Transizione 4.0, ulteriore rivoluzione in arrivo a fine gennaio? Ecco perché il Governo rischia un clamoroso autogol

La nuova versione del piano Transizione 4.0, appena entrata in vigore con la legge 178 del 30/12/2020, potrebbe avere vita breve. Questo almeno è quanto emerge dalla lettura dell’edizione del 6 gennaio de Il Sole 24 Ore, che si apre con un articolo intitolato “Cambia il piano 4.0: più digitale meno aiuti sui beni tradizionali” a firma di Carmine Fotina. Indiscrezioni che hanno poi trovato conferma l’11 gennaio in fonti governative.

L’intervento di modifica si renderebbe necessario per l’intervento della Commissione Europea, la quale avrebbe mosso rilievi sul fatto che l’intero pacchetto del valore di 23,8 miliardi di euro è stato finanziato con l’anticipo delle risorse del Recovery Plan, ivi compresi gli incentivi per l’acquisto di beni strumentali non digitali (ex superammortamento).

E così il Governo starebbe preparando un rimedio che – ci si permetta di dirlo subito – sarebbe però peggiore del male. Vediamo perché.

Maggiore incertezza per le imprese

In primis i tempi. Secondo il Sole  i correttivi allo studio entrerebbero in un provvedimento previsto verso fine gennaio, quando il Governo dovrà chiedere al Parlamento la possibilità di fare ulteriore deficit. Se così fosse, l’attuale impianto sancirebbe il record negativo di durata, meno di un mese. Ma, al di là dei tempi, sono i contenuti che preoccupano. Perché, secondo le indiscrezioni riportate dal quotidiano di Confindustria, il Governo non si limiterebbe a lavorare a una sistemazione delle coperture, come logica vorrebbe, ma ne approfitterebbe un significativo facelift del piano.

Ora, al di là della (presunta) necessità di correggere alcuni punti di dubbia intepretazione, davvero si fa fatica a comprendere come sia possibile che, dopo aver avuto 10 mesi di tempo per lavorare alla nuova edizione del Piano Transizione 4.0 (ricordiamo che il ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli aveva anticipato questa intenzione già lo scorso 3 marzo 2020), il Governo intenda mettere di nuovo mano all’impianto complessivo del piano. L’effetto principale sarebbe, indipendentemente dalla maggiore o minore convenienza delle aliquote, trasmettere alle imprese quella incertezza che con quest’ultima edizione si voleva invece superare. A giudizio di chi scrive, un intervento di sostanza sulle aliquote nella prima parte del 2021 sarebbe un autogol clamoroso per la squadra di governo.

In questo momento le imprese hanno bisogno di chiarezza e semplicità. Invece già a gennaio 2020 le aziende hanno dovuto digerire il passaggio dal sistema della maggiorazione degli ammortamenti a quello dei crediti d’imposta. Negli ultimi due mesi dell’anno, hanno dovuto familiarizzare con il nuovo impianto del piano che prevede una vera e propria selva di aliquote e massimali diversificati per tipologia di investimento e data dell’effettuazione dell’investimento. Per non parlare del piccolo “pasticcio” dell’anticipo del nuovo piano al 16 novembre 2020. Ora, dopo tutto questo, dovrebbero nuovamente organizzarsi per tener conto di nuove aliquote che, se pur in parte più convenienti, solleverebbero un vespaio di quesiti sull’applicazione delle tre versioni del piano ai diversi casi.

Le modifiche allo studio: più spinta al digitale, meno risorse per l’ex super

Anche se stavolta – lo ribadiamo – non è la cosa più importante, vediamo quali sono le misure che, secondo Il Sole 24 Ore, sarebbero allo studio.

La prima, in risposta alle presunte richieste della Commissione di finanziare con i fondi del Recovery solo gli interventi a favore della digitalizzazione, sarebbe la modifica delle coperture: il pacchetto Transizione 4.0 sarebbe quindi finanziato con le risorse del Recovery Plan solo per la parte “full-digital”.

Questo spiegherebbe perché nelle ultime versioni del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza la cifra stanziata per il progetto Transizione 4.0 è stata ridotta a 21,7 miliardi. La parte relativa all’ex superammortamento – ora credito d’imposta per l’acquisto di beni strumentali non 4.0 – finirebbe infatti a carico del bilancio dello Stato.

Come conseguenza di questo “spostamento” del carico del finanziamento dell’incentivo sulle finanze italiane, diminuirebbero anche le risorse disponibili. Secondo il Sole, questo incentivo sarà così limitato al solo 2021 (e non anche al 2022 come quelle per i beni 4.0) con aliquota fissata sempre al 10% e possibilità di fruirne in un unico anno per tutti (non solo quindi per le imprese con ricavi inferiori ai 5 milioni di euro). Resterebbe inoltre la maggiorazione al 15% per i dispositivi per lo smart working.

