L’Italia rafforza il proprio posizionamento nei settori del cleantech e della blue economy grazie a un ecosistema di start-up in crescita, competenze diffuse e una consolidata base industriale.
Secondo l’ultimo rapporto del Blue Economy Monitor – osservatorio promosso da Intesa Sanpaolo in collaborazione con SDA Bocconi School of Management–, il 27% delle start-up attive nel cleantech e nella blue economy punta su Intelligenza Artificiale e IoT per guidare l’innovazione.
Con un ecosistema di 485 imprese innovative analizzate e una solida base nel comparto energetico, la sfida per il sistema Paese si sposta ora sulla dimensione industriale: trasformare queste realtà in campioni globali capaci di integrare automazione avanzata, idrogeno verde e soluzioni digitali nella manifattura del futuro.
Indice degli argomenti
L’ecosistema dell’innovazione: i numeri del cleantech italiano
La fotografia scattata dall’ultimo rapporto del Blue Economy Monitor delinea una filiera della sostenibilità in pieno fermento, strutturata attorno a una solida dorsale tecnologica.
Lo studio ha preso in esame un campione di 485 start-up innovative impegnate sul fronte della transizione ecologica, una massa critica che rappresenta circa il 4% dell’intero panorama nazionale delle imprese innovative ad alto tasso tecnologico.
Dall’analisi dei dati emerge una netta dominanza dei segmenti legati alla decarbonizzazione e all’efficienza dei processi, con il comparto del cleantech che catalizza l’84% delle realtà monitorate.
Emerge tuttavia una quota crescente di imprese che sviluppano soluzioni ibride, pari al 13%, capaci di far dialogare le tecnologie ambientali con l’economia del mare, mentre il 3% si concentra esclusivamente sul verticale della blue economy.
Questa mappa dell’innovazione ma poggia su un’infrastruttura di supporto consolidata, che conta oltre 200 tra incubatori e acceleratori distribuiti sul territorio nazionale.
Un’articolazione che ha il compito di fare da ponte con la base industriale esistente, integrando l’agilità delle giovani imprese con la capacità manifatturiera e l’esperienza di execution tipiche del tessuto produttivo italiano.
AI, IoT e idrogeno: il motore tecnologico della transizione
L’incrocio tra la necessità di decarbonizzare i processi e l’adozione di soluzioni digitali avanzate rappresenta il vero nucleo operativo per le imprese orientate all’efficienza di fabbrica.
All’interno del campione analizzato, le tecnologie digitali abilitanti occupano una quota rilevante, pari al 27% del totale, trainate principalmente dall’integrazione di algoritmi di intelligenza artificiale e architetture Internet of Things. Strumenti che si dimostrano cruciali per l’ottimizzazione dei flussi, la manutenzione predittiva e il monitoraggio in tempo reale dei consumi energetici negli impianti industriali.
Il primo settore per rappresentazione rimane comunque l’energia, che raccoglie il 30% delle start-up mappate. Le progettualità in questa area si concentrano sullo sviluppo dell’idrogeno verde, sull’evoluzione delle fonti rinnovabili di nuova generazione e sui sistemi avanzati di accumulo energetico, tecnologie destinate a ridefinire la resilienza delle reti di alimentazione.
A completare il quadro dei verticali tecnologici si posizionano l’economia circolare e la gestione delle risorse naturali, con una quota del 18%. Le imprese attive in questa fascia sviluppano soluzioni concrete per il recupero dei materiali, la chimica verde e i sistemi per la cattura e lo stoccaggio dell’anidride carbonica, offrendo al settore manifatturiero gli strumenti necessari per ridurre l’impronta carbonica dei cicli produttivi.
La sfida dello scale-up: trasformare l’innovazione in industria
Il passaggio dalla fase di prototipazione o validazione in laboratorio alla produzione in serie rappresenta lo snodo più delicato per la competitività del sistema Paese.
La ricerca evidenzia come l’ostacolo principale per le realtà del cleantech e della blue economy sia proprio il limite dimensionale, che frena la metamorfosi delle start-up in strutture industriali solide, strutturate e capaci di aggredire i mercati internazionali.
L’Italia può contare su alcuni fattori strategici di indubbio valore, come la forte specializzazione della propria filiera manifatturiera nei settori dell’energia, della gestione delle acque e dei materiali avanzati, a cui si somma la centralità geopolitica del Mediterraneo per lo sviluppo delle tecnologie marine.
Il potenziale di questa combinazione geografica e industriale rischia di rimanere incompiuto senza un’accelerazione mirata nel passaggio dall’idea alla fabbrica.
La crescita dimensionale richiede un cambio di paradigma nell’allocazione delle risorse, orientato verso una programmazione a lungo termine e strumenti di finanziamento dedicati.
“L’Italia dispone di tutti gli ingredienti per diventare protagonista europea della transizione verde e blu: una filiera industriale robusta, centri di accelerazione e vantaggi geopolitici unici nel Mediterraneo”, commenta Francesco Perrini, direttore del Blue Economy Monitor e professore ordinario presso l’Università Bocconi.
“La vera sfida è oggi dimensionale, ovvero trasformare un ecosistema vivace di start-up in campioni industriali capaci di competere sui mercati globali. Servono capitali pazienti, una strategia strutturata di internazionalizzazione e politiche industriali coerenti con le ambizioni del Paese”, aggiunge.







