Lavoratori troppo qualificati e competenze mancanti: è davvero l’automazione a mettere a rischio il lavoro degli italiani?

Quello dell’impatto delle tecnologie di automazione sull’occupazione è un tema tanto complesso quanto difficile da inquadrare: se è vero che la letteratura scientifica può contare su diversi studi a supporto della correlazione positiva tra investimenti delle imprese in automazione e aumento di disoccupazione, è anche vero l’opposto.

Studi che tradizionalmente hanno reso difficile stimare la natura di questa correlazione nel tessuto imprenditoriale e nella forza lavoro del nostro Paese, perché condotti in Paesi stranieri (come Stati Uniti, Francia o Giappone) che presentano dunque un contesto diverso da quello italiano.

Nel corso del 2021, tuttavia, diversi studi dei ricercatori dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP) hanno analizzato il contesto italiano, potendo contare sulle grandi banche dati dell’istituto, integrate con altre banche dati, come quella dell’Istat.

I risultati, di cui parleremo a breve, seppur non forniscono uno scenario negativo come quello che si può immaginare, fotografano la situazione di un Paese dove manca quel salto culturale per mettere in condizione i lavoratori di stare a passo con le tecnologie e quindi combattere l’obsolescenza delle competenze.

Una situazione causata anche dalle politiche attive sul lavoro, che non sono state in grado di offrire percorsi di upskilling e reskilling e quindi alternative di mobilità valide ed efficaci.

Di questo si è parlato nel corso della sessione “L’evoluzione delle competenze e l’impatto sull’occupazione” che ha concluso l’Industry 4.0 360 Summit, l’evento organizzato da Innovation PostIndustry4Business e ESG360, testate del Network Digital360 del 10 marzo.

Per chi si fosse perso questa o altre sessioni, ricordiamo che tutti gli eventi del summit saranno disponibili on demand sul sito della manifestazione tra qualche giorno. Vi consigliamo quindi di registrarvi per riceverne segnalazione.

Lo “spauracchio” dei robot che rubano il lavoro tra teoria e realtà

Uno degli studi recentemente pubblicati da Il Mulino – il primo del suo genere contestualizzato alla realtà italiana – ha presentato numeri in apparenza molto allarmanti: in Italia ci sarebbero infatti tra 4 e 7 milioni di lavoratori che rischiano di perdere il posto di lavoro a causa dell’automazione.

Una forchetta molto ampia, in quanto lo studio ha analizzato il tema secondo due approcci distinti: un approccio occupation-based, che quindi indaga il rischio legato all’automazione della professione, e un approccio task-based, che indaga il rischio legato all’automazione delle singole mansioni lavorative (task).

Nel primo caso, sarebbero “solo” 3,87 milioni i lavoratori a rischio, mentre nel secondo il numero sale a 7,2 milioni. L’ampiezza della forchetta è dovuta anche a diversi fattori presi in esame dallo studio, come gli effetti compensativi dell’automazione, che riguarda i lavori che nascono o si diffondono proprio dalla necessità di progettare, installare e utilizzare le macchine.

“D’altro canto la stessa automazione comporta un aumento della produttività delle imprese quindi il lavoratore diventa più produttivo. Inoltre, possono generare nuovi prodotti e nuova offerta e da qui c’è più domanda di lavoro”, spiega Mariasole Bannò, ricercatrice dell’Università di Trento e autrice dello studio insieme a Sandro Trento ed Emilia Filippi.

Questo e altri fenomeni sono stati analizzati in un altro studio ad opera di alcuni ricercatori dell’INAPP, tra cui Sergio Scicchitano, ospite della sessione del Summit Industry 4.0 360.

Lo studio in questione, dal titolo “Stop worrying and love the robot: An activity-based approach to assess the impact of robotization on employment dynamics”, ha analizzato l’effetto dell’automazione sull’occupazione nel nostro Paese nel periodo compreso tra il 2011 e il 2018.

Per quanto riguarda il displacement dei lavoratori (ossia la disoccupazione legata all’aumento dell’automazione in azienda), lo studio ha evidenziato che l’introduzione di robot industriali non ha prodotto effetti negativi sul tasso di occupazione, anzi ha contribuito (seppur in misura contenuta) alla riduzione del tasso di disoccupazione.

