Etica, diritto e occupazione: ecco le sfide da vincere perché robotica e AI contribuiscano all’evoluzione della società

Dall’automazione del lavoro all’assistenza sanitaria delle persone fragili, fino all’assistenza alle persone nei compiti quotidiani più noiosi. Quando si parla delle prossime frontiere di applicazione dell’Intelligenza Artificiale (AI) e della robotica, accanto a molte grandi potenzialità emergono problematicità legate alla tutela dei diritti delle persone, soprattutto quelle fragili.

Di questi temi si è parlato nel corso della conferenza “Roboetica. L’uomo è ancora al centro dell’innovazione?” organizzata da Siri nell’ambito della fiera Emo Milano.

Un dibattito che è iniziato partendo dai dati della robotica in Italia (presentati nel dettaglio in questo articolo), che vedono il nostro Paese posizionarsi al sesto posto nella classifica mondiale, subito dopo la Germania, per quanto riguarda l’apparecchiature robotiche installate.


Regolamentazione dell’AI, il ruolo ancora troppo marginale dell’Italia

Tuttavia, a fronte di questa significativa penetrazione della robotica nella nostra industria, l’Italia ricopre ancora un ruolo marginale nella discussione sulle regole che devono guidare il futuro di questa tecnologia e dell’Intellligenza Artificiale.

Con la recente presentazione della proposta di regolamento dell’Intelligenza Artificiale da parte della Commissione Europea, l’Ue ha chiarito di voler ricoprire un ruolo di leadership nella definizione delle normative che regoleranno lo sviluppo e l’applicazione dei sistemi di Intelligenza Artificiale.

Una posizione che vuole ricoprire sia a fronte dell’impossibilità di competere sotto il profilo tecnologico con Cina e Stati Uniti, sia perché “arrivando per primi si possono definire le regole anche per gli altri, come si è fatto per il regolamento generale sulla protezione dei dati”, spiega Andrea Bertolini, Avvocato e Direttore del Centro di Eccellenza della Scuola Superiore S. Anna.

L’Italia, tuttavia, è rimasta soltanto al margine del dibattito che ha portato alla presentazione della proposta. Un atteggiamento dovuto da una scarsa conoscenza di queste tecnologie, come spiega Marco Bentivogli, Coordinatore e Co-fondatore di Base Italia.

“Al nostro Paese serve un nuovo racconto di questi che sono i discendenti dei vecchi robot industriali, su cui vi era una narrazione negativa perché quei robot sì che sostituivano le persone e non si ibridavano. Quella che stiamo vivendo, in realtà, è una seconda età delle macchine. Sono macchine che possono coesistere con le persone”, commenta l’ex sindacalista.

La user experience nella robotica per misurare l’interazione uomo -macchina

Nell’interazione tra uomo e la macchina, anche quando questa è pensata per facilitare la vita dell’uomo, possono emergere conseguenze negative non volute. Basti pensare, ad esempio, che prima dell’avvento dei telefoni cellulari, le persone tendevano a ricordarsi i numeri di telefono dei contatti per loro più importanti.

Ora, invece, dipendiamo dagli smartphone per queste informazioni, così come dipendiamo dai social per ricordare i compleanni dei nostri amici o dal navigatore per muoverci nel traffico cittadino. Se, da un lato, tutte queste applicazioni hanno indubbiamente facilitato molti aspetti del nostro quotidiano, non mancano le evidenze che, soprattutto in soggetti fragili (quali bambini e anziani), interazioni elevate con queste tecnologie possano portare a un peggioramento delle capacità cognitive.

Tuttavia, se in ambito industriale è possibile misurare gli effetti dell’applicazione dei robot — in termini di aumento di produttività, riduzione delle malattie esoscheletriche dei lavoratori o un miglioramento nella sicurezza dell’impianto — quando si parla di misurare la qualità dell’esperienza dell’interazione uomo-robot, la questione si fa complicata.

A questo aspetto guarda la user experience, che cerca di programmare, misurare e mitigare alcuni di quei effetti di esperienza nell’essere vivente, come spiega Paolo Benanti, Docente di Teologia morale e etica delle tecnologie presso l’Università Pontificia.

“La user experience ha tutto un ramo che cerca di stabilire le linee etiche di sviluppo nell’interazione uomo-macchina, affinché quest’ultima rispetti la parte fragile, ovvero l’uomo. Ne abbiamo bisogno perché, in quanto esseri viventi, la qualità di questa interazione può essere diversa in ognuno di noi”, commenta.

Il contributo della robotica sociale

La valutazione di questa esperienza diventa ancora più importante alla luce delle crescenti applicazioni della robotica e dell’Intelligenza Artificiale anche fuori dalle fabbriche. Già ad oggi, sono presenti robot impiegati nell’assistenza clienti in supermercati o in contesti educativi.

Gli scenari futuri di questo tipo di robotica, chiamata robotica sociale, si stanno già delineando. A fine agosto, ad esempio, Elon Musk ha annunciato che la sua azienda sta lavorando a un robot umanoide che assisterà l’uomo in quei compiti quotidiani che non vuole fare, come andare a fare la spesa.

