La Digital transformation è uno strumento potente per migliorare efficienza e produttività delle aziende. Ma, da sola, non fa miracoli. Da sola non basta.

Perché le tecnologie digitali supportano la produttività, ma assolutamente non in modo uniforme ovunque. I risultati concreti e le prospettive dipendono innanzitutto dalla realtà in cui sono calate e applicate. Gli aumenti di produttività non sono certo automatici, dipendono in modo essenziale dalla qualità, capacità innovativa e struttura organizzativa delle aziende.

Ecco perché l’innovazione digitale mette il turbo alle imprese di eccellenza, quelle più performanti e dinamiche, meglio gestite, e quindi comunque già più produttive rispetto alle altre. E lì, nelle realtà di alta qualità, sviluppa e migliora ulteriormente la produttività finale. Mentre non è sufficiente, di per sé, a spingere più in alto quelle realtà che hanno anche altre carenze.


Per questo, come rileva un Report dell’Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) diffuso in questi giorni, dal titolo “Dividendo digitale: politiche per sfruttare il potenziale di produttività delle tecnologie digitali”, nonostante queste risorse abbiano le potenzialità per migliorare e aumentare anche la produttività delle aziende, complessivamente, e in media, questa produttività ancora non cresce.

Anzi. Nonostante la digitalizzazione in corso, la produttività ha subito un forte rallentamento nella maggior parte dei Paesi dell’area Ocse dalla metà degli Anni 2000 e negli ultimi due decenni. Anche i primi ad adottare il digitale su ampia scala, come i Paesi Nordici, hanno risentito del rallentamento della produttività. Ciò è dovuto, innanzitutto, al fatto che la diffusione delle tecnologie digitali è stata lenta e diversamente efficace, un po’ ovunque.

Morbo di Baumol, e altre influenze

Per la bassa crescita della produttività si parla di “morbo di Baumol”, dal nome del primo economista che la studiò negli anni Sessanta, e mise in evidenza come nelle economie moderne i settori che crescono di più sono quelli in cui la produttività aumenta di meno.

La lista delle concause del “morbo di Baumol”, sottolineate da uno studio della Fondazione Ergo, sulla base delle analisi delle principali istituzioni come Ocse, Fondo Monetario internazionale e Banca d’Italia, è lunga e può essere suddivisa in cause “orizzontali”, come l’inefficienza della Pubblica Amministrazione, la difficoltà di accedere al credito, la mancanza di competenza manageriale. E cause “verticali”, come l’invecchiamento della forza lavoro, la concorrenza internazionale, la demografia d’impresa.

La produttività bloccata

Secondo dati Istat, la produttività del lavoro in Italia, nel periodo tra il 1995 e il 2017, è rimasta praticamente bloccata, stagnante, con una crescita media annua ferma allo 0,4%. Un valore di quattro volte inferiore rispetto all’1,6% che è il dato medio dell’Unione Europea. Con un divario di circa un punto percentuale medio annuo in tutte le diverse fasi cicliche del periodo in esame. A mantenere invece i tassi di crescita in linea con la media europea sono stati Germania (1,5%), Francia (1,4%), e Regno Unito (1,5%), mentre la Spagna ha segnato un tasso di crescita dello 0,6%, di poco superiore a quello italiano.

Fonte dell’Infografica: Ocse

Il rischio di un digital gap

“I vantaggi delle tecnologie digitali sono stati finora concentrati tra le imprese più produttive, che traggono beneficio dalle loro capacità interne, dal capitale organizzativo, che sono la chiave per sfruttare appieno il loro potenziale. Poiché invece le imprese meno produttive non sono riuscite ad adottare o utilizzare al meglio le tecnologie digitali, la loro performance di produttività è stata debole, pesando sulla crescita della produttività aggregata”, rimarca l’analisi dell’Ocse. C’è in pratica un forte divario, ed è in aumento, tra le imprese leader e quelle in ritardo.

