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European Innovation Scoreboard 2026, l’Italia migliora, ma la spesa in R&S e il capitale umano restano un limite



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Secondo l’European Innovation Scoreboard 2026 elaborato dalla Commissione Europea l’Italia si conferma Moderate Innovator. Le performance del Paese migliorano del 5% rispetto al 2025: a trainare lo sviluppo sono i primati nel cloud computing e nel design, ma la transizione è frenata da bassi investimenti in R&S e dalla carenza di specialisti ICT

Pubblicato il 9 lug 2026



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Il sistema nazionale dell’innovazione accelera a un ritmo superiore rispetto alla media europea, registrando un incremento del 5,0% nell’ultimo anno e un progresso complessivo del 15,0% rispetto al 2019.

È quanto emerge dai dati aggiornati sulla competitività rilasciati dalla Commissione Europea a luglio 2026 all’interno del rapporto European Innovation Scoreboard 2026 (EIS – European Innovation Scoreboard è il Quadro europeo dell’innovazione), uno strumento con cui la Commissione valuta l’efficacia delle riforme e delle politiche industriali e digitali adottate negli ultimi anni misurando e confrontando le prestazioni dei paesi dell’UE – e di alcuni paesi extra-UE – in materia di ricerca e innovazione.

L’EIS 2026 conferma anche quest’anno il posizionamento del Belpaese nel gruppo degli “Innovatori Moderati” con un punteggio pari al 96,2% rispetto alla media dell’UE e al tredicesimo posto nella classifica complessiva.

Ricordiamo che l’EIS classifica come “leader dell’innovazione” quelli che hanno prestazioni superiori al 125 % alla media dell’UE; “innovatori forti” quelli che hanno un posizionamento tra il 100% e il 125% della media UE; “innovatori moderati” quelli che si collocano tra il 70% e il 100% della media UE (come l’Italia) e “innovatori emergenti” gli Stati che hanno punteggi inferiori al 70 % della media dell’UE.

Le eccellenze italiane

La crescita complessiva è trainata da eccellenze assolute che vedono la penisola occupare il primo posto in Europa per adozione del cloud computing nelle imprese, per applicazioni di design e per la produttività delle risorse.

Nonostante questi traguardi sul fronte della digitalizzazione e dell’efficienza dei processi, la transizione verso il gruppo dei paesi a più alta intensità di innovazione è frenata da colli di bottiglia strutturali.

Tra i principali elementi di debolezza spiccano la grave carenza di specialisti ICT e un livello di investimenti privati in ricerca e sviluppo che si attesta a circa la metà della media continentale.

L’EIS 2026 delinea così un quadro di sviluppo polarizzato, dove le ottime risposte del tessuto produttivo manifatturiero e digitale contrastano con i ritardi storici sul capitale umano e sui finanziamenti alla ricerca.

Digitalizzazione industriale: il cloud come motore della trasformazione

L’infrastruttura tecnologica delle imprese italiane registra una progressione marcata sul fronte dell’adozione di soluzioni abilitanti per la gestione dei dati.

La penisola conquista la prima posizione nell’Unione Europea per la diffusione del cloud computing all’interno del tessuto aziendale, segnando una crescita del 223,7% rispetto ai livelli del 2019. L’avanzamento riflette gli investimenti indirizzati verso il potenziamento dei servizi di rete e l’ammodernamento dei processi produttivi.

L’allargamento della base infrastrutturale trova riscontro anche nell’espansione dell’accesso alla banda ultra-larga, cresciuto del 37,9%, e nel parallelo consolidamento delle competenze digitali di base tra la popolazione.

L’allineamento dei fattori infrastrutturali e delle capacità di utilizzo fondamentali ha permesso al comparto di guadagnare posizioni importanti nelle classifiche comunitarie legate alla digitalizzazione, superando storiche barriere d’accesso alle reti ad alta velocità.

La diffusione dei servizi di archiviazione ed elaborazione virtuale non si traduce ancora in un’assimilazione omogenea delle soluzioni tecnologiche più avanzate.

Si rileva un rallentamento nell’integrazione dei sistemi di intelligenza artificiale, la cui diffusione si ferma al 16,4% delle imprese nazionali. La percentuale evidenzia un distacco rispetto alle performance medie dell’Unione Europea e delinea un rallentamento nel passaggio dalle architetture di rete di base alle applicazioni industriali evolute.

