La vera partita della sovranità digitale europea non si vince inseguendo il miraggio dell’autarchia né pretendendo di duplicare con anni di ritardo le infrastrutture hyperscaler o i modelli linguistici fondazionali d’oltreoceano. Al contrario, per l’industria e la manifattura continentale sovranità significa libertà di scelta e controllo sui nodi nevralgici del valore: la capacità di governare i propri dati di processo, prevenire il vincolo del vendor lock-in attraverso architetture aperte e modulari, e guidare lo sviluppo della Physical AI applicata a macchine e robotica, dove risiede l’autentico patrimonio industriale d’Europa.
È questo il nucleo del messaggio emerso dal confronto a più voci promosso da Radio 24, che ha messo a nudo il paradosso sistemico dell’Unione: un continente che continua a iper-regolamentare tecnologie che non produce, mentre resta imbrigliato nella frammentazione di 27 mercati nazionali e nella cronica carenza di capitali per far scalare l’innovazione.
Con una variabile temporale che gioca spietatamente contro: ogni ritardo strategico nelle fabbriche e nei governi costringe a decisioni emergenziali e all’adozione passiva di soluzioni esterne, abdicando di fatto a quella capacità di autodeterminazione economica e industriale da cui dipende la produttività futura del continente.
Indice degli argomenti
Architetture modulari e governo del dato, il confronto industriale sulla trappola del fornitore unico
La discussione sull’autonomia tecnologica richiede di superare un equivoco diffuso, che riduce la sovranità alla semplice presenza fisica dei server sul territorio continentale.
L’apertura di data center in Europa da parte dei colossi d’oltreoceano, che controllano oltre l’80% della capacità computazionale comunitaria, non mette infatti al riparo dalle normative extraterritoriali come il Cloud Act statunitense.
“L’elemento geografico relativo a dove vado a posizionare un data center è abbastanza un dettaglio, un palliativo che non risolve nulla se la struttura è inserita nella rete di un operatore straniero che ne detiene il controllo”, afferma Giuseppe Di Franco, CEO di Lutech.
Il pericolo primario risiede nella perdita di controllo economico e operativo generata da migrazioni sbrigative verso la nuvola, prive di percorsi di reversibilità.
Quando un fornitore percepisce la propria insostituibilità, i costi tendono a lievitare sensibilmente, lasciando le organizzazioni prive di alternative percorribili. Di fronte a questo scenario, la risposta non può essere un’impossibile chiusura autarchica, bensì l’adozione di un approccio pragmatico fondato sulla gestione del rischio e sulla segmentazione delle informazioni.
“La sovranità è sempre la capacità di poter scegliere ed evitare i lock-in, un bilanciamento tra costi, rischi e valore che in Italia ha trovato concretezza nel Polo Strategico Nazionale, dove i dati ordinari vengono allocati sugli hyperscaler tramite cifratura, riservando a cloud privati gli asset strategici e critici”, spiega Andrea Campora, Managing Director della Divisione Cyber & Security Solutions di Leonardo.
L’indipendenza operativa si sposta quindi dall’infrastruttura fisica alle scelte architetturali, esigendo sistemi modulari e aperti. “Dobbiamo essere in grado di sviluppare architetture con pezzi intercambiabili, saperli assemblare e avere le competenze necessarie, un po’ come un team di Formula 1 che prende le migliori componenti per realizzare una macchina, ma mantiene dietro una squadra capace di garantire prestazioni superiori”, commenta Cristiano Cannarsa, CEO di Sogei.
Sul versante istituzionale, la regolamentazione comunitaria prova a sostenere questo percorso di emancipazione attraverso norme sull’interoperabilità come il Data Act e iniziative di indirizzo della domanda come la proposta CADA (Cloud and AI Development Act).
“La reazione europea è stata tardiva rispetto a un dominio consolidato, ma oggi puntiamo a rendere le imprese meno prigioniere dei propri fornitori e a riorganizzare gli appalti pubblici in base alla criticità dei dati”, illustra Innocenzo Genna, esperto di regolamentazione europea in ambito digitale.
La vera discriminante per l’industria risiede infine nella capacità di presidiare la conoscenza: come evidenziato anche da Giuliano Noci, Prorettore del Politecnico di Milano, la proprietà delle infrastrutture può essere delegata, purché rimanga saldamente interna la capacità di governare la catena del valore e i processi decisionali generati dal dato di fabbrica.