Aumenterebbero invece le risorse disponibili per la parte più “4.0”. In particolare la prima aliquota del credito d’imposta per l’acquisto di beni materiali 4.0 (quella valida per investimenti fino a 2,5 milioni di euro) dovrebbe essere al 50% per tutto il biennio di validità del piano (ora invece lo è solo per il primo, rientrando al 40% per il secondo anno).

Per i software ricompresi nell’allegato B l’aliquota passerebbe dall’attuale 20% al 25%, sempre per entrambi gli anni con fruizione in tre quote di pari importo. Per gli altri software l’aliquota salirebbe dal 10% al 15%.

Sempre secondo le indiscrezioni riportate dal Sole aumenterebbe anche il credito di imposta per investimenti in attività di ricerca e sviluppo (dal 20% al 25%) e per l’innovazione tecnologica finalizzata alla digitalizzazione 4.0 o alla transizione ecologica (dal 15% al 20%).

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Franco Canna

Fondatore e direttore responsabile di Innovation Post. Grande appassionato di tecnologia, collabora dal 2001 con diverse testate B2B nel settore industriale scrivendo di automazione, elettronica, strumentazione, meccanica, ma anche economia e food & beverage, oltre che con organizzatori di eventi, fiere e aziende. E’ membro del Consiglio Direttivo di ANIPLA, l’Associazione Nazionale Italiana per l’Automazione.

6 thoughts on “Transizione 4.0, ulteriore rivoluzione in arrivo a fine gennaio? Ecco perché il Governo rischia un clamoroso autogol

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  • Comunque le premesse si erano già viste non appena Di Maio s’insediò al MISE. Avete dimenticato gli annunci che il piano 4.0 sarebbe stato modificato per avvantaggiare ancora di più le PMI per poi scoprire che proprio le PMI sono state quelle che maggiormente hanno utilizzato le agevolazioni? C’è troppo dilettantismo e superficialità che tenta di essere camuffata da annunci roboanti che alla fine si rivelano spesso dei bluff. Probabilmente la gestione MISE degli ultimi anni è stata disastrosa anche perchè i vari ministri che si sono succeduti non avevano le giuste competenze e conoscenze

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    • Dici? Eppure Patuanelli è un ingegnere (per quanto più vicino al mondo edile che a quello industriale) e sicuramente sa bene che cos’è il 4.0. Il problema ai vertici è più lo “stile” politico fatto di annunci reiterati (ricordiamo i 7 miliardi del decreto attuativo di aprile annunciati più volte come se fossero ogni volta risorse aggiuntive?). Poi, nel caso in specie, c’è un problema di come sono state scritte le norme (ma questo non è certo il Ministro a farlo….).

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      • Ma sai, essere un ingegnere ( e te lo dice uno che lo è) non sempre è garanzia di onniscenza tant’è che sia Calenda sia Firpo non lo erano e nonostante questo avevano partorito qualcosa d’interessante. Probabilmente quello che non funziona al MISE è l’entourage di Patuanelli/Di Maio ed i vari consulenti di supporto. Forse il problema sta proprio lì e comunque io ritengo che in ogni caso un ministro ha sempre la responsabilità oggettiva e politica nella scrittura delle norme

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  • Poche idee e ben confuse. E c’è chi ancora è convinto che Conte e i suoi “migliori ministri del mondo” stiano facendo bene. In un’azienda li avrebbero cacciati a pedate. Ma la gente questo non lo comprende, irretita com’è dal saper ben parlare del nostro premier avvocato durante le apparizioni televisive.

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    • Sai Alberto, se lo faranno cercheranno di spiegare che le aliquote saranno più convenienti. Ma il punto non è (più) questo. Ormai a me pare chiaro che un 5% in più o in meno non sposta veramente le cose: quello che conta sono due cose: creare le condizioni di FIDUCIA perché le aziende investano e dare regole CHIARE e SEMPLICI per fruire degli incentivi, senza trappoloni o cavilli di dubbia interpretazione. Prendi l’assurda vicenda della causale in fattura. Ci sono voluti 11 mesi perché l’Agenzia delle Entrate (non il Governo) spiegasse che si può rimediare a penna (mettendo chiaramente una toppa). E il Governo che cosa fa? Ripropone la norma tale e quale pure per il 2021? Ma poi davvero, c’è tutto questo bisogno di distinguere in maniera così capillare tutti questi casi? beni materiali, materiali 4.0, immateriali, immateriali 4.0, per lo smart working (ma solo non 4.0), fatti nel 2021, fatti nel 2022, con perizia asseverata, solo con attestazione, con recupero in tre anni ma per qualcuno in uno solo… e regole che cambiano ogni tre per due… Noi, che siamo addetti ai lavori, facciamo fatica a stargli dietro, figuriamoci un’impresa! In questa fase bisognerebbe sacrificare un po’ di “capillarità” in favore di semplicità: metti un 15% di credito di imposta su TUTTO e un 30% sul 4.0, già che ormai ci sono le liste, e punto. Troppo facile?

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