“Guardando in maniera più ravvicinata la situazione, scomponendo il quadro aggregato e complessivo, spicca un crescente solco tra una piccola quota di imprese ‘Superstar‘, altamente produttive, e che godono di una crescita relativamente forte della produttività, e la massa di imprese staccate da quelle leader, in cui la crescita della produttività è stata lenta”, fanno notare gli specialisti dell’Ocse.

E spiegano: “ciò è dovuto al fatto che la maggior parte delle imprese più produttive hanno maggiori probabilità di adottare nuove tecnologie rispetto a quelle meno produttive, e di conseguenza poi ci guadagnano ancora di più da questa adozione”. Infatti, “per beneficiare della digitalizzazione, le imprese devono riorganizzare i loro processi, il che richiede una buona gestione e competenze digitali che hanno maggiori probabilità di essere presenti in aziende altamente produttive”.

Guardando al futuro, le imprese meno produttive, se non sostenute e incentivate, potrebbero non essere in grado di adottare le necessarie tecnologie sofisticate, ad esempio nel campo dell’automazione, Big Data e Intelligenza artificiale. Senza quindi riuscire a ridurre il Gap con quelle leader, le “prime della classe”.

A loro volta, le imprese più produttive possono diventare ancora più difficili da sfidare e con cui competere, soprattutto in un ambiente digitale in cui i beni intangibili specifici (come la conoscenza, le competenze, i brevetti, i dati, gli algoritmi) sono un elemento fondamentale. E una fonte di valore sempre più centrale.

Come si esce da questa spirale?

Tutto ciò rischia di compromettere il dinamismo della concorrenza e potrebbe, in ultima analisi, incidere ulteriormente sulla produttività. Del resto, soprattutto nel settore digitale, ci sono segnali di aumento delle concentrazioni che fanno capo alle realtà leader, e di diminuzione dei tassi di entrata nel mercato di altre imprese. Il numero di fusioni e acquisizioni è più che raddoppiato negli ultimi 15 anni, il che ha contribuito a una crescente concentrazione a livello industriale sia in Nord America che in Europa. I colossi che vincono prendono gran parte della posta in gioco.

Come si esce da questa spirale? Insieme all’innovazione digitale, cosa serve dunque per migliorare e aumentare, a livello più diffuso, la produttività aziendale?

Innanzitutto, serve lo sviluppo e l’uso efficiente della tecnologia da parte delle imprese rimaste più indietro e meno produttive. “In molti casi, opportunità e possibilità di sviluppo sono sottoutilizzate, e occorre fare di tutto per spingere una maggiore diffusione delle tecnologie, e un loro migliore utilizzo, al fine di massimizzarne i benefici in termini di produttività”, esortano gli analisti dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico.

Politiche necessarie per l’innovazione

Poi, un contributo rilevante può essere quello della politica, con misure, leggi, interventi che le istituzioni internazionali, nazionali e locali, possono realizzare per favorire maggiore efficienza e produttività. Ad esempio, in tema di finanziamenti, banda larga, formazione, concorrenza, Cloud computing.

Il Report dell’Ocse sottolinea: “le attività politiche, a vari livelli, hanno un ruolo importante da svolgere per invertire queste tendenze. Per sfruttare appieno i vantaggi della digitalizzazione, sono necessarie diverse politiche in modo da sostenere la diffusione e l’uso efficiente delle tecnologie digitali. Da parte del numero più vasto possibile di aziende, e non solo di quelle più all’avanguardia”.

Ma il rapporto rileva anche: “un approccio alle riforme che coinvolga l’intero governo, di un Paese o di un’organizzazione internazionale, può essere utile, in quanto queste politiche hanno una forte complementarietà tra di loro”. E ancora: “la digitalizzazione pone sfide politiche in molti settori, come la tassazione, la riservatezza dei dati, la sicurezza informatica, l’efficienza energetica”.

