Automazione e digitalizzazione: il saldo occupazionale resta positivo, ma la creazione di posti di lavoro sta rallentando

I processi di digitalizzazione e automazione stanno accelerando un cambiamento nel mondo del lavoro, anche sulla spinta data dalla pandemia. Questo porterà, entro il 2025, alla perdita di 85 milioni di posti di lavoro che saranno più che compensati dall’emergere di nuova occupazione (+97 milioni). Tuttavia anche se il numero di posti di lavoro creati sorpasserà quello dei posti di lavoro persi, la velocità che seguono i due trend sono diverse: a differenza degli anni precedenti, la creazione di posti di lavoro sta rallentando, a fronte di un aumento più repentino della perdita di posti di lavoro. Inoltre l’acquisizione di nuove competenze, soprattutto personali (anche chiamate soft skill) sarà cruciale per i lavoratori e le imprese che vorranno rimanere rilevanti. Sono questi alcuni dei principali trend individuati dal rapporto The Future of Jobs, realizzato dal World Economic Forum.

Il rapporto, giunto alla sua terza edizione, analizza l’impatto della pandemia da Covid-19 e dei cambiamenti imposti dalla digitalizzazione e dall’automazione sul mercato del lavoro. I dati forniti sono basati sulle posizioni espresse da dirigenti aziendali senior (tipicamente i Chief Human Resource Officer e i Chief Strategy Officer), che rappresentano quasi 300 aziende globali e che impiegano collettivamente 8 milioni di lavoratori.

Accelerano automazione e digitalizzazione

I dati forniti dal rapporto mostrano che il processo di digitalizzazione continuerà a un ritmo più veloce del previsto, anche sotto la spinta data dalla pandemia di Covid-19. Infatti, oltre l’80% dei dirigenti aziendali intervistati dichiara che sta accelerando i piani per la digitalizzazione dei processi di lavoro e l’implementazione di nuove tecnologie, mentre il 50% dei datori di lavoro prevede di accelerare l’automazione di alcuni ruoli nelle proprie aziende.

Secondo il rapporto, entro il 2025 i datori di lavoro divideranno equamente il lavoro tra uomo e macchina. Si stima che nei prossimi 5 anni questo processo porterà all’eliminazione di 85 milioni di posti di lavoro in medie e grandi imprese in 15 settori e 26 economie.

Circa il 43% delle aziende intervistate sta, infatti, pianificando di ridurre la propria forza lavoro a causa dell’integrazione tecnologica e il 41% prevede di espandere l’utilizzo dell’outsourcing per lavori specializzati.

Tuttavia, la divisione del lavoro tra uomo e robot porterà anche all’emerge di nuove posizioni (97 milioni), che faranno leva soprattutto sulle competenze personali. Le macchine si concentreranno principalmente sull’informazione e l’elaborazione dei dati, sulle mansioni amministrative e sui lavori manuali di routine per le posizioni da impiegati e operai.

Contrariamente, i compiti in cui si prevede che gli esseri umani manterranno il loro vantaggio competitivo includono la gestione, la consulenza, il processo decisionale, il ragionamento, la comunicazione e l’interazione. Ci sarà un’impennata nella domanda di lavoratori nella green economy, nell’economia dei dati e nell’intelligenza artificiale, oltre a nuovi ruoli nell’ingegneria, nel cloud computing e nello sviluppo di prodotti.

Rallenta la creazione di nuovi posti di lavoro

Anche se il numero di lavori creati sorpasserà quello dei lavori persi, la velocità che seguono i due trend è preoccupante. Infatti, il rapporto sottolinea che, a differenza degli anni precedenti, la creazione di posti di lavoro sta rallentando, a fronte di un aumento più repentino della perdita di posti di lavoro.

