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Lo smart working cambia forma: 3,5 milioni i lavoratori da remoto


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La ricerca del Polimi conferma che lo smart working è ormai un trend stabile, ma la sua applicazione cambia forma ed emerge un divario crescente tra grandi e piccole imprese. Le organizzazioni affrontano la necessità di ripensare gli spazi di lavoro, introdurre maggiore flessibilità oraria e gestire le sfide legate all’inverno demografico.

Pubblicato il 3 nov 2026



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Osservatorio Smart working





Nel 2026 sono 3,56 milioni i lavoratori da remoto in Italia, sostanzialmente stabili rispetto allo scorso anno (-0,3%) per effetto di dinamiche diverse tra le differenti tipologie di organizzazione. Infatti, si consolidano gli smart worker nelle grandi imprese (2,01 milioni, +3,6%), grazie a un leggero incremento nel settore finanziario e dei servizi.

Una dinamica di crescita si registra anche nella PA (590.000, +6,3%), mentre i lavoratori da remoto si riducono nelle PMI (455.000, -5,2%) e ancora di più nelle microimprese, dove la contrazione è del 15,1%.

A rivelarlo è la ricerca dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano, uno degli oltre 60 differenti filoni di ricerca degli Osservatori Digital Innovation della POLIMI School of Management del Politecnico di Milano che affrontano i temi chiave dell’Innovazione Digitale nelle imprese e nella Pubblica Amministrazione.

Smart working, dinamiche differenti nelle grandi imprese e nelle PMI

Secondo l’Osservatorio, praticamente tutte le grandi organizzazioni private italiane hanno una qualche iniziativa di Smart Working in corso: il 94% del totale. Una percentuale in continuità rispetto al 2025, anche se diverse stanno apportando modifiche al loro approccio: il 14% ha ampliato la popolazione aziendale coinvolta o il numero di giorni in cui è possibile lavorare da remoto, l’8% sta facendo il contrario, riducendo persone e giorni.

Iniziative di Smart Working sono presenti nel 69% delle Pubbliche Amministrazioni, in cui la diffusione è sostanzialmente stabile (due punti in più rispetto all’anno scorso) con differenze però tra gli enti: pressoché totale nelle PA centrali, nelle regioni, in università ed enti di ricerca, eterogenea nelle altre tipologie.

Nelle PMI, invece, si riducono le iniziative di Smart Working: sono presenti nel 56% delle medie imprese (4 punti in meno rispetto allo scorso anno) e in appena il 27% delle piccole (in cui crollano, con 16 punti in meno).

Ad eliminare lo Smart Working sono state soprattutto le realtà che lo avevano introdotto in modo informale, demandando l’organizzazione al semplice accordo tra lavoratore e responsabile, senza progetti strutturati.

Emergono nuove forme di lavoro flessibile

Oltre allo Smart Working, però, le organizzazioni stanno iniziando a sperimentare nuove forme di flessibilità. Circa un terzo delle grandi imprese oggi permette di accorpare le giornate da remoto e di lavorare a distanza per periodi prolungati (purché in Italia), una pratica utilizzata nell’ultimo anno dal 15% delle persone che lavorano da remoto.

Una grande organizzazione su dieci sta sperimentando forme di settimana corta, cercando di superare difficoltà dovute alla necessità di riprogettare i processi e attività, oltre a prevedere la creazione di specifici accordi con i lavoratori.

Perché lo smart working è ancora importante per i lavoratori

Il 42% dei lavoratori considera lo Smart Working un fattore importante nella scelta dell’azienda per cui lavorare, una percentuale che sale addirittura al 78% tra chi già lavora da remoto.

Per questa ragione, il progressivo calo dell’utilizzo di pratiche di Smart Working nelle PMI è un campanello di allarme: le piccole imprese rischiano di essere meno attrattive per i lavoratori (in particolare giovani) e avere accesso a un mercato del lavoro meno ampio rispetto a quello a cui hanno accesso le grandi imprese.

Inoltre, i dati mostrano che un modello di Smart Working maturo basato su autonomia, flessibilità e responsabilizzazione sui risultati migliora benessere, engagement e senso di appartenenza delle persone.

Attenzione, però, i lavoratori da remoto con modelli non realmente smart registrano livelli di engagement minori anche rispetto a chi lavora sempre in sede e non ha alcun tipo di flessibilità.

Lo Smart Working si conferma un importante strumento per i lavoratori contro il carovita, di fronte alla crescita dell’inflazione e in particolare dei prezzi dei carburanti, che negli ultimi mesi ha inciso in modo significativo sui costi di chi utilizza mezzi propri per recarsi alla sede di lavoro.

Semplicemente lavorando da casa per 2 giorni alla settimana, ciascun lavoratore potrebbe risparmiare circa 450 euro all’anno considerando gli attuali prezzi dei carburanti.

“Dietro l’apparente stabilità nei numeri dello Smart Working c’è una pericolosa polarizzazione: nelle grandi imprese si consolida e matura, nelle PMI tende a tornare indietro”, afferma Mariano Corso, Responsabile Scientifico dell’Osservatorio Smart Working.