Il percorso e le tappe da seguire

Ecco, ad esempio, come e dove si dovrebbe intervenire:

  • rafforzare la concorrenza sui mercati, ridurre gli ostacoli al commercio digitale tra diversi Paesi;
  • prevedere incentivi per la Digital transformation, soprattutto verso le Pmi;
  • ridurre oneri amministrativi e vincoli finanziari per le nuove imprese innovative e Startup, incoraggiare gli investimenti e l’accesso ai capitali di rischio;
  • sviluppare l’e-Government, per sfruttare le sinergie tra la digitalizzazione dei settori pubblico e privato;
  • migliorare e aggiornare la formazione e le competenze;
  • attuare misure a sostegno degli investimenti in Hi-Tech, e a favore della concorrenza nei settori delle telecomunicazioni, per consentire un accesso più ampio ed economico a Internet ad alta velocità;
  • sviluppare infrastrutture di base, tra cui Banda larga e reti 5G
Fonte dell’Infografica: Ocse

Oltre a stimolare la produttività, alcune di queste politiche possono sostenere una maggiore ‘inclusione’ sulla strada dello sviluppo tecnologico, nella misura in cui aiutano le imprese ancora indietro a recuperare il ritardo, i lavoratori licenziati a trovare altri posti di lavoro, a sostenere la crescita dei salari. La formazione e il miglioramento delle competenze sono poi particolarmente importanti.

Un circolo virtuoso

Del resto, quando e dove le cose funzionano per il verso giusto, rileva il Report Ocse, gli aumenti di produttività derivanti dall’adozione del digitale possono essere sostanziali.

Ad esempio, è stato rilevato che un aumento del 10% dell’uso di Internet a banda larga ad alta velocità, e del Cloud computing, all’interno di un’azienda manifatturiera di medie dimensioni, è associato a un incremento dell’1,4% della produttività media, dopo un anno, e del 4% dopo 3 anni. Con ricadute positive anche su altre imprese dello stesso settore, ad esempio per i fornitori che beneficiano di interazioni più veloci ed efficienti, oppure anche per i concorrenti che sono indotti ad aumentare a loro volta la loro produttività.

I benefici in termini di produttività derivanti dall’adozione del digitale appaiono maggiori nella produzione industriale che nei Servizi, e più in generale tendono a essere più elevati in settori ad alta intensità di routine operativa, dove in genere c’è anche più automazione. Ciò conferma che snellire o automatizzare le attività di routine è un ambito in cui l’adozione digitale aumenta la produttività. E se da un lato potrebbe rappresentare un rischio in termini di posti di lavoro, la digitalizzazione porta anche a generare nuove attività più qualificate.

Le competenze devono stare al passo

“Le competenze sono un fattore chiave per consentire la diffusione delle tecnologie digitali e massimizzarne l’efficacia e l’efficienza, e quindi l’impatto sulla produttività. E, per contro, la carenza di queste capacità, ad esempio di competenze tecniche manageriali o informatiche, tende a ridurre i benefici in termini di produttività derivanti dall’adozione del digitale”, rileva ancora l’analisi su innovazione e risultati concreti per le aziende. Che rimarca: “queste raccomandazioni generali devono essere poi calate e adattate alla situazione e alle caratteristiche di ogni singolo Paese, tenendo conto dei rispettivi tassi di adozione del digitale, e delle principali strozzature strutturali e politiche”.

Ad esempio, alcuni Paesi possono avere bisogno di dare priorità alle infrastrutture fisiche e altri dovrebbero concentrarsi principalmente sulle competenze.

Nel complesso, emerge l’importanza di avere e seguire un’agenda politica coerente e un approccio globale di governo in materia di politiche per sfruttare i vantaggi delle tecnologie digitali.

Stefano Casini

Giornalista specializzato nei settori dell'Economia, delle imprese, delle tecnologie e dell'innovazione. Dopo il master all'IFG, l'Istituto per la Formazione al Giornalismo di Milano, in oltre 20 anni di attività, nell'ambito del giornalismo e della Comunicazione, ha lavorato per Panorama Economy, Il Mondo, Italia Oggi, TgCom24, Gruppo Mediolanum, Università Iulm. Attualmente collabora con Innovation Post, Corriere Innovazione, Libero, Giornale di Brescia, La Provincia di Como, casa editrice Tecniche Nuove. Contatti: stefano.stefanocasini@gmail.com

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