I datori di lavoro prevedono che entro il 2025 i ruoli in esubero passeranno dal 15,4% della forza lavoro al 9% (6,4% in meno) e che le professioni emergenti aumenteranno dal 7,8% al 13,5% (5,7% in più) del totale dei dipendenti dell’azienda.

Cruciale lo sviluppo di nuove competenze

I lavoratori e le imprese che vorranno continuare ad essere rilevanti nello scenario lavorativo descritto dovranno concentrarsi sullo sviluppo di nuove competenze. Secondo il rapporto, quasi il 50% dei lavoratori che nei prossimi 5 anni manterranno il proprio lavoro dovranno sviluppare le competenze di base necessarie, come il pensiero critico, capacità analitiche e capacità di problem-solving.

Accanto a queste emergeranno nel corso del 2020 altre soft skill essenziali per un contesto lavorativo in continua evoluzione, come capacità di autogestirsi, resilienza, gestione dello stress e flessibilità.

“La pandemia ha avuto un impatto sproporzionato su milioni di lavoratori poco qualificati”, commenta Jeff Maggioncalda, amministratore delegato di Coursera (piattaforma online per l’apprendimento), partner del rapporto. “La ripresa deve includere uno sforzo coordinato di riqualificazione da parte delle istituzioni per fornire un apprendimento accessibile e rilevante per il lavoro che gli individui possono prendere da qualsiasi luogo per tornare alla forza lavoro”.

Necessarie quindi, secondo Maggioncalda, politiche pubbliche per sostenere i percorsi di riqualificazione professionale dei lavoratori. Nello specifico, queste politiche dovranno concentrarsi, secondo il rapporto, sulla fornitura di strumenti di sostegno per i lavoratori che hanno perso il lavoro, il miglioramento dei sistemi di istruzione e formazione e la creazione di incentivi per gli investimenti nei mercati e nei posti di lavoro di domani.

I dati forniti proprio da Coursera indicano una forte consapevolezza da parte sia dei lavoratori che delle imprese sull’importanza dell’apprendimento di nuove competenze: si è quadruplicato il numero di persone che cercano opportunità di apprendimento online, quintuplicato il numero di datori di lavoro che offrono ai propri lavoratori queste opportunità di apprendimento e sono aumentate di nove volte le iscrizioni a corsi online attraverso programmi governativi.

Interventi che sono necessari anche alla luce di un altro trend emergente: l’aumento dei lavoratori che decidono di cambiare settore e iniziare una carriera in un’industria diversa. Secondo i dati raccolti da LinkedIn, negli ultimi cinque anni, circa il 50% di coloro che hanno accettato una posizione di lavoro nel campo dei dati e dell’AI provengono da campi diversi. Questa cifra è molto più alta per i ruoli di vendita (75%), per i lavori legati alla produzione dei contenuti, come per i social media manager e i content writer (72%) e per i ruoli di ingegneria (67%).

“Se riusciamo ad aiutare i singoli individui, e i leader che dirigono i finanziamenti e gli investimenti della forza lavoro, a identificare i piccoli cluster di competenze che avrebbero un impatto sovradimensionato sull’apertura di percorsi di carriera più sostenibili, possiamo fare una vera differenza nell’affrontare i livelli di disoccupazione senza precedenti che stiamo vedendo a livello globale”, commenta Karin Kimbrough, Chief Economist di LinkedIn.

Competenze che possono essere acquisite in tempi brevi: i dati di Coursera suggeriscono che gli individui potrebbero iniziare ad acquisire le prime 10 competenze per ogni professione emergente negli ambiti di persone e cultura, scrittura di contenuti, vendite e marketing in uno o due mesi. Coloro che desiderano espandere le loro competenze nello sviluppo di prodotti e dati e nell’intelligenza artificiale potrebbero farlo in due o tre mesi, mentre chi passa al cloud computing e all’ingegneria potrebbero fare progressi nel nuovo set di competenze attraverso un programma di apprendimento di quattro o cinque mesi.

