Di questi tempi, la discussione sugli effetti che l’automazione, l’Intelligenza artificiale e la robotica hanno, e avranno, sul lavoro è già centrale. In un articolo tra i tanti sul tema, ad esempio, pubblicato sul Washington Post, Feng Xiang, docente universitario cinese esperto di legge, analizza il problema della disoccupazione che deriva dalla crescente applicazione dell’Intelligenza artificiale.

E rimarca: “La sfida più importante che i sistemi socioeconomici affrontano oggi è l’arrivo dell’Intelligenza artificiale. Se l’Intelligenza artificiale rimane sotto il controllo delle forze di mercato, porterà inesorabilmente a un oligopolio super-ricco di miliardari possessori di dati, che raccolgono la ricchezza creata da robot che spostano il lavoro umano, lasciando dietro di sé una massiccia disoccupazione”.

Questa però, secondo la sua visione, non sarebbe l’unica evoluzione possibile, e la risposta al fenomeno sarebbe proprio in mano all’economia socialista cinese. Infatti, “se l’Intelligenza artificiale assegna razionalmente le risorse attraverso l’analisi dei Big data, e se robusti Feedback loop possono soppiantare le imperfezioni della ‘mano invisibile’ condividendo equamente la vasta ricchezza che crea, un’economia pianificata che funziona effettivamente potrebbe finalmente essere realizzabile”. L’Intelligenza artificiale sarebbe dunque lo strumento ideale per porre fine al capitalismo.


È quanto rileva anche Cristina Pozzi nel suo libro ‘Benvenuti nel 2050‘, pubblicato da Egea, che riporta e sottolinea le previsioni, o gli auspici, del professore universitario cinese.

Feng Xiang auspica una nazionalizzazione dell’Intelligenza artificiale e delle soluzioni tecnologiche più innovative come unica via per evitare una disoccupazione tecnologica di massa. L’articolo chiude provocatoriamente così: “se correttamente regolata in questo modo, dovremmo celebrare, non temere, l’avvento dell’Intelligenza artificiale. Se viene portata sotto un controllo sociale, renderà i lavoratori liberi dal dedicare il proprio tempo all’arricchimento di chi sta in cima”. Il comunismo del futuro dovrebbe adottare un nuovo slogan: “Robot del mondo, unitevi!”.

Blockchain e Robochain

Sempre nel suo ‘Benvenuti nel 2050’, la Future maker, nonché co-fondatrice e amministratore delegato di Impactscool (organizzazione dedicata al pensiero sul futuro e sugli impatti delle tecnologie), Cristina Pozzi ricorda che la Blockchain “non è una tecnologia a totale appannaggio degli umani”.

A dire il vero, anzi, “nel 2050 saranno molti di più i robot, gli oggetti e gli algoritmi connessi a sistemi Blockchain che gli umani. Gli oggetti come le lavatrici, i pannelli solari e le batterie di casa, le auto a guida autonoma e i robot di servizio utilizzeranno continuamente la Blockchain per comunicare tra loro e per effettuare transazioni di vario tipo. Il frigorifero di casa potrebbe per esempio accorgersi che manca qualche alimento e ordinarlo a un servizio online, così come la lavatrice potrebbe acquistare il detersivo, o il pannello solare di casa cedere alla batteria del vicino parte dell’energia accumulata in eccesso”.

Un altro dei vantaggi di questo sistema è che permette anche transazioni per valori molto piccoli senza costi esorbitanti o complicazioni dovute a lunghi tempi di attesa, come accade usando i bonifici bancari cui facciamo ricorso oggi.

Tecnologie che migliorano le capacità cognitive

Ma nel rapporto che si instaura tra innovazione tecnologica e comportamenti umani, quale scenario è auspicabile che si realizzi per assicurare una convivenza tra macchine e uomo realmente costruttiva?

Se lo sono chiesti anche Alessandro Giaume e Ivan Ortenzi, e nel volume ‘Intelligenza artificiale‘, pubblicato da FrancoAngeli, espongono le loro risposte e considerazioni.

“Stiamo cercando di progettare modelli comportamentali, etici, relazionali, formativi e anche di Business, in considerazione del fatto che per la prima volta nella storia dell’uomo la tecnologia che produciamo non si limita a migliorare ed estendere le nostre capacità fisiche, ma estende, migliora e a volte sostituisce anche quelle cognitive”, fanno notare gli autori.

Le nuove tecnologie ci permetteranno di pensare meglio, abbassare la percentuale e la soglia dei nostri errori, di essere sostituiti nella nostra attività di prendere delle decisioni, di estendere e supportare le nostre capacità cognitive.

“Saremo degli esseri umani non solo più forti e più veloci, saremo degli esseri umani più abili, più intelligenti e avremo la possibilità di essere anche, si spera, degli esseri umani migliori”, auspica Ortenzi, autore anche del libro ‘Innovation manager‘, già presentato da Innovation Post.

Fare deduzioni e generare soluzioni

Società come DeepMind (di proprietà di Google), con il progetto Differentiable Neural Computer, stanno lavorando su una rete neurale dotata di una memoria esterna che consente di strutturare autonomamente i dati e richiamarli all’occorrenza per fare deduzioni e generare soluzioni.

Questo perché la capacità di utilizzare in modo pratico la memoria potrebbe rappresentare il primo passo per arrivare a una vera Intelligenza artificiale, che sappia imparare in termini generali e poi riutilizzare i dati in memoria per ottimizzare ciò che ha appreso.

Sempre DeepMind ha presentato una nuova architettura, chiamata Relation Network, per fornire ai software il ragionamento relazionale; quella capacità degli esseri umani di usare la logica per collegare e comparare luoghi, immagini, e sequenze.

Resterà fondamentale il pensiero critico

“Stiamo costringendo il network Hi-tech a scoprire le relazioni esistenti tra oggetti diversi”, sottolinea Timothy Lillicrap, padre della nuova architettura. Un progetto con uno scopo ben preciso: riuscire a ottenere un’Intelligenza artificiale in grado di avere la flessibilità tipica degli esseri umani, quella che ci permette di essere in grado di compiere più azioni senza dover essere riprogrammati alla partenza della singola azione. Una tipologia di connubio tra hardware e software chiamato Agi (Artificial General Intelligence). Una nostra creazione che può prevedere la capacità della macchina stessa di programmare software sempre più intelligenti.

E guardando a questi scenari Ortenzi rileva: “spesso le soluzioni nascono dalla nostra capacità di mettere in discussione ciò che abbiamo fatto o abbiamo creduto fino a quel momento. Sviluppare questa competenza risulterà cruciale, sviluppare la nostra propensione al pensiero critico, alla discussione sostenibile e sostanziata da fatti, alla non accettazione dello Status quo di credenze e leggi, è la base delle competenze per affrontare il nuovo contesto dell’Intelligenza artificiale”.

 

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Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove. Contatti: stefano.stefanocasini@gmail.com

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Un pensiero riguardo “L’Intelligenza artificiale segnerà la fine del capitalismo?

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