lo studio di thea e aws

L’impatto della burocrazia sull’high-tech: l’Italia perde oltre un punto di PIL di investimenti all’anno


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Un nuovo studio firmato da TEHA, Amazon e AWS analizza le barriere che frenano l’adozione di AI e cloud nel nostro Paese. Tra le cause principali figurano la burocrazia, i lunghi tempi autorizzativi, i costi dell’energia e il mismatch di competenze. La ricerca indica tre leve prioritarie per rilanciare la competitività delle imprese.

Pubblicato il 7 set 2026



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L’Italia dispone di importanti asset industriali, scientifici e tecnologici, ma continua a registrare un ritardo nella capacità di attrarre, realizzare e scalare investimenti high-tech.

A rivelarlo è un nuovo studio realizzato da TEHA, Amazon e AWS dal titolo Lo Scenario di Oggi e di Domani per le strategie competitive”.

Lo studio evidenza che in Italia gli investimenti nei settori ad alta intensità tecnologica, in rapporto al PIL, sono due terzi di quelli realizzati in media in Unione Europea (1,3% in Italia contro 1,9% in media in EU).

Inoltre, soltanto il 7,9% delle imprese italiane presenta un livello di intensità digitale molto elevato, rispetto al 10,1% europeo.

La ricerca individua tre condizioni prioritarie per colmare il divario: un sistema energetico competitivo e affidabile, una maggiore capacità amministrativa e regolatoria e la disponibilità di competenze tecniche e scientifiche.

Il divario nell’adozione tecnologica delle imprese italiane

La transizione digitale all’interno del sistema produttivo nazionale sconta un forte rallentamento, come dimostra il fatto che il 92% delle imprese italiane non possiede un livello elevato di digitalizzazione.

Solo il 7,9% delle aziende registra un’intensità digitale molto elevata, posizionando il paese al di sotto della media europea che si attesta al 10,1%.

Il ritardo nella diffusione tecnologica è influenzato in modo determinante dal fattore dimensionale. Se l’82% delle grandi imprese e il 61% delle medie mostrano un’intensità digitale alta o molto elevata, appena una piccola impresa su tre risulta realmente digitalizzata.

Per le realtà più frammentate del tessuto manifatturiero, l’attrazione di investimenti tecnologici e l’accesso a soluzioni on-demand, come il cloud e l’AI, rappresentano una via fondamentale per fare innovazione senza dover sostenere insostenibili costi fissi iniziali.

I servizi as-a-service consentono infatti di superare i limiti di scala e di carenza di capitali, offrendo anche alle piccole imprese strumenti d’avanguardia per incrementare la produttività del lavoro, la cui crescita è stimata intorno al 4% con l’introduzione dell’AI.

Le vulnerabilità strutturali e i costi del sistema energetico

Accanto ai limiti dimensionali e alla difficoltà di accesso alle tecnologie avanzate, la stabilità e la convenienza delle forniture energetiche rappresentano un ulteriore e decisivo prerequisito per la localizzazione delle infrastrutture digitali, dei data center e delle attività di ricerca avanzate.

La dipendenza italiana dalle importazioni di energia si attesta al 74% del fabbisogno nazionale, evidenziando uno scarto netto rispetto al 57% della media europea.

Lo scarto espone le imprese a una forte volatilità dei mercati e a tariffe elettriche che risultano superiori fino al 30% rispetto alla media dell’Unione Europea.

Nel secondo semestre del 2025, i costi base dell’elettricità per il comparto industriale hanno raggiunto quota 0,17 €/kWh, posizionandosi tra i più alti a livello comunitario e spingendo il 40% delle aziende nazionali a indicare la spesa energetica come un freno primario agli investimenti.

L’incremento della generazione da fonti rinnovabili si profila come la via maestra per ridurre la vulnerabilità nazionale, ma la transizione procede a rilento. La quota di elettricità prodotta da fonti pulite si ferma al 40,7%, contro il 47,5% della media europea, il 54,1% della Germania e il 59,7% della Spagna.