I dati italiani

Il rapporto fornisce, inoltre, dati specifici per singoli paesi relativi all’impatto che questi processi hanno avuto sulla forza lavoro. Per quanto riguarda l’Italia, la combinazione tra le risposte date ai questionari e i dati a disposizione fanno emergere alcuni trend importanti per la formazione e la situazione del mercato del lavoro:

  • consapevolezza che a quasi metà della popolazione mancano le competenze digitali;
  • difficoltà diffusa da parte delle imprese a trovare profili specializzati, dotati delle competenze necessarie;
  • quasi la metà della popolazione in età lavorativa non è occupata (il 47,1%)
  • le donne hanno subito maggiormente l’impatto negativo che il Covid-19 ha avuto sull’occupazione.

Particolarmente negativi i dati relativi alle assunzioni, che hanno seguito un trend negativo dalla prima parte del 2020 (-64,5%), con un notevole peggioramento tra aprile e maggio 2020 (rispettivamente -57% e -48%). Il dato ha poi registrato una ripresa durante il periodo estivo, fino a raggiungere un +2% nel mese di agosto, per poi ritornare in negativo a settembre -11% (dato calcolato sulla media dei primi 14 giorni del mese).

Trend delle assunzioni nel periodo febbraio-ottobre 2020

Il settore più colpito è stato quello turistico, che ad aprile 2020 ha registrato un -87% delle assunzioni. Negativi anche i dati relativi al settore manifatturiero, dove il trend non è riuscito a toccare valori positivi: dal -61% del mese di aprile ha raggiunto il -4% in agosto. Opposta la situazione per la sanità, che ha raggiunto un picco di +40% di nuovi assunti ad agosto 2020.

La spinta alla digitalizzazione nelle imprese imposta dal Covid-19 viene confermata nel nostro Paese dai dati elaborati in base alle risposte degli intervistati al questionario del Forum economico mondiale. In questo ambito, si è riscontrato che:

  • il 100% degli intervistati accelererà la digitalizazione dei processi nella propria impresa;
  • l’80% promuoverà forme di lavoro flessibile;
  • l’80% accelererà l’automazione di alcuni ruoli;
  • il 70% intende far ricorso a programmi digitali di upskilling e reskilling.

Tra le tecnologie maggiormente adottate dalle imprese italiane ci sono l’e-commerce e soluzioni di commercio digitale (94%), cloud computing e big data analytics (entrambe registrano un +88%), crittografia e cyber security (+82%), robotica (+80%) e realtà aumentata e virtuale (+80%).

I dati del manifatturiero

Il 13,2% dei lavoratori nel settore manifatturiero rischia di perdere il posto di lavoro. Tra questi, il rapporto stima che solo il 44,6% riuscirà a trovare un altro impiego.

Tra i lavori più a rischio di esubero ci sono le posizioni di segretario amministrativo ed esecutivo, impiegati nell’inserimento dei dati e i lavoratori nelle catene di montaggio e nelle fabbriche. Tra le professioni emergenti ci sono: Data Analysts e Data Science, professionisti del Business Development e Strategic Advisors.

Dalle risposte date dagli intervistati emerge un quadro di cambiamenti significativi (in termini di composizione della forza lavoro, ma anche di sedi di operatività), che interesseranno il settore nei prossimi 5 anni (i dettagli nella figura di seguito).

Fig.2: cambiamenti che interesseranno il settore nei prossimi 5 anni.

Il 63,3% degli intervistati ha individuato nella mancanza di competenze da parte dei lavoratori l’ostacolo maggiore all’adozione di nuove tecnologie, seguito dall’inabilità delle imprese di attirare talenti specializzati (59,1%) e mancanza di competenze a livelli manageriali (54,5%).

Il rapporto The Future of Jobs

Qui di seguito trovate il PDF con il testo integrale del rapporto The Future of Jobs

WEF_Future_of_Jobs_2020_compressed (2)

 

Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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