La sfida delle Twin revolutions: opportunità e benefici concreti della transizione digitale ed ecologica

Il legame tra trasformazione digitale e trasformazione ecologica è ormai riconosciuto e affermato; non a caso si parla di Twin revolutions, rivoluzioni gemelle, e sono ormai diversi gli studi che analizzano il contributo delle tecnologie digitali alla sostenibilità dei processi produttivi.

Un ruolo che non si rivela solamente nella dimensione ambientale della sostenibilità, ma che guarda a una trasformazione a 360°, permettendo alle aziende di innovare anche i modelli organizzativi in un’ottica di maggiore responsabilità sociale, inclusione e diversità.

Una responsabilità da cui anche l’industria non può sfuggire, come dimostra anche la crisi attualmente in corso in Ucraina, che ha portato molte aziende, anche sotto la spinta delle attese dei consumatori, a prendere le distanze da mercati e fornitori con cui avevano un rapporto consolidato da tempo.

E anche la risposta dell’Unione Europea alla crisi in corso, come abbiamo visto in questo articolo, fa leva sulle tecnologie digitali per accelerare il processo di diversificazione delle fonti energetiche, in un’ottica di riduzione delle dipendenze dall’estero (che in questo caso fa riferimento alla dipendenza dal gas russo).

Di questo legame tra digitale e sostenibilità, delle sfide e delle opportunità che le Twin revolutions aprono alle aziende, si è parlato nel corso di una sessione dell’Industry 4.0 360 Summit, l’evento digitale organizzato da Innovation Post , Industry4business e ESG360, testate del gruppo Digital360.

Twin revolutions, a che punto siamo in Italia?

Quando si parla di trasformazione digitale non è possibile non pensare al nodo delle competenze. Competenze che in Italia mancano, come ci ha ricordato l’utlimo rapporto Desi – a una fetta ancora troppo alta della popolazione e che non include soltanto la popolazione più adulta, come verrebbe da pensare, ma bensì anche i giovani.

“Da una parte nella transizione digitale ci troviamo in una situazione di rincorsa, dall’altra nella transizione ecologica siamo molto competitivi, perché ci abbiamo dei campioni nazionali che sono dei benchmark a livello mondiale”, commenta Agostino Santoni, presidente di Confindustria Digitale.

Unire queste due transizioni anche a livello di politiche – Santoni fa riferimento, tra le altre cose, al PNRR dove questi due ambiti sono invece considerati separatamente – aiuterebbe ad aumentare la competitività di tutto il sistema Paese.

Competitività che passa ovviamente dalle politiche pubbliche a sostegno delle imprese, che a loro volta diventano poi in grado di offrire servizi innovativi ai cittadini, anche mettendole in condizione di attuare queste trasformazioni adesso.

E questo vuol dire, spiega Santoni,  lavorare sulle infrastrutture necessarie ad abilitare questi servizi, perché “la rivoluzione digitale non vuol dire solamente rendere Internet accessibile a tutti. Il digitale è anche la federazione di nuove reti, che sono le reti di tecnologia delle comunicazione, di distribuzione dell’acqua, del gas, dell’energia”.

Reti che se digitalizzate creano un Paese unico, più capace di diventare efficiente nei servizi offerti alle imprese, più agile e riesce a scegliere e lo rende più autonomo e quindi più competitive.

Le sfide delle Twin revolutions per le aziende

Per le aziende, le Twin revolutions comportano, in primo luogo, innovazioni di prodotto e di processo. Ma non solo, perché la digitalizzazione ha portato anche a nuove aspettative degli end-user sulla facilità di utilizzo e di servizio legata al prodotto.

“Altra dimensione interessante è che storicamente il mondo dell’OT e IT erano separati, avevano priorità e responsabilità diverse all’interno della struttura aziendale e non ci si era posti il problema di una grande collaborazione o condivisione. Oggi l’evoluzione che stiamo vedendo che porta necessariamente ad avere i dati al centro di tutto e il valore aggiunto che si può avere in termini competitivi fa sì che la prospettiva deve essere molto più integrata”, spiega Alberto Bastianon, Director Presales Solutions Architects di DELL Technologies.

Come fornitore, dunque, anche DELL si trova a lavorare per rispondere alle esigenze delle aziende, che richiedono ora soluzioni hardware in grado di abilitare questa convergenza.

In questa direzione opera anche Bosch Rexroth che proprio per aiutare e aziende ad affrontare le sfide delle rivoluzioni gemelle ha creato un ecosistema di innovazione aperto, la piattaforma ctrlX Automation.

Una piattaforma che si ispira all’ecosistema delle app degli smartphone per offrire un’architettura basata su standard comuni e aperti per creare soluzioni indipendenti dall’hardware e quindi a prova di futuro.

“Questo è il modo per riuscire ad arrivare attraverso l’IoT, ad aprire la porta al mondo dell’Information Technology, che è quello che poi darà davvero maggior luce e ottimizzazione, anche come minor impatto su consumi energetici e maggiore sostenibilità”, commenta Andrea Maffioli, Vice President Industrial Applications di Bosch Rexroth.

Un bisogno di efficientamento che coinvolge sempre di più anche gli end-user (in questo caso intesi come aziende), che “non chiedono di ottimizzare solamente i singoli processi, ma parti sempre più consistenti della linea”.