La parziale integrazione dell’AI rischia di limitare l’efficacia degli investimenti strutturali compiuti finora, configurandosi come un freno per lo sviluppo dell’automazione complessa e dell’analisi predittiva nelle filiere industriali.

PMI e manifatturiero: eccellenza nei processi e sostenibilità

Il dinamismo delle piccole e medie imprese costituisce uno dei pilastri della competitività industriale nazionale, trovando espressione sia nella qualità stilistica sia nell’efficienza operativa.

L’Italia si conferma in prima posizione a livello europeo per le applicazioni di design, un fattore che si consolida come risorsa strategica per la valorizzazione del modello manifatturiero e delle produzioni ad alto valore aggiunto.

La spinta all’aggiornamento si riflette anche nella propensione all’innovazione organizzativa, con il Paese che occupa il terzo posto nell’Unione Europea per quota di piccole e medie imprese che introducono innovazioni nei processi aziendali.

L’efficacia dei cambiamenti trae beneficio dallo sviluppo di sinergie strutturate, agevolate da una rete di collaborazioni pubblico-private che favoriscono il trasferimento tecnologico e la condivisione delle competenze tra centri di ricerca e comparto produttivo.

La modernizzazione delle attività si coniuga con l’attenzione all’impiego delle materie prime, delineando un modello di sviluppo improntato alla sostenibilità competitiva.

La penisola detiene il primato continentale nella produttività delle risorse, un indicatore che testimonia la capacità di generare valore economico riducendo l’impatto ambientale e ottimizzando i flussi energetici e di materiali lungo le filiere.

Il posizionamento è confermato dai riscontri positivi registrati nell’indice complessivo di eco-innovazione, che evidenzia l’efficacia delle misure adottate dalle imprese per rispondere ai requisiti comunitari di transizione ecologica e circolare, mantenendo stabili i livelli di resa all’interno del comparto industriale.

Le sfide strutturali: il gap di investimenti e capitale umano

I progressi sul piano dell’efficienza e dei servizi digitali si scontrano con debolezze storiche che limitano la capacità di crescita nel lungo periodo.

Il principale freno è rappresentato dall’esiguità degli investimenti privati in ricerca e sviluppo, con una spesa da parte del sistema industriale che raggiunge appena il 51,7% rispetto alla media riscontrata nell’Unione Europea.

La ridotta propensione al finanziamento delle attività di ricerca si riflette anche nella scarsa presenza di grandi attori aziendali ad alta intensità tecnologica: soltanto 21 realtà industriali nazionali figurano all’interno della classifica dei primi 2000 investitori globali in ricerca e sviluppo.

La mancanza di grandi poli di investimento privato riduce la capacità di sviluppare brevetti e soluzioni proprietarie, costringendo il tessuto produttivo a focalizzarsi prevalentemente su innovazioni incrementali e di adattamento.

A questa carenza di risorse finanziarie si somma una criticità legata al capitale umano e alle competenze nelle discipline scientifiche e tecnologiche. L’Italia si colloca nelle posizioni di coda delle classifiche comunitarie, occupando il ventiseiesimo posto per quota di popolazione in possesso di un’istruzione terziaria e il venticinquesimo per numero di specialisti ICT impiegati nel sistema produttivo.

La scarsità di profili tecnici qualificati rende complesso l’assorbimento delle nuove architetture digitali da parte del mercato, ostacolando l’evoluzione verso l’automazione complessa.

L’intero scenario è ulteriormente gravato dal fenomeno del brain drain, che si manifesta sia nella ridotta dimensione del bacino di talenti scientifici locali, sia nella persistente difficoltà del sistema nazionale ad attrarre ricercatori e figure professionali di alto profilo dall’estero.

L’impatto del PNRR sulla struttura produttiva nazionale

La stabilità complessiva del sistema economico nazionale trova fondamenta nella solidità del suo nucleo industriale, caratterizzato da una presenza manifatturiera radicata.

La quota di occupati all’interno del comparto industriale si attesta al 18,1%, un valore sensibilmente superiore rispetto alla media riscontrata nell’Unione Europea, ferma al 15,4%. Questa configurazione strutturale assicura una tenuta di fondo di fronte alle fluttuazioni cicliche dei mercati internazionali, fornendo una base operativa solida su cui innestare i processi di modernizzazione.

L’ampiezza della base industriale consente alle filiere di ammortizzare i costi della transizione tecnologica, facendo leva sulla capillarità dei subfornitori e sulla consolidata competenza nelle lavorazioni meccaniche ed elettroniche.

