L’espansione internazionale non è più solo una questione di accesso ai mercati o di innovazione tecnologica. Oggi la vera frontiera della competitività è la governance d’impresa, la capacità di coniugare sostenibilità, finanza e organizzazione in un sistema coerente.
Durante il Made in Italy Summit 2025, Giovanni Bossi, amministratore delegato di Cherry Bank, e Christian De Felice, CFO e Chief Strategy Officer di AlmavivA, hanno analizzato il ruolo delle banche, delle istituzioni e delle aziende in un modello di crescita internazionale sempre più fondato sulla collaborazione e sulla qualità della gestione.
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Dall’imprenditore eroe alla governance sostenibile
Bossi ha proposto una riflessione che ribalta una delle immagini più radicate del capitalismo italiano: quella dell’imprenditore solitario. «Siamo abituati a pensare all’imprenditore come a un eroe», ha detto, «ma oggi la competizione richiede una governance solida, capace di assicurare continuità e affidabilità nel tempo».
Il concetto di impresa individuale, che aveva garantito flessibilità nei decenni della ricostruzione e del primo sviluppo industriale, oggi non è più sufficiente a sostenere la complessità dei mercati globali.
Secondo Bossi le aziende che intendono esportare o investire all’estero devono dotarsi di strutture di governance sostenibili, che coinvolgano il management, i soci e gli stakeholder in un processo decisionale condiviso e trasparente. Questa trasformazione non è solo organizzativa ma culturale: significa passare da un modello centrato sulla figura dell’imprenditore a uno fondato sulla responsabilità collettiva.
L’evoluzione della governance d’impresa diventa così una condizione necessaria per dialogare con le istituzioni finanziarie, che a loro volta chiedono garanzie di solidità e visione a lungo termine. Le banche, ha sottolineato Bossi, «devono poter interagire con imprese che assicurino sostenibilità e chiarezza nei propri progetti», perché solo in questo modo il credito può essere un fattore di sviluppo e non un rischio.
Il ruolo della finanza nella crescita internazionale
Il sistema bancario, in questo quadro, non è più un semplice fornitore di capitale ma un partner strategico per la crescita delle imprese. Bossi ha ricordato che anche le banche hanno bisogno di interlocutori solidi per gestire la complessità dei nuovi mercati, in particolare quelli extraeuropei.
La relazione tra banche e imprese, tradizionalmente basata sulla fiducia personale, oggi si struttura su metriche di sostenibilità, governance e capacità di investimento. La qualità del progetto industriale diventa la base per la concessione del credito, e la finanza si trasforma in uno strumento di accompagnamento all’internazionalizzazione.
Da questo punto di vista il sistema italiano si sta gradualmente muovendo verso una logica di partnership finanziaria, in cui le banche partecipano ai processi di sviluppo non solo come finanziatori ma come co-costruttori di strategie. Le collaborazioni con enti come SACE, SIMEST e Cassa Depositi e Prestiti, citate da Bossi, rientrano in questa cornice di cooperazione pubblico-privata che mira a offrire alle imprese un accesso coordinato a credito, garanzie e strumenti di formazione.
La visione industriale: crescita e struttura
Sul versante industriale De Felice ha portato l’esperienza di AlmavivA per evidenziare come la struttura finanziaria e organizzativa sia ormai un prerequisito per affrontare i mercati esteri.
«Non tutte le aziende possono dotarsi di una governance complessa», ha osservato, «ma chi punta a crescere all’estero deve costruire processi interni solidi e trasparenti».
L’azienda, che opera in ambito tecnologico in oltre 13 Paesi, ha utilizzato strumenti di finanza evoluta, come le emissioni obbligazionarie, per sostenere acquisizioni e progetti di innovazione. Ma al di là dello strumento finanziario, De Felice ha voluto sottolineare il principio che ne sta alla base: la disciplina gestionale.
Una governance strutturata permette infatti di affrontare i mercati globali non come una scommessa, ma come un processo pianificato. La capacità di definire ruoli, responsabilità e obiettivi consente di dialogare più facilmente con investitori, partner e istituzioni.
De Felice ha richiamato la necessità di una “cultura dell’affidabilità”, che non riguarda solo i bilanci ma anche la coerenza tra le strategie dichiarate e i comportamenti effettivi dell’impresa.
La competenza come fattore di fiducia
Nel dialogo con il mondo finanziario e istituzionale, la competenza emerge come la nuova moneta della fiducia. De Felice ha sottolineato che, in un contesto geopolitico incerto, la capacità di selezionare i progetti industriali e di gestire i rischi diventa decisiva.
L’Italia, ha detto, può contare su una lunga tradizione di flessibilità e creatività imprenditoriale, ma deve affiancare a queste doti una maggiore formalizzazione dei processi decisionali.
La differenza tra piccole e grandi imprese non sta solo nella dimensione, ma nella presenza o meno di strumenti di pianificazione e controllo. Per questo la finanza e le istituzioni possono svolgere un ruolo di accompagnamento, aiutando le aziende a costruire le competenze necessarie per affrontare i mercati esteri.
Il messaggio, condiviso da entrambi gli interlocutori, è che la governance d’impresa non è più un fattore interno ma una condizione di accesso al mercato internazionale. Senza una governance credibile, anche i migliori prodotti o servizi rischiano di non trovare spazio nei contesti globali.
Un nuovo equilibrio tra autonomia e sistema
Il confronto tra Bossi e De Felice ha mostrato come la competitività esterna dipenda da un equilibrio tra autonomia imprenditoriale e coordinamento sistemico.
Da un lato le imprese devono mantenere la propria flessibilità e la capacità di innovare rapidamente; dall’altro devono inserirsi in un quadro di regole e garanzie comuni che favorisca la fiducia dei partner finanziari e istituzionali.
Bossi ha ricordato che l’obiettivo è creare un “terreno di gioco livellato” a livello europeo, in cui il costo del denaro e le condizioni di accesso al credito non penalizzino le imprese italiane.
In questo senso il tema del mercato unico dei capitali diventa una priorità: uniformare le regole finanziarie europee significherebbe ridurre le barriere e consentire alle aziende italiane di competere in modo più equilibrato.
De Felice ha aggiunto che la collaborazione tra pubblico e privato resta decisiva anche sul piano della formazione delle competenze manageriali. Senza una classe dirigente preparata, capace di leggere i mercati e di gestire l’internazionalizzazione, la finanza rischia di restare un fattore sterile.
Dal caso aziendale al principio di sistema
Il dialogo tra mondo bancario e industria, come emerso nel Summit, è indicativo di un’evoluzione culturale più ampia: la governance d’impresa non è più una questione interna ma un elemento di politica economica.
Banche e aziende, se coordinate da politiche pubbliche efficaci, possono costituire un motore di stabilità per l’intero sistema produttivo.
La vera innovazione, come ha sottolineato Bossi, non risiede tanto nella tecnologia o nella finanza, quanto nella capacità di creare relazioni strutturate e durature.
L’Italia dispone di un capitale umano e imprenditoriale che resta un punto di forza, ma la sfida è tradurlo in un sistema governato da competenze e regole condivise.
È da questo equilibrio tra cultura manageriale, disciplina finanziaria e visione collettiva che può nascere una nuova stagione dell’internazionalizzazione, fondata su imprese più solide, istituzioni più coordinate e una fiducia reciproca che torni a essere un vantaggio competitivo per il Paese.

