Il ritardo emerge in particolare nel comparto fotovoltaico, dove la capacità installata tra il 2015 e il 2024 è cresciuta dell’87%, a fronte del +253% della media europea e del +444% registrato in Spagna.

La lentezza dello sviluppo non è legata a una carenza di iniziativa privata, bensì alla farraginosità e all’incertezza dei tempi autorizzativi. L’ottenimento dei permessi per la realizzazione di un impianto fotovoltaico utility-scale richiede mediamente 3,6 anni in Italia, contro i 2,5 anni della Germania e i 2,7 anni della Spagna.

L’aspetto più penalizzante per gli operatori è l’instabilità delle regole: nell’arco dell’iter di permitting, la normativa italiana subisce mediamente tre modifiche, laddove nei principali mercati europei si registra in media meno di un cambiamento normativo (0,7). La farraginosità procedurale mantiene bloccati oltre 2.100 progetti eolici e fotovoltaici, tuttora fermi nella fase di valutazione amministrativa.

La complessità burocratica e l’efficienza operativa delle istituzioni

L’eccesso di burocrazia non solo penalizza lo sviluppo di fonti di energia alternativa necessarie, ma genera un costo annuo stimato in 57,1 miliardi di euro per il sistema produttivo, agendo come un forte disincentivo all’attrazione di capitali esteri.

L’ordinamento giuridico nazionale è appesantito da circa 160.000 leggi vigenti, un dato sproporzionato rispetto alle 7.000 norme della Francia, alle 5.500 della Germania e alle 3.000 del Regno Unito.

La pletora legislativa si scontra inoltre con una cronica lentezza attuativa: nelle ultime due legislature, rimangono da approvare 532 decreti attuativi, lasciando privo di efficacia reale il 21,5% delle norme approvate dal Parlamento e congelando oltre 3 miliardi di euro di risorse pubbliche.

L’indice Business Ready della Banca Mondiale fotografa un paradosso emblematico: l’Italia si colloca al dodicesimo posto su 101 economie globali per la qualità della regolazione d’impresa e al secondo posto assoluto per l’offerta di servizi pubblici digitali, ma precipita al trentanovesimo posto per l’efficienza operativa.

L’avvio di un’impresa richiede infatti mediamente sette procedure amministrative, contro le cinque della Francia e le quattro del Regno Unito, con tempistiche che all’estero risultano fino a tre volte inferiori.

Le indagini del Global Entrepreneurship Monitor assegnano alla celerità burocratica italiana nel rilascio delle autorizzazioni un punteggio di appena 1,9 su 10.

La lentezza istituzionale incide pesantemente sulla natalità e sulla crescita delle nuove imprese tecnologiche: l’Italia registra solo 262 startup per milione di abitanti, contro una media europea superiore a 500 e il primato della Svezia con oltre 880.

Il divario si amplia nelle fasi di crescita successiva, con appena 7,7 scale-up per milione di abitanti contro le 15,6 dell’Unione Europea, e solo 0,3 unicorni a fronte di una media comunitaria di 0,8. La debolezza dell’ecosistema spinge il 34% delle startup italiane a valutare il trasferimento all’estero, alla ricerca di maggiori finanziamenti (52%), espansione internazionale (48%) e di un quadro regolatorio più stabile e favorevole (38%).

La mancanza di certezza normativa frena anche la realizzazione delle infrastrutture digitali e lo sviluppo delle tecnologie d’avanguardia. Nel triennio 2023-2025, a fronte di oltre 7 miliardi di euro di investimenti annunciati per i data center sul territorio nazionale, solo il 68% è stato effettivamente completato nei tempi previsti, nonostante per il periodo 2026-2028 risultino già programmati oltre 25 miliardi di euro di nuovi progetti.

Sul fronte dell’AI, la regolamentazione ha storicamente preceduto l’adozione di mercato, generando forte incertezza. L’entrata in vigore dell’AI Act europeo ha lasciato il 68% delle imprese comunitarie nel dubbio circa i propri obblighi di conformità.

