i risultati della misura

Transizione 5.0, il bilancio finale della misura: quasi 10 miliardi di investimenti mobilitati



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I dati di consuntivo della misura evidenziano quasi 10 miliardi di investimenti mobilitati da 18.900 progetti di innovazione e una netta prevalenza di progetti ad alto risparmio energetico: l’86% delle imprese che ha ottenuto la classe di efficienza energetica più alta. Nel Nord quasi l’80% dei progetti. Il 35% dei beneficiari sono piccole imprese.

Pubblicato il 28 apr 2026



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Punti chiave

  • Il consuntivo del Piano Transizione 5.0: 18.900 istanze, credito atteso 4,6 mld e quasi 10 mld investimenti; l’80,9% dei crediti d’imposta in Classe III, >15% risparmio energetico.
  • Distribuzione: il Nord Italia assorbe l’80% dei crediti, con Lombardia oltre 1 mld; il manifatturiero impegna >70% (metallurgia, gomma/plastica, alimentare); PMI 35%.
  • Percorso e crisi coperture: partenza lenta per il PNRR, poi picco di domande; la rimodulazione ridusse il plafond da 6,3 a 2,5 mld; il Decreto Direttoriale esaurì i fondi e creò gli esodati.
Riassunto generato con AI



Oltre 18.900 istanze con un credito atteso di 4,6 miliardi di euro e quasi 10 miliardi di investimenti sostenuti: sono questi i numeri consuntivi del Piano Transizione 5.0 che delineano gli impatti di una manovra partita in sordina ma che è stata poi capace di mobilitare risorse ingenti per l’ammodernamento del sistema produttivo.

I dati, presentati da Marco Calabrò, Capo Dipartimento per le Politiche per le Imprese presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy, certificano non solo la quantità degli investimenti mobilitati, ma anche la capacità della misura di stimolare la transizione dell’industria verso impianti e processi più efficienti, e quindi sostenibili, dal punto di vista energetico.

L’evidenza più netta risiede infatti nel successo dei progetti ad alto impatto: l’80,9% delle risorse è confluito in interventi di Classe III, garantendo un risparmio energetico superiore al 10% sulla struttura produttiva o al 15% sul processo produttivo.

Si tratta di un risultato – sottolinea Calabrò – che smentisce le previsioni di chi ipotizzava un’adesione limitata alle sole procedure semplificate (che davano diritto ad accedere alle aliquote previste per la prima fascia di effcientamento), dimostrando come le imprese abbiano scelto di perseguire obiettivi di efficienza strutturali e ambiziosi.

Anatomia degli investimenti: chi ha fatto la transizione 5.0

L’analisi dei flussi finanziari restituisce l’immagine di un’industria italiana che ha risposto in modo estremamente differenziato, ma con una chiara trazione geografica e settoriale.

Sotto il profilo territoriale il Piano ha confermato la forte spinta del Nord Italia, che ha assorbito l’80% dei crediti d’imposta complessivi. La Lombardia si è imposta come locomotiva della transizione superando da sola il miliardo di euro di crediti richiesti, seguita da Veneto ed Emilia-Romagna.

Dal punto di vista settoriale il comparto manifatturiero ha dominato la misura con oltre il 70% delle risorse impegnate. Nello specifico i segmenti della metallurgia, della gomma e plastica e l’alimentare hanno guidato la domanda, confermandosi come i settori più pronti a investire in tecnologie avanzate per ridurre l’intensità energetica dei processi produttivi.

Interessante il dato sull’agricoltura, che ha intercettato il 7,5% dei crediti, evidenziando come la transizione green stia permeando anche ambiti tradizionalmente distanti dall’automazione industriale spinta.

Un dato particolarmente significativo riguarda la dimensione delle imprese coinvolte, che mostra un equilibrio quasi perfetto tra le diverse classi dimensionali.

Le piccole imprese hanno rappresentato il 35% dei beneficiari, seguite dalle grandi (35%) e dalle medie (30%). Dati che dimostrano come la trasversalità dello strumento, capace di attrarre sia i grandi gruppi industriali con progetti complessi, sia il tessuto della piccola impresa che ha visto nella 5.0 un’opportunità per rinnovare il parco macchine puntando sulla sostenibilità.

L’86% delle imprese sceglie la procedura ordinaria, l’80,9% in classe III

I dati consuntivi evidenziano una netta prevalenza della procedura ordinaria, scelta dall’86% delle imprese beneficiarie.

L’adesione a queste procedure ha imposto alle aziende di certificare risparmi energetici precisi e misurabili, andando ben oltre le semplificazioni previste per il solo rinnovo di impianti obsoleti.

Sotto il profilo dell’efficienza, l’80,9% dei crediti d’imposta è stato generato da progetti appartenenti alla Classe III, la fascia che certifica una riduzione dei consumi superiore al 15%.

Risultati simili indicano che la maggior parte degli investimenti non si è limitata all’aggiornamento tecnologico di base, ma ha puntato a obiettivi di risparmio energetico elevati.

Il sistema industriale ha dovuto misurarsi con la definizione degli scenari controfattuali, un requisito tecnico necessario per determinare l’effettivo risparmio conseguito rispetto a una situazione di base.

