Industria 4.0, obiettivo “awareness” raggiunto, ma ora tocca agli investimenti

Nelle ultime settimane vi abbiamo dato conto di diversi studi realizzati da autorevoli istituti di ricerca che hanno provato a capire come sta effettivamente andando l’implementazione di Industria 4.0 in Italia. Il primo è l’Osservatorio Industria 4.0 realizzato dalla School of Management del Politecnico di Milano, che intanto fornisce un dato rincuorante: il 97,5% delle imprese manifatturiere sa che cos’è Industria 4.0. È un numero importante che sancisce il successo delle diverse iniziative di informazione mirate a creare awareness sull’argomento, a partire dall’impegno di personalità come il professor Marco Taisch e di altri esponenti del mondo universitario, associativo e imprenditoriale, fino ad arrivare ai tanti articoli pubblicati anche da portali come il nostro e al lavoro degli sportelli informativi realizzati dalle associazioni di categoria.

L’indagine dell’Osservatorio ha rilevato anche che il 50% delle imprese ha già messo in campo progetti che sfruttano iperammortamento o superammortamento e un ulteriore 25% ha intenzione di farlo a breve.

Questi numeri incoraggianti sono stati confermati anche da una seconda analisi, quella realizzata da Eumetra e Ucimu – Sistemi per Produrre, focalizzata però unicamente sul bacino delle imprese metalmeccaniche. Anche in questo caso risulta che oltre il 90% delle imprese ha consapevolezza dei concetti alla base di Industria 4.0 e che circa la metà del campione ha fruito di almeno uno degli incentivi previsti dal piano Impresa 4.0.

La “forbice”

Tuttavia dallo studio Eumetra – Ucimu emerge anche un dato meno positivo: se chi ha iniziato a investire intende proseguire su questa strada, chi non lo ha ancora fatto in buona parte continuerà a non farlo. In altre parole sembrerebbe allargarsi la “forbice” tra una élite di imprese illuminate e una più che significativa minoranza di imprese che invece resta al palo degli investimenti, almeno per quanto riguarda i progetti 4.0.

L’emergere di questa forbice è stato poi confermato dal terzo (e più inquietante) dei tre studi, quello realizzato dal Ministero dello Sviluppo Economico e dalla MET. In questo caso la platea di imprese coinvolte nell’indagine è parecchio più ampia – circa 23 mila aziende – e i risultati emersi sono decisamente meno confortanti: le aziende manifatturiere che hanno abbracciato il paradigma 4.0 sarebbero infatti appena l’8,4% del totale, con un ulteriore 4,7% in procinto di farlo nel triennio 2018-2020. Anche in questo caso lo studio rileva che le imprese rimaste legate ai processi di produzione tradizionali difficilmente realizzeranno interventi in chiave 4.0 nel prossimo triennio. Al contrario, le imprese che attualmente usufruiscono delle tecnologie 4.0 hanno una probabilità elevata di ampliare nel prossimo futuro il set di tecnologie 4.0 impiegate.



Dalle parole alle scelte di investimento

Se quindi il lavoro di diffusione dei concetti chiave di Industria 4.0 ha avuto un indiscutibile successo, meno incoraggiante è il quadro che emerge quando dalle parole si passa alle scelte di investimento.

Per certi versi è del tutto normale che ci sia una certa prudenza nell’adozione di tecnologie che richiedono una rivisitazione dei processi industriali. È così persino in Germania, dove questi concetti si sono fatti strada diversi anni prima che in Italia. Perché scegliere la strada dell’innovazione 4.0 non significa semplicemente acquisire nuova tecnologia, ma richiede un committment dell’intera impresa, dal top management all’operatore di produzione: entrano in gioco scelte di business, aspetti organizzativi e la necessità di adeguare le competenze del management e del personale.

Dall’altra parte il contesto favorevole venutosi a creare in questi ultimi anni grazie alla straordinaria coincidenza di diversi fattori positivi, non ultimo il sistema organico di incentivi messi in campo da Stato e Regioni, non durerà per sempre. Basti pensare all’insorgere di tensioni commerciali a livello internazionale e alla prossima fine del quantitative easing, per esempio.

L’auspicio è che quella parte dell’industria italiana che ha compreso il valore di questo momento di transizione – e il beneficio che i nuovi modelli possono apportare alle imprese nostrane in termini di competitività – sia da guida a quanti invece ancora tentennano. Che, insomma, non si allarghi quella pericolosa forbice che potrebbe davvero creare un solco incolmabile tra chi sarà protagonista del futuro e chi invece condannato a inseguire.

Franco Canna

Giornalista professionista ed esperto in creazione e gestione di contenuti digitali e social media. Grande appassionato di tecnologia, collabora dal 2001 con diverse testate B2B nel settore industriale scrivendo di automazione, elettronica, strumentazione, meccanica, ma anche economia e food & beverage, oltre che con organizzatori di eventi, fiere e aziende. E’ segretario e membro del Consiglio Direttivo della sezione milanese di ANIPLA, l’Associazione Nazionale Italiana per l’Automazione.

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