In alcuni Paesi, i robot sono già ampiamente utilizzati nell’assistenza delle persone più fragili, ad esempio nelle strutture di assistenza per anziani, come in Giappone (con risultati contrastanti), un Paese che deve far fronte a un rapido invecchiamento della popolazione e personale non sufficiente a soddisfare la domanda di assistenza.

Un problema che riguarderà presto anche l’Italia dove, secondo le previsioni dell’Istituto Superiore di Sanità, nel 2050 la quota di ultra 65enni ammonterà al 35,9% della popolazione totale, con un’attesa di vita media pari a 82,5 anni.

Ed è proprio per questo motivo che, secondo Bertolini,  il diritto dovrebbe affrontare questi discorsi, intervenendo su quelle che prevedibilmente saranno le applicazioni future di queste tecnologie. Un intervento che serve da un lato a tutelare la parte fragile e dall’altro a sciogliere i dubbi sull’attribuzione delle responsabilità e favorire l’innovazione in questi campi.

Se il diritto è ancora indietro nell’ambito della valutazione delle applicazioni sociali della robotica, anche la ricerca sta muovendo i primi passi in questo campo. Gli studi realizzati in questo ambito, infatti, sono pochi e i dati raccolti non sufficienti per trarre delle conclusioni, anche se dai primi esperimenti già emergono alcuni risultati molto interessanti.

Tra questi esperimenti vi è il progetto europeo Caresses (da Culture Aware Robots and Environmental Sensor Systems for Elderly Support), a cui ha partecipato anche Antonio Sgorbissa, Docente Dibris all’Università degli Studi di Genova. Il progetto ha previsto l’interazione di alcuni anziani presenti in strutture di cura in Giappone e nel Regno Unito con dei robot, per sessioni di tre ore e per un massimo di 18 ore, spalmate su due settimane.

L’obiettivo finale, come spiega il professore, è realizzare un’Intelligenza Artificiale in grado di assistere pensione anziane in casa di cura con la particolarità di cercare di fare robot con competenza culturale, adattando il modo di agire a seconda della persona che ha davanti.

I risultati ottenuti – seppur non concludenti per la dimensione ancora troppo ridotta dell’esperimento – hanno evidenziato un miglioramento della salute emotiva delle persone, anche se la qualità dell’interazione con i robot è stata molto diversificata tra i pazienti.

Un elemento da prendere in considerazione in questa ricerca, sottolinea Benanti, è l’effetto del peggioramento delle skill cognitive già citato, che potrebbe colpire gravemente questi pazienti in quanto anziani.

Robotica e lavoro: quando la fatica diventa uno spreco

Effetti non voluti si possono avere, tuttavia, in qualsiasi ambito di applicazione di queste tecnologie. Del resto, “i robot sono degli attrezzi, esattamente come tanti altri attrezzi che l’uomo ha utilizzato nel corso della sua storia evolutiva”, ricorda Domenico Appendino, Presidente di Siri.

E, come tutti gli attrezzi, possono essere utilizzati per aiutare o per ferire. Quello però che la robotica ha portato all’industria italiana, e all’interno delle aziende, è un cambiamento nella definizione dei tempi e dei luoghi di lavoro. Luoghi e tempi che non sono più così distinti, grazie alla possibilità di remotizzare un numero sempre maggiore di lavori (anche nell’industria). Ed è necessario quindi che il discorso (e il diritto) si evolvano di pari passo.

Ma a cambiare è anche la considerazione dell’uomo, in quanto lavoratore e individuo, con la ricerca di modelli produttivi che possano gratificarlo, a fronte di un minore sforzo fisico. “Grazie alle tecnologie dell’automazione ora gli imprenditori vedono la fatica dei lavoratori come uno spreco e questa è una conquista importantissima”, sottolinea Bentivogli.

Le sfide etiche e normative che dobbiamo affrontare

L’altro lato della medaglia di questa economia costruita sulle tecnologie digitali e dell’automazione riguarda i dati e lo spostamento del potere sulle mani di pochi giganti del Web, con la perdita di controllo da parte degli utenti. Dati che sono accessibili soltanto a pochi e governati in base alle disposizioni date dai singoli Ceo di questi giganti Tech.

Non solo, i dati possono essere utilizzati per influenzare il comportamento delle persone e ledere i loro diritti,  come ha scritto Daron Acemogluprofessore di economia al Massachusetts Institute of Technology (MIT) ed esperto in robotica e Intelligenza Artificiale nel suo studio “Harms of AI”.

Gli algoritmi possono influenzare i comportamenti delle persone non solo nei costumi ma anche nella società. “In una definizione molto ampia, potremo dire che una legge è quel dispositivo creato dalla costituzione per orientare il comportamento delle persone. Ed ecco che gli algoritmi che abbiamo creato per analizzare quei dati sono diventati simili alle leggi“, spiega Benanti. Ma, a differenza di una legge, gli algoritmi non sono universali, generali e comprensibili. E possono anche avete conseguenze sui diritti delle persone; quindi bisogna intervenire per regolamentarli.

Risolvere queste tensioni radicali che si sono create tra algoritmi e stato di diritto è, secondo Benanti, fondamentale per assicurare che questi “attrezzi” ci permettano ancora di evolvere e non minino, invece, il nostro benessere.

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Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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