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AI, le imprese italiane la usano ma non sanno ancora governarla


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La ricerca 2026 dell’Osservatorio Purpose in Action mostra che un’impresa su quattro non ha una strategia chiara sull’AI, usata per il 60% solo per ridurre i costi. Ma nei processi decisionali e del personale l’algoritmo avanza, e per 7 manager su 10 la guida etica risiede nel Purpose aziendale.

Pubblicato il 1 ott 2026



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L’intelligenza artificiale è già entrata nelle organizzazioni, anche negli ambiti più delicati per le persone, ma le imprese faticano ancora a governarla. Il 30% la utilizza a supporto delle decisioni manageriali, il 27% nella pianificazione delle competenze e il 25% nella valutazione delle performance. Eppure, un’impresa su quattro (27%) non ha ancora un approccio chiaro all’AI.

È quanto emerge della Ricerca 2026 dell’Osservatorio Purpose in Action, giunto alla terza edizione, realizzata con Adiacent in qualità di Strategic Partner e Ipsos Doxa in qualità di Insight Partner, e con il contributo di Workday.

L’indagine, condotta su un campione di 612 manager di imprese operanti in Italia, approfondisce quest’anno il rapporto tra Purpose, lavoro e talento nell’era dell’intelligenza artificiale.

Dalla rilevazione emerge che per il 60% dei manager l’adozione dell’AI è guidata soltanto da efficienza e riduzione dei costi. Solo il 13% riconosce pienamente che gli obiettivi assegnati ai sistemi di AI siano chiaramente definiti.

La diffusione della tecnologia procede quindi più rapidamente della capacità delle organizzazioni di stabilirne finalità, confini e responsabilità. Per dare una direzione alla tecnologia, i manager guardano al Purpose: oltre 7 su 10 ritengono che avrà un ruolo centrale o importante nel garantirne un uso responsabile nei prossimi cinque anni.

Tra ambizione e dichiarazione: lo stato di maturità del Purpose nelle imprese

Prima ancora di esaminare l’impatto dell’AI, la ricerca scatta una fotografia sulla consapevolezza del Purpose all’interno del tessuto imprenditoriale italiano.

Sebbene il tema sia ormai centrale nel dibattito direzionale, emerge uno scarto significativo tra l’enunciazione formale e la reale comprensione concettuale. Solo il 32% dei manager dichiara di comprendere appieno il Purpose della propria azienda, mentre appena il 27% è in grado di distinguerlo con chiarezza da concetti affini come mission, vision e valori. Inoltre, soltanto il 34% delle organizzazioni ha formalizzato il proprio Purpose in un documento ufficiale.

L’Osservatorio suddivide le imprese in tre profili di maturità:

  • i Pioneers (38%), che sono riusciti a integrare il Purpose nelle strategie e nei processi operativi quotidiani
  • gli Explorers (27%), attualmente in una fase di transizione e riflessione
  • i Laggards (35%), dove il Purpose rimane un elemento marginale o puramente dichiarativo.

Questa frammentazione evidenzia come per molte organizzazioni il passaggio da semplice statement a vera guida per le decisioni rimanga ancora una sfida irrisolta.

L’AI nel People Management: tra efficienza operativa e rischi percepiti

L’ingresso dell’algoritmo nei processi di gestione delle persone sta trasformando le dinamiche lavorative. L’indagine evidenzia benefici concreti ampiamente riconosciuti dai manager: il 53% indica la capacità dell’AI di facilitare un accesso rapido a informazioni e conoscenze rilevanti, mentre il 51% sottolinea il miglioramento della qualità del lavoro grazie alla liberazione di tempo da task ripetitivi.

Tuttavia, l’adozione tecnologica porta con sé timori diffusi che le imprese non possono trascurare. Il 55% dei rispondenti esprime forte incertezza sul futuro del lavoro, il 54% teme una riduzione del senso di autonomia nelle proprie mansioni, e il 50% segnala un aumento del rischio di stress e sovraccarico cognitivo.

La prevalenza di una logica orientata quasi esclusivamente al taglio dei costi (60%) rischia infatti di accentuare la percezione di una tecnologia subita e non governata.

La sfida della leadership e delle competenze nei contesti ibridi

La transizione verso modelli organizzativi più agentici, in cui le persone collaborano quotidianamente con sistemi intelligenti, mette alla prova le strutture di governance tradizionali.

ttualmente, la prontezza delle aziende nell’affrontare questa integrazione appare limitata: solo l’11% dei manager ritiene che la leadership aziendale sia pienamente adeguata a guidare team ibridi di persone e AI.

Per quanto riguarda l’evoluzione delle competenze, l’analisi mostra una duplice necessità. Se da un lato il 65% dei manager colloca al primo posto le competenze digitali e tecniche legate all’AI, dall’altro emergono come indispensabili le capacità tipicamente umane: pensiero critico, abilità nel valutare le decisioni automatizzate e leadership orientata al cambiamento.

La sfida organizzativa non riguarda dunque il semplice inserimento di nuovi tool, ma la riconfigurazione di ruoli, responsabilità e processi formativi.

Il Purpose come infrastruttura di orientamento per l’era agentica

In un contesto in cui la tecnologia si diffonde più velocemente delle regole destinate a disciplinarla, il Purpose si propone come il principale criterio di orientamento etico e strategico.

Il 73% dei manager attribuisce al Purpose un ruolo centrale o importante per garantire un utilizzo responsabile e sostenibile dell’AI nei prossimi cinque anni. Anziché rimanere un elemento accessorio o comunicativo, il Purpose può diventare un’infrastruttura d’orientamento concreta: permette di definire le finalità dei sistemi algoritmici, stabilire i confini dell’autonomia decisionale delle macchine e preservare il valore insostituibile del fattore umano.

Tradurre l’identità aziendale in criteri trasparenti e responsabilità condivise rappresenta, secondo l’Osservatorio, l’unica strada per guidare la trasformazione digitale senza smarrire il senso e la coerenza dell’organizzazione.

“Per le imprese italiane il Purpose non è più un problema di definizione, ma di attuazione, e l’intelligenza artificiale rende questo passaggio urgente”, commenta Josip Kotlar, Co-Direttore Scientifico dell’Osservatorio Purpose in Action.

“Se il Purpose resta una dichiarazione, l’AI rischia di essere adottata seguendo ciò che la tecnologia rende possibile, più che ciò che l’organizzazione vuole ottenere. Se invece diventa il criterio con cui fissare obiettivi, confini e responsabilità, può essere la bussola che oggi manca”, aggiunge.

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