L’evoluzione positiva riscontrata nelle condizioni quadro e nei parametri legati all’innovazione coincide con lo sviluppo e l’attuazione delle misure previste all’interno della Recovery and Resilience Facility (RRF). L’intervento pubblico, veicolato tramite i piani nazionali di ripresa, ha agito da compensazione per le storiche carenze di spesa del settore privato.

Le risorse stanziate hanno permesso di sostenere l’incremento degli investimenti pubblici destinati alle università e agli enti di ricerca, ponendo le basi per il potenziamento dei laboratori e per l’aggiornamento dei percorsi formativi.

L’apporto dei finanziamenti europei ha facilitato la digitalizzazione diffusa del tessuto aziendale e ha agevolato la crescita delle infrastrutture di rete, riducendo il divario strutturale rispetto ai paesi leader del continente e stimolando una convergenza verso standard operativi più evoluti.

Una roadmap per il salto di qualità

Il rapporto evidenzia come il superamento della condizione di innovatore moderato richieda un’evoluzione strategica che consenta di capitalizzare i traguardi raggiunti sul piano delle infrastrutture digitali e dell’efficienza dei processi.

L’ampia diffusione del cloud computing tra le imprese deve trasformarsi nel substrato tecnologico ideale su cui innestare l’adozione dell’intelligenza artificiale e lo sviluppo dell’automazione complessa, superando le attuali esitazioni del mercato.

Il consolidamento della transizione digitale e l’integrazione di sistemi avanzati di analisi dei dati rappresentano i passaggi necessari per garantire la competitività di lungo periodo della filiera manifatturiera nazionale, estendendo i benefici dei primati operativi all’intero ecosistema industriale.

Il salto di qualità verso il gruppo dei paesi a più alta intensità di innovazione rimane tuttavia subordinato alla risoluzione dei nodi strutturali legati agli investimenti e alle competenze.

Appare prioritaria l’introduzione di riforme organiche destinate al potenziamento del capitale umano e all’allineamento dei percorsi formativi con le reali esigenze dei comparti tecnologici, frenando l’emorragia di figure qualificate verso l’estero.

Al tempo stesso, la Commissione sottolinea la necessità di attivare incentivi mirati che stimolino il tessuto industriale privato a incrementare e possibilmente raddoppiare la spesa in ricerca e sviluppo.

Soltanto attraverso un’azione congiunta sul fronte del capitale umano e dei finanziamenti stabili alla ricerca il sistema produttivo potrà colmare il distacco rispetto ai partner europei e posizionarsi stabilmente nel cluster degli innovatori forti.

Il quadro europeo

Nel complesso l’UE ha migliorato le proprie performance di innovazione di 11,6 punti dal 2019 e di 1,7 punti nell’ultimo anno (qui trovate il report EIS 2026 completo).

La classifica è guidata da Svezia, Danimarca e Paesi Bassi, che si confermano sul podio, seguiti da Finlandia, Belgio, Irlanda, Lussemburgo, Austria, Germania, Francia, Estonia e Malta, tutti al di sopra della media EU. L’Italia è il primo tra i paesi che si trovano appena sotto la media.

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“Il motore dell’innovazione in Europa si è dimostrato resiliente”, ha detto Ekaterina Zaharieva, Commissaria per le Start-up, la ricerca e l’innovazione. “Ogni singolo Stato membro ha migliorato le proprie prestazioni dal 2019 e il quadro di valutazione di quest’anno mostra che la crescita sta riprendendo. Ma la corsa globale è sempre più dura e non possiamo permetterci di rallentare. La strategia per le start-up e le scale-up, EU Inc. e l’imminente legge europea sull’innovazione sono la nostra risposta, creando le condizioni affinché l’Europa possa guidare l’innovazione per i decenni a venire”. 

Secondo Stéphane Séjourné, Vicepresidente esecutivo della Commissione Europea per la Prosperità e la strategia industriale, “le performance in materia di innovazione sono essenziali per la competitività dell’Europa, sulla base della portata e della forza del nostro mercato unico. Per aiutare le imprese a prendere decisioni che stimolino l’innovazione e rafforzino la nostra resilienza, la Commissione ha istituito l’Industrial Accelerator Act e si sta adoperando per fornire ulteriore sostegno attraverso il Fondo europeo per la competitività al fine di gettare le basi per la nostra prosperità futura”.

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