Oltre il mito dei modelli linguistici, il valore dell’automazione tra intelligenza artificiale fisica e robotica
Presidiare i dati e governare la catena del valore impone tuttavia una scelta di campo altrettanto netta sul tipo di intelligenza artificiale su cui concentrare gli investimenti industriali. L’idea che l’autonomia si conquisti inseguendo i colossi d’oltreoceano nello sviluppo di modelli linguistici generalisti rischia infatti di disperdere risorse preziose in una competizione già decisa altrove.
I grandi modelli fondazionali stanno rapidamente convergendo verso prestazioni analoghe, alimentando una mercificazione che ne comprimerà la redditività fino a trasformarli in pure commodity, esattamente come accaduto in passato per le infrastrutture di telecomunicazione.
Per il tessuto manifatturiero continentale, l’autentico differenziale competitivo risiede invece nell’applicazione dell’algoritmo ai processi operativi e ai sistemi fisici.
“Dobbiamo proiettare nel futuro la nostra cultura industriale lavorando non tanto sui Large Language Model, ma sull’industrial e sulla physical AI, cioè sull’intelligenza artificiale che opera nello spazio fisico trasformando il dato in azione e governando, ad esempio, i robot”, evidenzia Noci.
In questo ambito, la sovranità tecnologica non si misura sulla capacità di fabbricare ogni singolo elemento meccanico, ma sul presidio esclusivo della logica di controllo.
Nel settore dell’automazione, l’integrazione di componenti hardware provenienti da catene di fornitura globali diventa sostenibile solo se l’azienda mantiene la proprietà del modello algoritmico.
“In un recente viaggio a Shenzhen ho approfondito gli sviluppi della robotica ed è emerso subito il dilemma se fosse opportuno utilizzare un robot cinese in un’ottica di sovranità, ma l’elemento strategico che sottende la robotica risiede nel cervello del robot e non in dove è stato costruito il braccio”, spiega Di Franco.
Se il braccio meccanico può essere acquistato sul mercato internazionale, la programmazione, i parametri di funzionamento e la conoscenza specifica del ciclo produttivo devono restare saldamente radicati nell’impresa.
Un ritardo nell’adozione di queste tecnologie finirebbe per costringere le aziende ad affidarsi ad algoritmi precostituiti, importando insieme al software logiche gestionali e modelli operativi estranei alla tradizione industriale locale.
La priorità immediata consiste nel codificare digitalmente il patrimonio di competenze di fabbrica, rendendolo sicuro e traducendolo in codice proprietario prima che attori esterni ne colonizzino i processi nevralgici.
Software applicativo e presidio cibernetico, la linea di difesa delle linee produttive
La tutela del modello algoritmico e dei processi industriali rimane tuttavia un esercizio puramente teorico se disgiunta dalla sicurezza del codice su cui poggia l’intera operatività aziendale.
Nel contesto dell’automazione e delle reti di fabbrica, la superficie di attacco più esposta non è costituita tanto dal dato a riposo quanto dal livello applicativo, dove spesso coesistono soluzioni storiche prive di costanti aggiornamenti o moduli integrati in modo affrettato.
L’obsolescenza software espone gli impianti a vulnerabilità strutturali che possono paralizzare le linee manifatturiere. “Le applicazioni sono sovranità perché le abbiamo scritte noi, sappiamo noi quello che c’è e quello che fanno quelle applicazioni, ma dobbiamo avere anche l’attenzione ad aggiornarle, poiché il vero livello della protezione risiede nell’adeguamento applicativo che spesso sconta forti ritardi e crea un’esposizione altissima a livello cyber”, spiega Cannarsa.
La tempestività degli interventi rappresenta una necessità inderogabile: la diffusione di modelli avanzati di intelligenza artificiale nelle mani del crimine informatico ha ridotto le finestre di penetrazione dalle settimane a una manciata di minuti, creando un’asimmetria operativa difficilmente arginabile con strumenti di difesa tradizionali.
In questo quadro, la protezione dell’ecosistema produttivo impone una rigorosa gestione del rischio lungo l’intera catena di fornitura, superando l’illusione che una generica etichetta aperta o proprietaria garantisca di per sé l’immunità.
“Dietro la parola open source a volte si nascondono lock-in che non garantiscono minimamente la sovranità, mentre il tema deve andare di pari passo con la manutenibilità e con una sovranità pragmatica, adottando architetture Zero Trust che presidiano le chiavi di casa propria senza cederle a terzi”, illustra Campora.
Una simile disciplina di protezione preventiva si scontra tuttavia con un divario economico globale che vede gli investimenti effettivi in sicurezza attestarsi attorno ai 250 miliardi di dollari a fronte di perdite provocate dalle minacce informatiche che superano ampiamente il trilione, relegando la cyber security a un fattore di costo anziché a un asset essenziale di continuità operativa.
