È spesso la chatbot il primo, timido passo delle aziende verso l’intelligenza artificiale

La chatbot aziendale è spesso il primo, timido passo per molte aziende italiane – innanzitutto per le Pmi –, verso il magico e ancora molto poco conosciuto mondo dell’intelligenza artificiale.

In molti casi si inizia proprio creando e utilizzando il canale digitale chatbot, ad esempio per servizi di assistenza, comunicazione e formazione interna, per poi scoprire gradualmente le molteplici funzionalità e opportunità dell’Artificial intelligence (AI).

Un settore, di tecnologie e applicazioni, che allo stesso tempo incuriosisce ma nei confronti del quale c’è ancora una certa diffidenza e resistenza all’implementazione, da parte di imprenditori e vertici aziendali. Soprattutto, e per vari motivi – dalla preparazione dei manager alle disponibilità finanziarie –, se si tratta di realtà di piccole e medie dimensioni.

Come rimarca Giorgio Manfredi, amministratore delegato di Flamel, Hi-tech company specializzata in intelligenza artificiale e analisi di dati, che ieri pomeriggio, insieme ad altri esperti del settore, ha partecipato al convegno ‘L’alba del pianeta delle macchine: la rivoluzione?‘, ospitato dalla SDA Bocconi, la scuola di management dell’Università milanese.

“Ormai in molte aziende non parlo più di intelligenza artificiale perché vediamo che molti nostri interlocutori non sono ancora pronti ad abbracciare questo tipo di tecnologie nella propria impresa”, spiega Manfredi, “è molto meglio un approccio più Soft, più graduale: spesso si inizia a sviluppare e utilizzare un servizio di chatbot, quindi un livello piuttosto basico di Artificial intelligence”.

Con questo avvicinamento all’AI, sono poi imprenditori, manager e responsabili IT a chiedere quali altre possibilità e applicazioni si possano sviluppare con queste risorse. E allora il discorso, e spesso l’utilizzo, si allarga ai servizi di analisi del rischio, per fare un esempio, o all’analisi delle performance e dei titoli finanziari, e ad altre funzionalità più evolute e complesse dell’Artificial intelligence.

“Innovare significa investire nel futuro”

Tra i relatori del convegno, anche Marco Bentivogli, segretario generale della Fim-Cisl, che sui temi dell’innovazione, dell’automazione e del futuro del lavoro ha dedicato il libro ‘Contrordine compagni‘, con un sottotitolo che è già un manifesto d’intenti: ‘Manuale di resistenza alla tecnofobia, per la riscossa del lavoro e dell’Italia’.

E il leader sindacale, per un sindacato che è quindi stato definito Smart e 4.0, ha ribadito che “non sono state e non saranno le macchine ad abbattere l’occupazione, ma la mancanza di investimenti in tecnologie e formazione”.

Quando l’innovazione non arriva in azienda, “i lavoratori sono preoccupati perché l’azienda non funziona, o funziona peggio delle altre. Quando l’azienda innova, significa che investe in futuro. Non è la tecnologia che toglie posti di lavoro, si vede chiaramente che dove non si fa innovazione si perde occupazione”. Occorre capacità di anticipare i cambiamenti. Quindi servono visione, lungimiranza, decisioni e azioni in prospettiva.

Nuovi robot, nuove competenze e mestieri

“In Enel, a livello globale, contiamo circa 70 mila dipendenti, in 30 Paesi, per un totale di circa 100 mestieri e specializzazioni diverse”, sottolinea Mauro Ghilardi, responsabile delle risorse umane del Gruppo Enel, “ovviamente seguiamo molto da vicino le trasformazioni in atto nel mondo delle tecnologie e del lavoro, e lo sviluppo tecnologico in questi anni ha fatto crescere non solo l’azienda ma anche le professionalità e le competenze dei nostri operatori, dal tecnico che controlla gli Smart meters, i rilevatori a distanza dei consumi di energia – ne abbiamo già installati 45 milioni nel mondo, e il processo di rinnovamento continua –, agli informatici che lavorano su modelli di rete energetica Digital Twin ad Haifa, in Israele”. E ovviamente le aziende vanno a cercare e ingaggiano le competenze specializzate là dove le possono trovare.

“È vero che i nuovi robot sostituiscono delle funzioni finora eseguite dall’uomo, ma aprono anche una nuova offerta, e quindi una nuova domanda, di servizi e funzioni che prima non esistevano”, rileva poi Pietro Ichino, docente di diritto del lavoro ed ex parlamentare.

È essenziale anticipare il cambiamento

Nel 1977 in Italia c’erano 19 milioni e mezzo di lavoratori, oggi, con lo sviluppo tecnologico e l’automazione che sono cresciuti in questi quarant’anni, “ci sono 23 milioni di lavoratori, quindi i posti di lavoro non sono diminuiti, ma aumentati. E molti altri ne servirebbero, ma qualificati e specializzati, in base alle esigenze di un mondo del lavoro che è cambiato e che cambia velocemente”, fa notare Ichino.

In pratica, negli ultimi 40 anni l’innovazione tecnologica e la globalizzazione, spauracchio di molti tecnofobi, hanno portato un aumento dell’occupazione in Italia pari al +18%. “Il problema non è il numero di robot, ma l’andamento demografico della popolazione, la diminuzione continua e preoccupante del numero di italiani”, mette in guardia il giuslavorista: “quelli in età lavorativa passeranno dai 39 milioni nel 2016 a 30 milioni nel 2060. Tra qualche decennio ci saranno 9 milioni di italiani in meno in età lavorativa”.

Uno scenario futuro sul quale Bentivogli ha le idee chiare: “il processo di innovazione non avviene in modo neutrale, ma è orientato da coloro che anticipano il cambiamento: questi, grazie a una maggiore visione sul lungo periodo, sanno progettare cosa avverrà e renderlo quanto più simile a ciò che si desidera”.
Per cui, “vincerà chi saprà disegnare nuove architetture industriali e sociali sostenibili, e progettarle ex novo a partire da un foglio bianco”.

Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove. Contatti: stefano.stefanocasini@gmail.com

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