In questo processo la robotica avrà un ruolo chiave, grazie ai progressi svolti negli anni che hanno consentito ai robot di diventare più flessibili e più sicuri nell’interazione con gli operatori.

“Negli ultimi anni la robotica si è sviluppata con un’accelerazione non prevista. Oggi l’Italia ha un parco macchine robotiche che è il doppio rispetto alla media mondiale, anche se purtroppo importiamo ancora molto di più di quanto produciamo”, commenta Claudio Melchiorri, professore dell’Università di Bologna e membro del consiglio direttivo di i-RIM, associazione che raccoglie tutti  ricercatori a livello nazionale che si occupano di robotica e di macchine intelligenti.

Un ruolo sottolineato anche dal Programma Nazionale di Ricerca per il periodo 2021-2027 dove, spiega Melchiorri “al contrario di quanto accade nel PNRR la parola robotica è presente sostanzialmente ovunque: dall’Agrifood, salute, mobilità, cultura, sicurezza e molto altro”.

L‘interazione con l’ambiente rimane, tuttavia, un nodo ancora da sciogliere. Un esempio citato da Melchiorri riguarda gli organi di presa, che sono uno delle parti tecnologie su cui è ancora necessario fare ricerca.

Si dovrà poi lavorare sull‘integrazione della robotica con tutte queste nuove tecnologie di comunicazione e, ovviamente, ci sono poi gli sviluppi che arriveranno dall’integrazione con l’AI. “Riteniamo che l’intelligenza senza possibilità di interazione fisica sia solo una parte di quello che si può chiamare Intelligenza Artificiale”, commenta.

Il ruolo cruciale delle competenze

Tutti aspetti che richiedono anche le competenze giuste per poi gestire quei cambiamenti che la digitalizzazione avvia all’interno dell’azienda e che, come sappiamo, rappresenta uno dei nodi dolenti per le imprese che, da una parte, non riescono a trovare nel mercato le skill di cui hanno bisogno e, dall’altra, non sono in grado di implementare percorsi di reskilling e upskilling di successo.

“Facciamo fatica a riscontrare questi programmi. C’è molta buona volontà e capacità, ma non vediamo percorsi ben definiti, soprattutto per quanto riguarda i percorsi di upskilling, che sono essenziali per poter abbinare le competenze del ‘saper fare’ già presenti in azienda con quelle digitali”, spiega Marco Olivotto, direttore del LEF – Lean Experience Factory 4.0, la fabbrica modello che si trova a San Vito al Tagliamento.

Programmi di cui invece c’è un disperato bisogno anche per accrescere la competitività delle aziende italiane sui mercati internazionali.

Le competenze generano ulteriori competenze. Pensiamo ad esempio alla competitività delle nostre aziende nel mercato dell’IoT oppure anche nella transizione ecologica, dove i nostri ‘campioni’ nazionali sono già in grado di generare competenze”, commenta Santoni.

Occorre dunque, spiega Santoni, assicurarsi che queste competenze siano presenti nel nostro Paese, lavorando lungo due direttive: integrare i corsi di informatica in tutti i corsi di laurea e garantire la formazione come diritto del lavoratore, vista l’importanza trasversale della riqualificazione 

La dimensione sociale dell’impegno delle aziende verso la sostenibilità

E in questo senso il digitale può diventare uno strumento per “dare una seconda opportunità” alle persone, escluse dal mondo del lavoro o che rischiano di essere marginalizzate, aiutando le imprese a rispondere a una responsabilità sociale, creando un Paesi più inclusivo e competitivo.

Vi è quindi una dimensione che fa leva sulle tecnologie, che riguarda quindi l’efficientamento dei macchinari e dei processi interni. La stessa Bosch già opera lungo queste due linee, concentrandosi da un lato sullo sviluppo di soluzioni di automazione che possono efficientare i processi e dunque ridurre il consumo energetico.

Dall’altro, grazie all’utilizzo di queste tecnologie, l’azienda è riuscita ad ottimizzare il ciclo di vita delle materie utilizzate, riducendo gli scarti provenienti dalla produzione ma anche utilizzando quelli già presenti nell’ambiente e dargli una nuova vita.

Vi è poi un’altra dimensione della sostenibilità, che riguarda il capitale umano interno all’azienda. Un impegno che Bosch sostiene sia internamente che lungo tutta la sua Supply Chain.

“Lo scorso anno abbiamo collaborato con più di 400 fabbriche per implementare programmi di sviluppo di competenze delle persone. Abbiamo anche aiutato più di 250 fabbriche a costruire piano di gestione del rischio idrico, contribuito a ridurre di oltre 50.000 tonnellate di CO2 grazie alla riduzione delle emissioni, lavorando sul controllo di qualità degli impianti”. 

Inoltre, il 95% dei fornitori dell’azienda elabora report di sostenibilità. Report importanti, poiché definiscono i KPI dell’azienda e permettono non solo una maggiore trasparenza di quanto fatto all’interno, ma forniscono anche una bussola sulla strada da seguire in futuro.

Una bussola che, appunto, si nutre dei dati che provengono dai processi digitalizzati all’interno dell’azienda e che consentono di ripensare tutti i processi di gestione degli asset interni – pensiamo ad esempio ai vantaggi di Digital Twin –, dalla fase di progettazione fino allo smaltimento e al riciclo.

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Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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