Il paradosso continentale tra eccesso di regole e frammentazione dei mercati
Gli sforzi di protezione applicativa e algoritmica messi in campo dal tessuto produttivo si scontrano con le contraddizioni strutturali della cornice istituzionale comunitaria.
L’approccio dell’Unione Europea ha privilegiato una minuziosa attività legislativa a discapito della capacità di iniziativa industriale, delineando una dinamica in cui il continente produce norme avanzate su tecnologie sviluppate altrove senza riuscire a favorire l’affermazione di propri poli produttivi.
“L’Europa sta regolamentando un’innovazione che non riesce più a fare, mentre una volta avevamo aziende capaci di creare prototipi e sviluppare le soluzioni più eccezionali della tecnologia”, osserva Cannarsa.
“Se noi pensiamo con le regole di disciplinare la sovranità di questo continente, siamo fuori strada, perché non discutiamo del tema centrale che è che cosa fare per sviluppare un’industria digitale”, rincara Noci.
Dalla prospettiva comunitaria, l’impianto normativo cerca di porre rimedio a un ritardo storico che ha visto gli operatori d’oltreoceano conquistare la leadership nella capacità computazionale prima ancora che il fenomeno venisse compreso o arginato dalle capitali nazionali. Per tentare di invertire questa tendenza senza ricorrere a misure protezionistiche, la Commissione Europea ha impostato una strategia fondata sulla regolazione dei mercati e sul riorientamento della domanda.
Il tassello più rilevante di questo disegno è il già citato Cloud and AI Development Act, noto come CADA, una proposta legislativa concepita come strumento ibrido tra regolamentazione e politica industriale per sbloccare la dipendenza dai provider esteri.
Il meccanismo centrale del CADA interviene sulla leva degli appalti pubblici, introducendo una classificazione progressiva dei servizi in base al livello di criticità e di rischio dei dati trattati. Per i dati ordinari rimane possibile fare ricorso a fornitori internazionali, mentre per le informazioni strategiche e critiche la norma punta a blindare progressivamente l’acquisto pubblico imponendo rigorosi requisiti di sovranità, in modo da creare un mercato certo e una domanda di scala per l’offerta tecnologica europea.
Come illustra Genna, la misura serve a spezzare un circolo vizioso in cui le stesse amministrazioni statali compravano esclusivamente da fornitori statunitensi, rendendo quasi impossibile per banche, grandi enti e operatori industriali adottare scelte differenti, pur evitando di trasformare l’autonomia in una rendita di posizione domestica che deprima la concorrenza.
L’efficacia della misura deve tuttavia fare i conti con un iter legislativo che richiederà almeno un anno o un anno e mezzo per trovare la sintesi tra Consiglio, Parlamento e Commissione, nonché con i limiti imposti dalle prerogative degli Stati membri.
“Paradossalmente, anche sui livelli massimi del CADA in cui si ipotizzano miliardi di investimenti per realizzare uno stack europeo, la cyber security viene delegata a norme separate senza una vera visione di sistema, rischiando di creare uno stack europeo protetto da tecnologie extraeuropee”, rileva Campora.
A frenare le ambizioni continentali contribuisce in modo decisivo la persistente frammentazione dei ventisette mercati nazionali, che impedisce alle imprese innovative locali di raggiungere le dimensioni necessarie per sostenere investimenti paragonabili a quelli americani o cinesi.
Il frazionamento paralizza persino la cooperazione operativa più elementare: di fronte alla proposta di un punto di accesso unico per la notifica degli incidenti informatici, molti governi continuano a opporsi per difendere le proprie competenze esclusive di sicurezza nazionale, costringendo un’azienda presente in più paesi a inoltrare ventisette segnalazioni distinte per un medesimo attacco.
“La frammentazione è il principale hacker della sicurezza europea di cui tanto si discute a Bruxelles, dove ci si rifugia nei processi e nella burocrazia perché non si riesce a trovare un accordo su poche chiare priorità industriali”, rimarca Noci.
Senza un mercato unico dei capitali capace di canalizzare liquidità verso le imprese ad alta tecnologia e in presenza di vincoli bancari come Basilea 3 e 4 che penalizzano il credito su beni immateriali e software, il rischio concreto è che le nuove normative si traducano in sovraccosti immediati per le imprese utilizzatrici anziché nella nascita di una reale autonomia produttiva.
