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Brevetti e ricerca: l’Europa raddoppia le invenzioni ma perde la sfida del mercato


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Il report dell’EPO rileva che il 40% dei brevetti universitari europei scade entro dieci anni. L’Italia è sesta per spin-off, ma nessuna impresa supera la soglia della crescita avanzata.

Pubblicato il 22 ott 2026



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Tra il 2006 e il 2025 le domande di brevetto presentate da università, centri di ricerca e ospedali europei sono più che raddoppiate, passando da 3.200 a quasi 8.000.

Dietro la crescita dei volumi si nasconde tuttavia una fragilità strutturale nella catena dell’innovazione: il 40,7% dei brevetti di proprietà degli atenei europei scade prima di compiere dieci anni, contro il 26,3% registrato negli Stati Uniti.

Un’indagine condotta dall’Ufficio Europeo dei Brevetti (EPO) insieme ad ASTP e Fraunhofer ISI su 809 uffici di trasferimento tecnologico individua il principale collo di bottiglia nell’organizzazione delle strutture di supporto, dove il 90,5% degli uffici opera su dimensioni ridotte e senza la scala necessaria per la valorizzazione commerciale.

Il dato italiano riflette in modo nitido questo paradosso: il Paese si colloca al sesto posto nel continente con 289 spin-off accademici brevettanti, ma l’89,6% di queste imprese rimane bloccato nella fase iniziale di sviluppo e nessuna ha finora raggiunto lo stadio di crescita avanzata.

La pressione competitiva di Stati Uniti e Cina sulla proprieta intellettuale

Le domande di brevetto europeo presentate da università, enti di ricerca pubblici e strutture ospedaliere sono più che raddoppiate negli ultimi vent’anni, passando dalle 3.200 registrate nel 2006 a quasi 8.000 nel 2025.

Il contributo della ricerca pubblica risulta particolarmente determinante nei settori a elevata intensita tecnologica: nel 2025 gli istituti scientifici hanno firmato il 34% delle domande di brevetto europee relative alle biotecnologie, il 29% nel campo delle tecnologie quantistiche e il 26% nel settore farmaceutico.

Sebbene la quota di brevetti di proprietà diretta degli atenei europei si attesti intorno al 9%, allineandosi ai livelli statunitensi, la capacità di mantenere la titolarita dei titoli nel tempo rivela sensibili differenze. Il 40,7% dei brevetti detenuti dalle universita europee scade entro dieci anni dal deposito, a fronte del 26,3% registrato per le universita degli Stati Uniti.

La tenuta del sistema scientifico continentale si scontra inoltre con le strategie della Cina, che nel proprio quindicesimo Piano quinquennale ha inserito la commercializzazione della ricerca universitaria tra le priorità di sviluppo economico.

“Il trasferimento tecnologico è una questione di competitività. Le università e gli enti di ricerca pubblici europei sono all’avanguardia nella ricerca scientifica, ma le scoperte devono passare dal laboratorio al mercato se vogliono generare occupazione, crescita e autonomia strategica”, commenta António Campinos, Presidente dell’EPO.

“Ciò significa potenziare il trasferimento tecnologico, migliorare l’accesso ai finanziamenti e costruire un mercato unico più integrato per l’innovazione. Lo studio presentato oggi individua sei priorità per aiutare l’Europa a trasformare l’eccellenza nella ricerca in successo commerciale”, aggiunge.

Il nodo strutturale della frammentazione negli uffici di trasferimento tecnologico

L’ostacolo principale lungo la catena del valore non risiede nella qualità delle scoperte, bensì nell’organizzazione della rete di supporto all’innovazione. Dei 809 uffici di trasferimento tecnologico analizzati dal report, il 90,5% e costituito da strutture di piccole e medie dimensioni, mentre solo il 9,5% appartiene alla categoria delle grandi organizzazioni.

Gli uffici di maggiori dimensioni dispongono di un organico sei volte superiore, supportano istituzioni con spese di ricerca ventitre volte piu elevate e gestiscono un volume di segnalazioni di invenzioni quasi sedici volte superiore rispetto agli uffici minori.

L’efficienza relativa della singola pratica non differisce in maniera sostanziale tra le diverse tipologie di struttura: quando un progetto viene preso in carico da un ufficio piccolo o medio, le probabilita di trasformarlo in brevetto, licenza o startup rimangono paragonabili a quelle dei grandi centri.

La vera discriminante risiede nella capacità complessiva di gestione. Le strutture più strutturate riescono a trattare una quantità significativamente più alta di dossier per dipendente grazie a competenze specialistiche consolidate, procedure standardizzate e reti di contatto più articolate con il mondo industriale.

Un’integrazione transfrontaliera tra istituti di ricerca e aziende europee consentirebbe agli uffici territoriali di accedere a risorse e sbocchi commerciali piu ampi.

La mappa dell’innovazione italiana tra eccellenza accademica e limiti di scala

Il sistema della ricerca pubblica in Italia mostra un posizionamento rilevante a livello continentale. I dati ricavati dalla piattaforma Deep Tech Finder dell’EPO collocano l’Italia al sesto posto in Europa per numero di spin-off accademici con domande di brevetto depositate, con un totale di 289 aziende.

La piattaforma Data Desk Dashboard rileva inoltre una precisa graduatoria tra gli enti pubblici e le università del Paese per volume di attivita brevettuale presso l’EPO: il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) e al vertice con 34 domande, seguito dal Politecnico di Milano con 29, dall’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) con 21, dal Politecnico di Torino con 20 e dall’Universita degli Studi di Milano con 17.

L’analisi dei settori tecnologici rivela una marcata specializzazione delle singole istituzioni. Il CNR concentra la propria attivita brevettuale nei semiconduttori, nelle tecnologie ambientali e nell’ottica. Il Politecnico di Milano esprime le sue principali competenze nella tecnologia medica, nei sistemi di controllo e nelle biotecnologie. L’IIT registra i risultati piu consistenti nelle tecnologie mediche, nei prodotti farmaceutici e nella chimica dei materiali di base. Il Politecnico di Torino focalizza la ricerca su macchine elettriche, energia, tecnologie di misurazione e materiali. L’Universita degli Studi di Milano mantiene un profilo solido nelle biotecnologie e nella chimica macromolecolare.

Le criticita del modello italiano emergono nell’evoluzione dimensionale delle imprese nate dalla ricerca. L’89,6% degli spin-off accademici italiani si trova ancora nella fase iniziale di crescita, impegnato nel passaggio dal prototipo di laboratorio al prodotto commerciabile.

Soltanto 19 spin-off sono riusciti a raggiungere la fase di espansione per ampliare le reti commerciali e raccogliere capitale di rischio. Nessun ente ha finora varcato la soglia della crescita avanzata, caratterizzata da valutazioni superiori ai 500 milioni di dollari e da una presenza strutturata sui mercati internazionali.

Le operazioni di acquisizione da parte di gruppi di dimensioni maggiori riguardano il 3,8% degli spin-off, rappresentando uno dei pochi canali consolidati per la valorizzazione economica delle invenzioni italiane.

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