Ricerca e sviluppo, il rischio del credito inesistente mina l’efficacia degli incentivi

Uso improprio delle agevolazioni da parte delle imprese, incertezza sul periodo da cui partono le nuove aliquote, esclusione delle attività commissionate in Italia da soggetti esteri, rischio di sanzioni da parte dell’Agenzia delle Entrate e di azione penale: la tante incertezze sulle attività agevolate dal credito d’imposta in ricerca e sviluppo (R&S) rischiano di minare l’efficacia degli incentivi previsti dal Piano Transizione 4.0.

Investimenti di cui ora, più che mai, c’è un estremo bisogno per tornare a far crescere il sistema Paese, che ha affrontato la pandemia già provato da oltre un ventennio di produttività a crescita zero. “Ogni euro investito in ricerca, sviluppo e innovazione genera ricchezza da tre a cinque volte di più”, ricorda Francesco De Santis, vice presidente di Confindustria, in un’intervista rilasciata a Il Sole 24 Ore.

Una ricchezza che si traduce in aumento del PIL e dell’occupazione qualificata, oltre che in un cambiamento di mentalità da parte delle imprese: investire, ricorda De Santis, vuol dire guardare al futuro. A questo sono dedicate le agevolazioni del Piano Transizione 4.0, che mette a disposizione risorse per 23,8 miliardi di euro (18,8 miliardi verranno finanziati con le risorse del Recovery Fund destinate all’Italia) per stimolare gli investimenti privati e favorire la trasformazione tecnologica e digitale delle imprese italiane.

Ricordiamo che l’ultima bozza del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) – il programma di investimenti che il Governo dovrà presentare alla Commissione europea per accedere ai fondi messi a disposizione dal Next Generation EU – conferma le misure già contenute nell’ultima Legge di Bilancio, con l’aumento delle aliquote e dei massimali di agevolazione fiscale sia per gli investimenti in ricerca, sviluppo e innovazione sia per l’acquisto dei beni strumentali materiali 4.0 e per i beni strumentali immateriali (4.0 e non).

Fuori dal perimetro del PNRR resta invece il credito d’imposta per l’acquisto dei beni strumentali materiali, per il quale si attende un provvedimento che sistemi il problema della copertura finanziaria.

Nel suo insieme il nuovo piano Transizione 4.0 punta a fornire agli imprenditori “la possibilità di programmare gli investimenti in innovazione”, come sottolinea  Marco Calabrò, dirigente del Ministero dello Sviluppo Economico, in un’intervista rilasciata recentemente a Fasi.biz.

Ricerca e Sviluppo, tutti i nodi da sciogliere

Se dal 2016 le imprese beneficiarie del credito d’imposta per ricerca e sviluppo sono decisamente aumentate (da 8 mila a 40 mila l’anno), emergono dubbi sull’effettiva efficacia delle misure nello stimolare gli investimenti in questi ambiti.

“Il dubbio e la preoccupazione che abbiamo è che questa misura non è stata in grado di far veramente progredire la spesa in ricerca e sviluppo, quanto meno in maniera corrispondente alla risorse stanziate e ai beneficiari dell’agevolazione”, commenta Calabrò.

Dagli accertamenti effettuati emergerebbero, infatti, molteplici casi di uso improprio, da parte delle imprese, del credito d’imposta per le attività di ricerca e sviluppo. Agevolazioni che in molti casi sono state utilizzate per introdurre innovazioni di prodotto o processo che rappresentano una novità per l’impresa, ma che tuttavia sono già presenti sul mercato, perché fornite da altre aziende.

Queste innovazioni pertanto non risultano agevolabili in quanto prive del requisito della novità, secondo la normativa che regola il Piano e che fa riferimento ai criteri stringenti del Manuale di Frascati, il documento redatto per la prima volta nel 1963 (e da allora aggiornato diverse volte) dagli esperti dell’Ocse e del Nesti (Esperti nazionali sugli indicatori scientifici e tecnologici) e che contiene importanti definizioni sulle attività di ricerca e sviluppo, le modalità e i criteri che le riguardano.

Una situazione da attribuire, secondo Calabrò, a incertezze interpretative e che può comportare un grande rischio per le aziende. Infatti, l’impresa che, in buona o in cattiva fede, ha usufruito delle agevolazioni per finanziare attività che non rispettano i criteri indicati dalla normativa, può incorrere nel reato di credito inesistente. Si tratta di un reato penale, per cui si rischiano sanzioni e la reclusione (per credito superiore ai 50 mila euro) per un periodo che può andare da 18 mesi a 6 anni.

Una situazione che si è già verificata in passato e a cui si è cercato di porre rimedio estendendo, con il passaggio al Piano Transizione 4.0 nel 2020, il credito d’imposta in ricerca e sviluppo anche alle attività di innovazione.