Lo studio ha anche sottolineato che l’adozione delle tecnologie della robotica porta con sé un aumento di tutte quelle professionalità legate alle fasi di vita del robot, dalla progettazione all’utilizzo negli stabilimenti.

“La richiesta di questi lavori nel periodo analizzato è aumentata del 50%. Inoltre, secondo le stime, a un aumento dell’1% dell’adozione dei robot segue un aumento di 0,29% della quota locale di operatori di robot. Un fenomeno che definiamo reinstatement effect“, spiega Schicchitano.

Inoltre, lo studio ha rivelato che a un utilizzo maggiore dei robot non è seguito, come invece di potrebbe ipotizzare, un aumento della disoccupazione per quelle mansioni di routine. Al contrario, se da un lato è aumentata l’automazione in quelle task fisiche ripetitive – che comportano un rischio per la salute dell’operatore – , dall’altro quelle attività a più alto contenuto cognitivo sono state favorite.

I risultati che sono stati evidenziati da questi e altri studi condotti dall’INAPP parlano di una correlazione tra automazione e occupazione eterogenea, che dà risultati diversi a seconda del contesto e variano dunque in funzione di:

  • tipo di impresa analizzata, con le grandi aziende che hanno una capacità diversa sia di investire nelle tecnologie che di sviluppare programmi di formazione per i dipendenti
  • dove si trova l’impresa, con squilibri tra Nord e Sud del Paese
  • genere della forza lavoro impiegata

E se da un primo sguardo gli studi potrebbero suggerire una dinamica più favorevole per le donne – meno esposte al rischio di disoccupazione derivante dall’introduzione dell’automazione in azienda – in realtà questi dati riflettono la segregazione in cui si trovano ancora le lavoratrici italiane.

“Segregazione intesa nel senso orizzontale, con le donne che sono maggiormente impiegate in quelle professioni legate alla cura della famiglia, della persona e della casa, sia verticale, con meno possibilità di accesso a ruoli decisionali e retribuzioni inferiori rispetto agli uomini”, spiega Bannò.

Infine, occorre anche tenere a mente che mentre nella robotica l’Italia ha una posizione di tutto rispetto, sia a livello Europeo che mondiale, il nostro Paese è ancora in una posizione arretrata nell’utilizzo di altre tecnologie 4.0.

Mismatch di competenze e overeducation, la situazione italiana e il ruolo dell’automazione

Secondo Paolo Manfredi, responsabile delle strategie digitali di Confartigianato Imprese, il displacement in questi anni ha trovato poco riscontro nella realtà delle imprese artigiane manifatturiere italiane, “mentre ha fatto danni nel settore dei servizi”. La vera emergenza nel Manifatturiero è invece un altro fenomeno che interessa il nostro Paese in misura preoccupante, ovvero il mismatch di competenze.

In Italia, infatti, le competenze di cui dispone la forza lavoro non incontrano le richieste delle imprese, che faticano sempre di più a ricoprire i ruoli necessari e a trovare le skill di cui hanno bisogno.

Un fenomeno che si accompagna ad un altro altrettanto preoccupante: in molti casi la forza lavoro impiegata nelle imprese ha un tasso di istruzione troppo elevato rispetto alla posizione ricoperta.

“L’adozione delle tecnologie di automazione potrebbe aiutare a risolvere questo problema, perché aprirebbe più opportunità per mansioni e professioni ad alto valore cognitivo”, spiega Scicchitano.

Il fenomeno di cui abbiamo parlato, anche chiamato over education, è particolarmente diffuso tra i laureati (dove arriva al 40%): il nostro Paese è infatti unico paese del G7 dove più della metà dei laureati sono occupati in occupazioni routinarie.

Persone che spesso, come suggeriscono i dati, si accontentano di lavori per cui sono over-qualificati a favore di una sicurezza maggiore: il fenomeno si registra infatti maggiormente tra i lavoratori con contratto a tempo indeterminato.

Il ruolo delle politiche attive nel ridurre il mismatch di competenze

Senza interventi, le previsioni suggeriscono che la situazione può solo che peggiorare. Servono quindi politiche attive per il lavoro in grado di implementare percorsi di formazione di successo per i giovani, che li aiutino ad acquisire quelle competenze che le imprese attualmente non trovano sul mercato.

