 31 a 37 Paesi, e le economie trainate solo dall’ufficio sono salite da 6 a 21.
Il sorpasso è però relativo, perché l’ufficio non ha accelerato ma la fabbrica ha rallentato: la crescita mediana del valore aggiunto esportato nei servizi digitali è scesa dall’8,6% al 6,3% annuo, quella della manifattura dal 7,4% al 3%. Conta soprattutto la dimensione, visto che il contributo mediano dell’export di servizi digitali alla crescita è stato di 0,12 punti percentuali l’anno prima del 2008 e di 0,09 dopo, a fronte di una crescita mediana delle economie del 4,7% e del 3,6% annuo.
Solo quattro Paesi registrano un contributo dei servizi digitali sia consistente sia superiore a quello della manifattura: Emirati Arabi Uniti (0,64 punti l’anno), Filippine (0,60), Costa Rica (0,54) e São Tomé e Príncipe (0,45). Nel frattempo il contributo mediano della manifattura si è dimezzato da 0,70 a 0,37 punti e quello della Cina è sceso da 2,82 a 0,89, mentre il Vietnam, con 3,32 punti, si trova oggi più o meno dove si trovava la Cina prima del 2008.
Anche in India, il Paese più noto per l’export di servizi, prima del 2008 il contributo dei servizi digitali alla crescita superava quello della manifattura: 0,90 punti l’anno contro 0,62. Nel periodo successivo il contributo dei servizi digitali è sceso a 0,43 punti, sotto gli 0,64 della manifattura. La sintesi di Baldwin è che lo sviluppo trainato dall’export si sta spostando verso l’ufficio nella direzione, ma non ancora nelle dimensioni.
Intelligenza artificiale e geopolitica spingono l’ufficio globale
Nelle conclusioni Baldwin si spinge oltre i dati con una congettura: la seconda separazione, quella delle fabbriche, sta perdendo slancio mentre la terza, quella degli uffici, continua a guadagnare terreno. Il peso dell’export sulla produzione, l’incidenza degli input importati, l’occupazione legata al commercio estero e la partecipazione alle catene globali del valore della manifattura hanno toccato il picco intorno al 2008, mentre gli stessi indicatori per l’ufficio stanno ancora salendo.
Le ragioni per cui la tendenza dovrebbe proseguire sono tre. La prima è che i costi di separazione delle attività d’ufficio continuano a scendere più rapidamente di quelli della fabbrica, perché i progressi dell’intelligenza artificiale, e in particolare dei grandi modelli linguistici, incidono più sui servizi che sulla manifattura e possono rendere più facile codificare, coordinare e quindi delocalizzare attività che finora richiedevano persone nella stessa stanza, anche grazie alla traduzione simultanea. I servizi hanno inoltre ampi margini di ulteriore internazionalizzazione, visto che il loro rapporto tra export e produzione è del 13% contro il 22% della manifattura.
La seconda ragione è geopolitica: le tensioni internazionali stanno frenando la fabbrica globale ma incidono molto meno sull’ufficio, anche perché le imprese di servizi che beneficiano dell’apertura sono politicamente più organizzate degli impiegati delle economie avanzate che ne pagano il prezzo. La terza è che lo stesso capitale digitale che sostiene il primato americano può aiutare nuovi esportatori a entrare nella rete, aggiungendo raggi alla stella senza creare un secondo centro, mentre la fabbrica globale è un sistema maturo, in cui la Cina produce già circa un terzo della manifattura mondiale e difficilmente potrà salire ancora di fronte all’aumento delle reazioni politiche.
Nulla di tutto questo garantisce che i servizi domineranno la crescita futura degli scambi, ammette l’economista, ma le forze che guidano la seconda e la terza separazione tirano sempre più in direzioni opposte. La congettura con cui si chiude il paper è che “il futuro del commercio sono i servizi” e che oggi la ricerca su scambi e investimenti nei servizi offra rendimenti più alti di quella sui beni.











