Il pacchetto in discussione per la robotica avanzata e la Physical AI agisce tutto dal lato dell’offerta: si parla di un fondo da 200-300 milioni per la produzione di robot, di Accordi per l’innovazione, di un capofiliera pubblico, di un documento con Francia e Germania. Ma manca la “gamba” della domanda: cioè una riflessione su che cosa spinge una PMI manifatturiera a riprogettare un processo, provare un robot, formare le persone e poi replicare o fermarsi.
L’Italia ha già fatto l’esperimento di finanziare l’acquisto di tecnologie avanzate e lasciare il resto al mercato: Transizione 4.0 ha mobilitato 60 miliardi di investimenti con 22 di crediti e, nel periodo osservato, non ha prodotto guadagni diffusi di produttività (valutazione MEF-MIMIT-Banca d’Italia, 2026; l’Ufficio parlamentare di bilancio, in audizione il 29 settembre, conferma con un altro metodo). L’incentivo aiuta a comprare beni; ma la capacità di usarli non si compra con un’aliquota. Per una tecnologia ancora immatura, come gli umanoidi, il divario fra acquisto e capacità è più largo.
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Lo schema della proposta
La proposta che segue è stata sviluppata dall’autore nel working paper «Financing the Body, Forgetting the Process» (SSRN; Zenodo, DOI 10.5281/zenodo.23104815) e nel volume «Quando l’intelligenza artificiale prende corpo. Physical AI, robot umanoidi e futuro del lavoro», Tecniche Nuove, 2026.
L’idea non parte dall’idea di una «legge sugli umanoidi». Chiede un protocollo, una riga in legge di bilancio e condizioni dentro il decreto del fondo. In sintesi: quattro cose da fare.
- Un voucher per il progetto pilota, erogato dalla rete che esiste già, che paga la scoperta. Un percorso che si può anche concludere con la decisione di «non investire».
- Un credito d’imposta sui costi complementari dentro la Nuova Transizione 5.0, in due tranche legate a metriche dichiarate prima, senza recupero se il progetto si ferma e lo documenta.
- Un livello più alto dello stesso credito per chi apre il proprio stabilimento alle prove e conferisce i dati a un registro nazionale.
- Una quota del fondo per contratti pubblici a prestazione e condizioni di interoperabilità e piano professionale per chi riceve denaro pubblico.
Ma vediamoli più in dettaglio
1. Un voucher per pagare la scoperta, non l’acquisto
Per una PMI la barriera non è il prezzo del robot: è il costo di scoprire se il robot serve. Sei imprese su dieci fra quelle che hanno valutato l’AI senza adottarla indicano le competenze come ostacolo (Istat 2025).
Il voucher che proponiamo finanzia un progetto pilota su un processo reale, con cinque passaggi: situazione iniziale misurata (compresa la soluzione che c’è oggi); confronto neutrale fra almeno due architetture, compresa l’alternativa senza robot; prova rappresentativa sulla coda difficile del processo, registrando tipo, durata e distribuzione degli interventi umani; disegno del contratto con il fornitore (dati, registri, aggiornamenti, uscita); piano di replica.
L’output è un dossier breve con una decisione: continuare, restringere il compito, cambiare architettura o fermarsi. Fermarsi presto è un esito positivo e va contato come tale.
Chi lo eroga: gli otto Competence Center, i tredici EDIH e le due Testing and Experimentation Facilities, con un protocollo nazionale che renda confrontabili i risultati.
Due le regole: neutralità (il centro dichiara interessi e finanziamenti, le metriche sono pubbliche, e il centro può raccomandare di non comprare) e trasferibilità (risultati anonimizzati su prestazioni, guasti e costi entrano in un registro comune). Un centro valutato sul numero di robot collocati raccomanderebbe sempre il robot; uno valutato sulla riduzione del rischio può dire di no.
Quanto serve? 30-50 mila euro a progetto, con una quota pubblica pari al 70 per cento del costo (per le PMI); sono 60-80 milioni in tre anni per 1.500-2.000 progetti pilota.
Dove collocare questa misura? Basterebbe una linea dedicata nel fondo o nelle misure esistenti per i Competence Center, come quella da 50 milioni sulle competenze aperta fino al 21 dicembre.
2. Il credito alla trasformazione: pagare la misurazione
La Nuova Transizione 5.0 agevola la pila dei beni al livello più alto del decennio (l’UPB stima un valore attuale del risparmio d’imposta di circa il 40 per cento fino a 2,5 milioni). Ma nessun regime dal 2017 ha mai riconosciuto il valore dei “complementi” che trasformano un oggetto installato in capacità produttiva: ore di ingegneria di integrazione, costruzione iniziale dei dati, riprogettazione del processo, formazione in orario di lavoro, dossier di sicurezza, governo dei dati e degli aggiornamenti. Per un umanoide possono superare il prezzo della macchina, e si pagano prima di avere reddito.