Ma non solo, perché occorre prendersi cura anche della forza lavoro esistente (quindi degli adulti), con percorsi di riqualificazione rivolti agli adulti. Qualcosa che in Italia non si è ancora riusciti a fare, sottolinea Marco Bentivogli, ex sindacalista e coordinatore dell’associazione Base Italia.

“Questo è un problema molto serio perché nelle transizioni che stiamo vivendo ora e in quelle future non sarà più possibile utilizzare le due leve degli esodi volontari e del sussidio all’impresa”, spiega.

“Bisognerà anche fare qualcosa di più e farlo con maggiore successo e più coraggio rispetto al passato. Nell’ambito della formazione abbiamo perso troppe occasioni“, aggiunge.

Occasioni perse anche perché le politiche pubbliche non hanno tenuto conto dei cambiamenti in atto nei processi produttivi: con l’Industria 4.0, infatti, all’innovazione delle tecnologie utilizzate nei processi è seguita anche un’innovazione dei prodotti, dei processi stessi e dei servizi offerti.

E in quelle aziende che hanno davvero compreso e fatto proprio i paradigmi dell’Industria 4.0, è cambiato anche il modello organizzativo. Ed è su questo punto che, secondo il il coordinatore di Base Italia, si dovrà insistere, perché “l’innovazione a spicchi è sempre inefficace”.

Bisogna dunque fare ancora quel salto culturale di cui parliamo da tanto tempo. Abbandonare i vecchi modelli gestionali, di ricerca delle competenze e di relazione con le altre aziende, fattore sicuramente non semplice in un Paese dove buona parte delle aziende è a conduzione familiare.

Innovazione che deve passare per l’accettazione, il riconoscimento e il sostegno da parte dei policy maker di pratiche già adottate dalle aziende.

“Non è vero che tutto deve essere trovato all’interno della medesima piccola impresa. Si stanno diffondendo molto modelli di collaborazione tra imprese, per cui se un’azienda non trova internamente e sul mercato delle competenze, le può trovare in una PMI innovativa, in un provider tecnologico e così via”, spiega Manfredi. 

Modelli che vanno incentivati in quanto aprono nuove opportunità: da un lato le aziende possono rispondere al problema della mancanza di competenze e, dall’altro, questo promuove l’affermazione di un mercato dei servizi alle imprese, delle attività collaterali, di chi si occupa di digitalizzare processi che l’impresa esternalizza, lavorando con più imprese del settore.

Manfredi rilancia infine anche sulla necessità di riconoscere quei percorsi di formazione “informale” che durante la pandemia hanno permesso alle aziende di reggere la spinta della digitalizzazione forzata.

Coinvolgere i lavoratori per creare fiducia nell’innovazione

Un salto di mentalità di cui c’è bisogno anche per costruire nei lavoratori quella fiducia nell’automazione e quella sicurezza del proprio posto di lavoro di cui c’è bisogno per promuovere l’innovazione del sistema produttivo.

A dirlo è uno studio, condotto sempre dall’INAPP, che ha analizzato la percezione della sicurezza del lavoro sulle imprese che fanno automazione, quindi il rapporto di fiducia tra operatore e l’impresa.

Uno studio che ha coinvolto circa 45.000 persone e che ha sottolineato come a un maggiore investimento nelle tecnologie da parte dell’azienda segua una percezione maggiore di sicurezza da parte del lavoratore sulla stabilità del proprio impiego.

“Questo avviene perché il lavoratore percepisce gli investimenti dell’azienda come uno sforzo a restare competitiva, a cui segue un aumento della produttività”, spiega Manfredi.

Uno studio particolarmente importante perché fornisce un altro dato significativo: se è vero che una parte della forza lavoro ha effettivamente paura di perdere il posto a causa dell’automazione di diversi processi aziendali, c’è da sottolineare che questo accade in quelle aziende che non coinvolgono i lavoratori nel processo di innovazione.

“In assenza di questo contesto, la tecnologia può essere percepita come un modo per tagliare i costi di lavoro, alimentando sfiducia”, conclude Manfredi.

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Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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