La percezione di instabilità regolatoria spinge le aziende più incerte a pianificare una riduzione del 28% dei propri investimenti tecnologici nei dodici mesi successivi. L’Italia ha ulteriormente inasprito il quadro normativo con la Legge 132/2025, introducendo sanzioni penali severe — fino a cinque anni di reclusione per la diffusione illecita di contenuti generati o alterati tramite AI. L’introduzione di disposizioni nazionali non coordinate rischia di determinare fenomeni di gold plating, ovvero l’estensione o l’appesantimento delle norme europee con requisiti e sanzioni locali più rigidi,accrescendo i costi di compliance e l’esposizione giuridica delle imprese.

Le sovrapposizioni si avvertono anche nel difficile coordinamento tra il Digital Markets Act e il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR). Le grandi piattaforme digitali rischiano un blocco operativo: negare l’accesso ai dati richiesto da terze parti per ragioni di tutela della privacy può configurare una violazione delle norme sulla concorrenza, mentre concederlo in assenza di tutele adeguate viola la normativa comunitaria sul trattamento dei dati personali.

“La semplificazione deve procedere insieme a una maggiore stabilità del quadro regolatorio, accelerando l’adozione dei decreti attuativi, riducendo la stratificazione delle norme e prevenendo forme di gold plating nazionale”, spiega Valerio De Molli, Managing Partner e CEO di TEHA Group.

“Fare l’imprenditore in Italia è come correre una maratona con uno zaino pieno di sassi e con ogni nuova regolazione c’è un nuovo sasso nello zaino. Non significa che non servano regole. Significa che le regole devono essere chiare, coerenti, prevedibili e applicabili”, evidenzia Alec Ross, esperto statunitense di innovazione e politiche tecnologiche, autore del nuovo best-seller “The Italian Dream: Riprendersi il Futuro”, già Senior Advisor per l’Innovazione del Segretario di Stato Hillary Clinton.

Ross, oggi Distinguished Adjunct Professor alla Bologna Business School, dopo aver ricoperto incarichi accademici anche presso il King’s College London e la Columbia University, evidenzia che il problema non è una mancanza di capacità, ma che troppo spesso imprese e investitori vengono costretti a spendere tempo ed energia per attraversare il sistema invece che per costruire, innovare e crescere.

“Dobbiamo cominciare a togliere sassi dallo zaino perché oggi la velocità con cui un Paese riesce a decidere e ad agire è parte della sua competitività”, aggiunge.

Il disallineamento delle competenze nel mercato del lavoro

Oltre ai nodi della burocrazia e dell’energia, l’abilitazione dell’innovazione industriale necessita di una solida base di competenze specialistiche, ma la disponibilità di capitale umano qualificato in Italia sconta ritardi significativi.

La quota di popolazione compresa tra i 25 e i 64 anni in possesso di un titolo di studio terziario si attesta ad appena il 22,3%, a fronte di una media europea del 36,9%. Segnali di inversione di tendenza giungono dalle nuove generazioni: il 37,7% dei giovani tra i 20 e i 24 anni risulta iscritto a percorsi post-diploma, superando la media continentale del 36,4% e registrando un incremento di 5,3 punti percentuali rispetto al 2015.

L’eccellenza dell’offerta accademica nazionale si distingue a livello globale, potendo contare su tre atenei posizionati nella top-100 mondiale per le discipline ingegneristiche e tecnologiche: il Politecnico di Milano, il Politecnico di Torino e la Sapienza Università di Roma.

La qualità degli istituti non si riflette tuttavia sull’adesione complessiva, dato che meno del 25% degli studenti totali sceglie corsi di laurea in ambito STEM. Il disallineamento si avverte in modo ancora più nitido nella formazione terziaria professionalizzante. Gli iscritti agli ITS Academy sono saliti a 40.000 nel biennio 2024-2025, ma rappresentano appena l’1,9% del totale degli iscritti all’istruzione superiore, una quota marginale rispetto al 29% registrato in Francia, al 27% della Spagna e al 40% della Germania.

La limitatezza dei numeri crea tensioni sul mercato, poiché i diplomati ITS risultano le figure più richieste dalle aziende: il 57,3% delle posizioni lavorative aperte in questo ambito è di difficile reperimento, contro il 50,9% rilevato per i laureati.