“Dati che dimostrano che la nostra impressione, quando avevamo presentato il Piano, era corretta, ossia che le imprese avevano bisogno di una fase d apprendimento per metabolizzare i nuovi standard richiesti dalla normativa e dal PNRR”, aggiunge Calabrò.

Dalla partenza in sordina al surplus di domande: il percorso del Piano Transizione 5.0

La questione dell’appettibilità della misura per le imprese, sappiamo, ha dominato a lungo il dibattito sull’agevolazione, influenzandone anche il percorso. Un percorso – ricostruito nel dettaglio in questo articolo di Marco Belardi –, che non è stato per niente semplice, né privo di colpi di scena.

Nonostante la genesi del piano risalga alla fine del 2023, l’operatività reale è stata raggiunta solo nell’agosto del 2024, sottraendo alle imprese mesi preziosi per la pianificazione degli investimenti.

Il ritardo nel rendere il piano pienamente operativo ha alimentato una narrazione di parziale fallimento: a novembre 2024, con appena l’1,6% dei fondi prenotati, le associazioni datoriali avevano ipotizzato lo smantellamento dello strumento.

“È noto a tutti che il piano 2024-2025 ha avuto una partenza lenta, legata alla necessità di apprendere delle regole più complicate, sia perché gli obiettivi integravano un’impostazione ormai nota con obiettivi di sostenibilità ambientale, sia perché il piano era finanziato da risorse europee del PNRR”, spiega Calabrò.

La dinamica si è però ribaltata nella primavera del 2025, quando la comprensione tecnica dei nuovi scenari controfattuali ha innescato una corsa alle prenotazioni con picchi di oltre 7 milioni di euro di crediti giornalieri.

Proprio nel momento di massima trazione il Piano ha subito uno shock strutturale: la cabina di regia sul PNRR, il 25 settembre 2025, ha formalizzato una rimodulazione finanziaria che ha ridotto le risorse disponibili da 6,3 a circa 2,5 miliardi di euro.

Una decisione che il Ministro Urso ha definito “inevitabile e responsabile”, motivandola con la necessità di garantire il pieno assorbimento dei fondi europei a fronte di stime delle associazioni industriali che prevedevano un tiraggio non superiore ai 2 miliardi.

Tuttavia la realtà del mercato ha travolto queste previsioni, portando le richieste accumulate a superare rapidamente la nuova soglia. Il 6 novembre 2025, un Decreto Direttoriale ha sancito l’esaurimento delle risorse ufficiali, pur lasciando aperta la piattaforma fino al 27 novembre.

In quelle tre settimane si è consumato il “collasso delle coperture”: le prenotazioni sono schizzate a 4,8 miliardi di euro per oltre 20.000 imprese, generando un surplus di 2,3 miliardi di domande inevase.

La questione degli “esodati 5.0”

È nata così la categoria degli “esodati della 5.0”, imprese con progetti tecnicamente ammissibili ma prive di dotazione finanziaria, la cui posizione è stata definita prima dal decreto-legge n. 38 del 27 marzo 2026 e poi dal decreto 42 del 3 aprile 2026.

Un gruppo di imprese che, stando ai dati, ha presentato un totale di 7.500 domande per un valore di 1,65 miliardi di euro di crediti attesi, rimaste “congelate” dopo che il confronto con la Commissione Europea aveva portato alla riduzione del plafond del piano da 6,3 a 2,5 miliardi.

Alla fine il Governo ha riconosciuto un credito d’imposta pari a quasi il 90% di quanto maturato per i beni strumentali degli Allegati A e B e le spese di formazione e un ulteriore contributo con fruizione triennale pari al 100% degli investimenti in FER.

“La scelta del contributo triennale al 100% è stata dettata dalla necessità di preservare un equilibrio economico molto delicato, calcolato quasi al centesimo per incentivare l’acquisto di tecnologie come i pannelli fotovoltaici. Ridurre anche di poco le risorse destinate alle aziende sarebbe stato percepito, a posteriori, come un segnale capace di minare la fiducia nel supporto pubblico”, spiega Calabrò.

L’eredità di Transizione 5.0 come base per la prossima stagione di incentivi

Al netto della complessa gestione finanziaria dell’ultima fase, il consuntivo della Transizione 5.0 restituisce l’immagine di un tessuto produttivo che ha saputo rispondere con vigore a una sfida tecnica senza precedenti.

Nonostante la partenza lenta dovuta alla necessità di metabolizzare (e migliorare) regole e vincoli della normativa, i numeri della manovra confermano la sua capacità di incentivare investimenti con alla base di una logica di doppia transizione, dove l’avanzamento tecnologico supporta il raggiungimento di obiettivi di sostenibilità industriale.

Un lavoro che, sottolinea Calabrò, sarà la base su cui costruire l’evoluzione degli incentivi nei prossimi 2-3 anni.

“Disponendo oggi dei dati a consuntivo della vecchia misura, possiamo fare una riflessione sul biennio che si è appena concluso per comprendere come, partendo proprio da quell’esperienza, abbiamo costruito la nuova misura, l’iperammortamento 2026-2028. L’obiettivo per il prossimo periodo è accompagnare le imprese in un orizzonte di medio-lungo termine di almeno 2-3 anni, verso traguardi che confermano l’impostazione del Piano Transizione 5.0″, conclude.

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