Consapevolezza cognitiva e produttività, l’urgenza operativa per le piccole e medie imprese
I vincoli di scala e le rigidità bancarie continentali non devono tuttavia trasformarsi in un alibi paralizzante per il tessuto delle piccole e medie imprese, che costituisce l’ossatura produttiva europea e manifatturiera italiana. La convinzione che l’adozione delle tecnologie avanzate sia preclusa alle realtà minori per ragioni dimensionali poggia su un equivoco di fondo: la vera linea di faglia non separa le grandi concentrazioni industriali dalle aziende medie o piccole, ma distingue chi possiede una chiara comprensione del cambiamento da chi ne ignora la portata.
“La vera barriera non è una barriera dimensionale ma è una barriera cognitiva, ed è l’elemento più importante in questo momento: servirebbe un piano di elettroshock continentale capace di far crescere il senso di urgenza nelle aziende, perché girando nei territori industriali si constata spesso come non vi sia ancora la minima consapevolezza dell’urgenza da assumere sull’intelligenza artificiale”, commenta Noci.
A rendere critica la situazione interviene la velocità con cui evolvono le innovazioni di fabbrica, dove i cicli di trasformazione non si misurano più nell’arco di decenni o anni, ma nello spazio di pochi mesi. Più si ritardano gli investimenti e le decisioni strategiche per integrare algoritmi, automazione e robotica, più si scivola verso una condizione di emergenza che costringe ad abdicare a qualunque forma di sovranità, adottando frettolosamente soluzioni preconfezionate che sottraggono all’azienda il governo dei propri processi.
Guardando allo scenario italiano, questo ritardo riflette un nodo strutturale che investe direttamente l’equilibrio socio-economico complessivo: la prolungata stagnazione della produttività del lavoro registrata negli ultimi trent’anni, che ha visto i salari reali italiani contrarsi di fronte a crescite consistenti registrate nel resto dell’Europa, deriva dalla carenza di investimenti nell’automazione di impianto e nell’ammodernamento tecnologico.
“La mancata introduzione di tecnologie e di automazione che consentano di aumentare la produttività del lavoro ha costretto per troppo tempo a inseguire la competitività attraverso il contenimento dei costi, determinando un impoverimento oggettivo che sta raggiungendo livelli di guardia ormai insostenibili”, sottolinea Di Franco.
Investire in autonomia digitale, in competenze operative e nell’aggiornamento dei sistemi di controllo non costituisce quindi una mera opzione informatica, ma rappresenta la leva imprescindibile per sbloccare l’efficienza manifatturiera e difendere il valore del lavoro specializzato.
Le direttrici operative per governare l’autonomia nella fabbrica digitale
La transizione verso un modello industriale realmente autonomo impone di tradurre i principi della sovranità tecnologica in scelte architetturali e organizzative quotidiane.
L’imperativo per la manifattura avanzata consiste nell’avviare una mappatura rigorosa delle informazioni generate dagli impianti, distinguendo i dati di produzione ordinari, gestibili tramite servizi di terze parti debitamente protetti, dal patrimonio di processo e dalle ricette industriali, da custodire all’interno di perimetri riservati.
Sul piano infrastrutturale, l’integrazione di sistemi di controllo, sensoristica e robotica deve privilegiare soluzioni basate su standard aperti, capaci di garantire la reversibilità applicativa ed evitare che l’aggiornamento degli impianti si trasformi in una dipendenza economica insostenibile.
La tutela dell’algoritmo operativo, che costituisce il vero baricentro della produttività futura, esige un impegno costante nella manutenzione del codice e nell’adozione di rigorose politiche di sicurezza che trattino ogni nodo della rete di stabilimento come potenzialmente esposto.
L’efficacia di questi interventi dipende tuttavia dalla disponibilità di competenze specialistiche interne in grado di progettare, integrare e governare gli strumenti digitali. Lo sviluppo di capacità tecnologiche autonome richiede investimenti mirati nella formazione del personale tecnico e ingegneristico, superando la logica della delega passiva a fornitori esterni per tornare a padroneggiare le leve della progettazione industriale.
“La vera criticità europea non risiede oggi nella disponibilità delle terre rare, ma nella carenza di cervelli rari, perché senza competenze di alto profilo diffuse capillarmente nel sistema produttivo non vi è alcuna possibilità di sostenere una reale indipendenza tecnologica”, avverte Noci.
Di fronte a una competizione globale accelerata dall’intelligenza artificiale, la variabile temporale costituisce la risorsa più scarsa a disposizione dell’industria continentale.
Riconquistare la sovranità tecnologica significa quindi assumere immediatamente la guida della trasformazione digitale all’interno delle fabbriche, prima che l’evoluzione tecnologica imposta dall’esterno riduca gli spazi di autodeterminazione del manifatturiero europeo.