2Con un mercato dei talenti sempre più dinamico, fluido e globale, questa disparità rischia di costituire un pesante svantaggio competitivo per le piccole imprese, incapaci di attrarre e trattenere lavoratori rispetto alle realtà più grandi o internazionali”, aggiunge.

Come vengono usati hub di lavoro e spazi di coworking

Tre lavoratori italiani su quattro riscontrano criticità nell’utilizzo degli uffici della propria organizzazione. Le principali ragioni sono la mancanza di spazi dedicati alla socializzazione e al relax, e poi l’inadeguatezza degli ambienti per il lavoro individuale o per la collaborazione.

Le organizzazioni stanno intervenendo per ovviare a questi problemi con intensità diverse, attraverso interventi sugli spazi di lavoro che sono spesso onerosi e richiedono di valutare con attenzione l’impatto degli investimenti.

Il 60% delle grandi imprese oggi consente ai dipendenti di lavorare presso altre sedi aziendali, mentre il 36% da spazi di coworking: gli obiettivi sono sia quello di supportare il benessere dei lavoratori, alleggerendo il percorso casa-ufficio, sia garantire continuità operativa o presidiare un territorio senza il vincolo di una sede stabile.

Questi approcci permettono di rendere l’impatto dello Smart Working più concreto sui territori, limitando lo spopolamento delle località più periferiche durante la settimana e valorizzando alcune sedi che rimarrebbero inutilizzate, come le filiali di banche o gli uffici postali.

In che modo i lavoratori da remoto stanno gestendo l’impatto dell’AI

La diffusione dell’Intelligenza Artificiale inizia ad influenzare anche la collaborazione tra colleghi e gli approcci dei manager alla gestione del lavoro dei team.

Una rilevazione dell’Osservatorio in collaborazione con Ipsos Doxa mostra che il 23% di chi oggi sta lavorando con l’AI ha minore necessità di confronto e lavoro sincrono, mentre, al contrario, il 12% evidenzia maggiore necessità di collaborazione.

La riduzione dei momenti di confronto e la maggior autonomia può essere l’effetto di un utilizzo maturo dell’AI che permette alle persone di arrivare più preparate agli incontri.

Nella direzione opposta, l’aumento dei momenti di confronto potrebbe essere il risultato di un utilizzo maturo dell’AI attraverso interazioni “di qualità” con i colleghi per confrontarsi sui risultati derivanti dall’interazione con tali strumenti.

Inoltre, l’AI sta influenzando il modo in cui i manager svolgono il loro lavoro: 7 responsabili su 10 hanno cambiato le modalità con cui assegnano le attività ai propri collaboratori.

La maggior parte dà compiti più ampi, complessi o nuovi task. Tra i benefici rilevati ci sono: maggiore efficacia del proprio team (27%), miglioramento di coordinamento e collaborazione (24%) e maggiore autonomia delle persone grazie alla condivisione delle conoscenze e competenze abilitata dall’AI (21%).

La maggiore autonomia lavorativa, però richiede senso critico e responsabilità: solo un lavoratore su quattro verifica in modo approfondito gli output prodotti dall’AI. Le difficoltà più frequenti riguardano la valutazione dell’affidabilità dei risultati e la selezione delle informazioni che è opportuno condividere con i modelli utilizzati.

Serve valutare i risultati in modo critico, assumendosene la responsabilità e gli smart worker (che hanno allenato tali competenze con l’auto-organizzazione del proprio lavoro) risultano più propensi a verificare i contenuti generati con l’AI rispetto agli altri lavoratori.

“Emerge un rapporto di mutuo rinforzo tra introduzione dell’AI e dello Smart Working: da un lato l’AI determina una minore necessità di lavoro in presenza e in sincrono, rendendo più veloce ed efficiente l’accesso da parte del singolo alle informazioni e alla conoscenza, per governare questo cambiamento occorre avere la capacità di valutare i risultati in modo critico assumendosene la responsabilità”, commenta Fiorella Crespi, Direttrice dell’Osservatorio Smart Working.

“Gli smart worker, che hanno allenato tali competenze con l’auto-organizzazione del proprio lavoro, sono, da questo punto di vista, la tipologia di lavoratori più propensa ad avere questo approccio”, aggiunge.

Settimana corta e flessibilità per sostenere l’allungamento delle carriere lavorative

L’inverno demografico – con la crescente necessità di trattenere lavoratori sempre più anziani, preservandone benessere, efficacia e motivazione – rende indispensabile il ricorso a strumenti di flessibilità.

La compresenza di generazioni diverse nello stesso team crea difficoltà ai manager che lo coordinano, soprattutto nel costruire coesione e senso di appartenenza e nel favorire lo scambio di conoscenze tra colleghi di età diverse. E l’81% dei lavoratori vorrebbe maggiore flessibilità rispetto all’orario di lavoro, a fronte dell’allungamento della carriera lavorativa, con un interesse particolare per la settimana corta.

In questo scenario, il 61% delle grandi imprese non ha ancora introdotto iniziative specifiche per rispondere alle esigenze delle diverse generazioni in azienda, il 20% prevede di farlo in futuro. Tra le PA si riconosce l’importanza del tema, ma solo una su dieci ha già avviato attività specifiche.

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