La carenza di competenze frena l’operatività quotidiana delle imprese. Il 58% delle aziende italiane indica la difficoltà di reperimento di personale qualificato come il principale ostacolo allo svolgimento delle proprie attività, indicandolo come una preoccupazione superiore agli oneri amministrativi (31%) o alla sostenibilità ambientale (21%).

Le debolezze strutturali si riflettono sul tasso di occupazione giovanile a tre anni dal conseguimento del titolo, che si ferma al 65,3% rispetto al 76,4% della media europea. L’efficienza del capitale umano è ulteriormente compressa da un mismatch occupazionale sistemico, con il 19,3% dei lavoratori tra i 20 e i 34 anni impiegato in settori slegati dal proprio percorso di studi.

La scarsità di profili tecnici assume contorni d’emergenza nelle filiere industriali e tecnologiche più strategiche, superando l’80% nel settore dell’energia, il 75% nel sistema moda e il 73% nella meccatronica.

Le tre condizioni prioritarie per colmare il divario e rilanciare la competitività

La ricerca individua tre condizioni prioritarie per colmare il divario: un sistema energetico competitivo e affidabile, una maggiore capacità amministrativa e regolatoria e la disponibilità di competenze tecniche e scientifiche.

La stabilità e la convenienza delle forniture energetiche rappresentano la prima leva strategica per garantire un sistema economico competitivo e affidabile.

Risulta prioritario abbattere i tempi autorizzativi per gli impianti rinnovabili al di sotto dei tre anni, introducendo meccanismi di silenzio-assenso qualificato con scadenze vincolanti.

La modernizzazione delle infrastrutture elettriche richiede inoltre di superare la saturazione virtuale della rete, garantendo piena trasparenza sulle capacità disponibili, cancellando le prenotazioni per i progetti non cantierabili e riordinando le code di connessione.

Il secondo intervento cruciale riguarda il rafforzamento della capacità amministrativa e regolatoria attraverso la semplificazione dei processi, creando un percorso integrato per i grandi investimenti ad alta tecnologia.

La costituzione di uno sportello unico governativo, sul modello danese, consentirebbe di coordinare in un solo punto gli aspetti urbanistici, ambientali, energetici, fiscali e lavorativi.

L’adozione di standard uniformi su tutto il territorio nazionale permetterebbe di superare i veti locali, mentre l’allineamento con le direttive europee eviterebbe fenomeni di gold plating che appesantiscono le imprese.

Per rafforzare il tessuto produttivo servono inoltre incentivi mirati ad agevolare i servizi fruibili in modalità as-a-service, come il cloud e l’AI, insieme a visti veloci per i talenti esteri e misure a supporto del venture capital.

Il terzo pilastro riguarda il capitale umano, la cui disponibilità è indispensabile per abilitare la trasformazione tecnologica. Il potenziamento degli ITS Academy e l’ampliamento dei percorsi STEM costituiscono le azioni principali per riallineare l’Italia ai livelli di Francia e Germania.

Attraverso partnership pubblico-private e modelli di co-investimento con le aziende tecnologiche è possibile sostenere la formazione permanente, riducendo il mismatch occupazionale e dotando le filiere industriali delle competenze necessarie per competere sui mercati globali.

“In Italia abbiamo scelto di investire: oltre 3 miliardi di euro in infrastruttura cloud e decine di migliaia di persone formate sulle competenze digitali dal 2017, verso l’obiettivo di 200.000 studenti STEM entro fine 2026″, commenta Giulia Gasparini, Country Manager di AWS Italia.

“Oggi il cloud mette la stessa potenza di calcolo e di intelligenza artificiale nelle mani di una startup come di una grande azienda, con un modello pay-per-use e senza barriere di ingresso. Il vero fattore abilitante è la prevedibilità: quando le regole sono stabili e i tempi certi, le imprese investono di più e innovano prima. È questo il passo che può trasformare il potenziale italiano in crescita reale”, aggiunge.

Il rapporto

Il rapporto si trova qui

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