Tuttavia, il rischio per le imprese persiste. Davanti a questa prospettiva, cosa possono fare le imprese in caso di dubbio? “Meglio rinunciare a qualche punto percentuale di agevolazione, ma essere sicuri che l’agevolazione spettante è effettivamente certa”, suggerisce Calabrò.

Alla luce di ciò, il meccanismo automatico del credito d’imposta, basato su una procedura standard e semplificata, che doveva stimolare gli investimenti delle imprese rischierebbe invece di costituire un deterrente.

Un nodo che deve essere urgentemente chiarito, ribadisce De Santis, secondo cui nonostante i confini tra le attività agevolabili e non possono essere incerti in alcuni casi, l’imprenditore che nel richiedere il credito abbia effettuato tutta la documentazione necessaria, che risulta essere completa, veritiera e corretta, non dovrebbe essere accusato di credito inesistente, equiparando le ipotesi di incertezza valutativa a quelle di veri e propri comportamenti fraudolenti.

Della stessa opinione anche Piergiorgio Zuffi di Innova Finance, una delle principali aziende che affiancano le imprese con consulenza specializzata sulla finanza agevolata, che sottolinea l’urgenza di eliminare, quanto prima possibile, queste incertezze interpretative.

“Quello che va realmente sanzionato sono i comportamenti e le azioni fraudolente. Bisognerebbe essere più espliciti rispetto agli elementi di prova da produrre per dimostrare l’effettività delle attività ammissibili e i costi sostenuti. Forse accreditare operatori specializzati in grado di certificare correttamente queste attività, anche di concerto con l’Agenzia e col Mise, potrebbe essere una soluzione”, commenta Zuffi.

Le attività commissionate da soggetti esteri e la retroattività al 2020: le altre questioni da chiarire

La seconda problematica da risolvere per attirare maggiori investimenti, secondo De Santis, è l’esclusione dalle attività agevolabili delle spese sostenute per attività di ricerca e sviluppo svolte dai commissionari residenti in Italia, sulla base di contratti di commessa con soggetti esteri.

Anche su questo tema, un chiarimento è arrivato dalla stessa Agenzia delle Entrate che, con la risposta a interpello n. 187 del 17 marzo 2021, ha chiarito che tali attività non possono usufruire del credito d’imposta per R&S&I. “Una scelta che va in direzione opposta rispetto all’esigenza del Paese di attrarre risorse per generare sviluppo”, sostiene De Santis.

Rimane ancora da chiarire, invece, la questione della retroattività delle aliquote ai crediti del 2020: secondo i tributaristi Vincenzo Cristiano e Cristiano Moretti, autori di un articolo pubblicato dal quotidiano Italia Oggi il 31 marzo, l’Agenzia delle Entrare sarebbe orientata ad applicare retroattivamente le aliquote stabilite dalla Legge di Bilancio 2021 anche agli investimenti in attività di R&S&I sostenuti nel 2020.

Questa posizione, secondo i tributaristi, emergerebbe da alcune risposte (non ufficiali) date dalla stessa Agenzia ad alcuni contribuenti. Un’incertezza dovuta anche alla poca chiarezza e ai (tanti) errori contenuti nel testo della Legge di Bilancio, dove manca il riferimento temporale per l’applicazione delle nuove aliquote.

Un’ipotesi che non convince molti, soprattutto perché nella relazione tecnica mancano le coperture finanziarie e, come ricorda lo stesso Calabrò, “una norma priva di una copertura finanziaria è incostituzionale”.

A fare chiarezza dovrà essere l’Agenzia delle Entrate che, secondo quanto riporta il dirigente, sta già lavorando a delle circolari per fornire chiarimenti sulle misure dell’ultima Legge di Bilancio.

Ricordiamo che ad aprile dovrebbe arrivare il documento del Governo con i correttivi al Piano Transizione 4.0, da tempo attesi, che dovrebbe risolvere le questioni ancora aperte, tra cui il “buco” relativo alla copertura del credito d’imposta per l’acquisto di beni strumentali non 4.0 finanziato con oltre 8 miliardi con il fondo a valere sulle risorse del Recovery Fund, ma sul quale è poi giunto il “no” della Commissione, oltre all’assenza del riferimento temporale per l’applicazione delle nuove aliquote.

Ad annunciare l’atteso provvedimento era stato il Ministro Giorgetti nell’ambito del primo confronto sul tema delle attività produttive con le Regioni.

Fare chiarezza è imperativo, anche alla luce della mole di richieste di chiarimenti che ogni giorno riceve il Ministero, circa 40-50 al giorni, come riporta Calabrò: un numero al quale nessuna amministrazione potrebbe far fronte. Il Ministero dello Sviluppo Economico confida però nel supporto in arrivo dall’Enea, grazie ai 100 milioni stanziati dalla legge di bilancio proprio per creare una struttura a supporto delle attività sul piano Transizione 4.0.

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Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

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