Lo strumento: un credito d’imposta sui costi complementari documentati, 30 per cento del costo dei beni ammissibili, massimale 300 mila euro, dentro la piattaforma NPTR5 del GSE, con la perizia asseverata estesa al piano di trasformazione.
Nessuna procedura nuova. La condizione è ciò che la prima Transizione 5.0 aveva tentato con la prestazione sbagliata (l’energia) e con una soglia unica: qui le metriche sono quelle del processo, dichiarate prima con denominatori (interventi per ora, rapporto operatori/robot, costo per unità conforme), e verificate in due punti. Prima tranche quando il pilota produttivo registra le metriche su un periodo definito; seconda alla replica oppure a un arresto documentato. L’arresto non attiva il recupero: il progetto ha prodotto conoscenza e la conoscenza entra nel registro.
Perché credito e non maggiorazione? L’UPB mostra che la maggiorazione del costo riduce la platea dei beneficiari, con impatti soprattutto al Mezzogiorno e sulle micro-piccole imprese. E poi la platea che deve ancora scoprire se il robot serve non ha imponibile da dedurre.
Quanto serve? 100-150 milioni nei tre anni del regime, 400-500 progetti al massimale.
3. Il livello di sistema: pagare di più chi restituisce
Perché lo Stato dovrebbe pagare di più un umanoide che un cobot? Non deve, se guarda alla forma. Può, se guarda a ciò che l’impresa restituisce. Chi adotta oggi una tecnologia che ancora sta maturando produce conoscenza che vale per tutta l’industria (quali compiti reggono un turno, dove fallisce la presa, quanto lavoro nascosto serve, quanto costa la seconda installazione) e che oggi tiene chiusa nel contratto con il fornitore. È un bene pubblico non remunerato, e un aiuto più alto è legittimo esattamente in questo caso, a condizione che il bene pubblico venga prodotto.
Il credito sale quindi fino al 45 per cento e 500 mila euro per l’impresa che firma con un laboratorio di missione un contratto di scenario: apre il sito a prove comparative multi-fornitore con il protocollo comune; conferisce al registro i dati operativi per classi di evento, arresti compresi; deposita il dossier di integrazione separato in componenti riusabili; ospita ore di affiancamento per integratori e altre PMI; adotta con il fornitore clausole su portabilità dei registri e governo degli aggiornamenti.
La parte maggiorata matura come terza tranche, dopo verifica del laboratorio. Chi non adempie resta al livello base, senza recupero. Il differenziale non dipende dalla morfologia: se un cobot con AI generalista producesse la stessa conoscenza, avrebbe lo stesso diritto.
Si impongono però tre cautele: inquadrare la maggiorazione come aiuto all’innovazione o allo sviluppo sperimentale nel regolamento di esenzione; al registro vanno classi di evento, non immagini né dati di prodotto; per le PMI contratto alleggerito e costi di conformità coperti dal voucher.
Qual è il costo della misura? 20-30 milioni aggiuntivi se un progetto su quattro sceglie questo livello; in cambio, un centinaio di siti reali aperti e un registro con dati operativi entro il 2028, che darebbe al Comitato CNEL sull’economia dell’AI la base di evidenza che oggi deve costruire da zero.
4. Il fondo: comprare prestazioni, con condizioni
Un fondo a dotazione fissa e sportello cronologico finirebbe per riprodurre il meccanismo dei plafond 2025 (corsa alle prenotazioni, esaurimento, rifinanziamenti ex post per 1,3 miliardi) su una tecnologia meno matura.
Ma si può adottare una correzione: riservare 50-80 milioni a contratti di primo mercato a prestazione con utilizzatori pubblici e parapubblici e con il capofiliera, che paghino ore operative, interventi, disponibilità e produzione conforme, non unità, con clausole di uscita e portabilità dei dati. E condizionare ogni beneficiario del fondo o di un Accordo per l’innovazione a interoperabilità, portabilità dei registri, governo degli aggiornamenti e, sopra soglia, a una valutazione dei compiti e un piano professionale. Il comitato con il CNEL riceve i risultati aggregati di questi piani invece di valutare a cose fatte.
Che cosa serve, in concreto
Come arrivare a questo quadro? Ci vorrebbe una disposizione nella legge di bilancio 2027, accanto alla proroga annunciata della Nuova Transizione 5.0, per il credito sui costi complementari e il suo livello di sistema.
Una linea nel decreto attuativo del fondo per voucher, laboratori di missione e quota a prestazione.
Un protocollo comune di valutazione per i centri di prova, che MIMIT e MUR possono emanare con un atto di indirizzo come quello già fatto per i Competence Center.
In tutto servirebbe una cifra compresa tra i 250 e i 370 milioni in tre anni, una cifra simmetrica a quella paventata per il fondo destinato a stimolare la produzione di robot. La simmetria è voluta: una politica che finanzia allo stesso modo produzione e messa in servizio è una politica che si aspetta che i robot finanziati vengano usati.








