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Bettini (Federmeccanica): “L’Italia deve tornare a decidere il proprio futuro industriale”


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Nel corso dell’Assemblea Generale, il presidente di Federmeccanica Simone Bettini ha indicato le priorità per l’industria metalmeccanica italiana, evidenziando la necessità di una politica manifatturiera forte contro il caro energia, i vincoli della transizione ecologica e la carenza di competenze.

Pubblicato il 23 ott 2026



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L’Italia deve decidere con urgenza quali settori produttivi intende presidiare prima di scoprire, a impianti ormai chiusi, che quelle produzioni erano indispensabili per l’economia nazionale: è questo il messaggio lanciato dal presidente di Federmeccanica, Simone Bettini, nel corso della seconda giornata dell’Assemblea Generale ospitata negli spazi del Kilometro Rosso di Bergamo.

All’interno della cornice del forum quadriennale “WOW – Waves of Work”, la relazione istituzionale traccia una linea netta tra occupazione e competitività delle fabbriche: mettere il lavoro al centro impone necessariamente di rimettere al centro l’apparato manifatturiero, poiché gli interventi sull’occupazione non possono svilupparsi slegati da un disegno organico di politica industriale.

Il presidente di Federmeccanica evidenzia la necessità di definire priorità chiare per la produzione industriale italiana prima che la chiusura degli impianti danneggi irrimediabilmente l’economia.

Durante l’assemblea bergamasca emerge che la tutela dei posti di lavoro risulta inefficace se separata da una politica industriale strutturata. Le pressioni internazionali, tra cui i dazi doganali e i costi energetici elevati, richiedono interventi statali strategici che superino la logica dei semplici incentivi economici.

Transizione ecologica e automotive: il richiamo alla neutralità tecnologica

L’evoluzione dei comparti chiave della manifattura, a partire dall’automotive, richiede un ripensamento delle modalità di regolamentazione comunitaria. Bettini sottolinea come le scadenze temporali imposte a livello normativo non possano prescindere dalla fattibilità tecnica e industriale.

“La transizione non si fa con un calendario. L’Europa ha sbagliato a pensare che bastasse fissare una data per decidere la tecnologia vincente”, commenta il Presidente.

La responsabilità climatica rimane condivisa, ma impone un cambio di paradigma: “Non esiste una sola strada: serve neutralità tecnologica. Una transizione che perde fabbriche europee e importa prodotti realizzati altrove è soltanto una cattiva politica industriale”.

L’esperienza applicativa del piano Transizione 5.0 offre un insegnamento evidente sui limiti di un’impostazione eccessivamente burocratica, trasformandosi in “uno strumento nato per aiutare le imprese diventato troppo complicato per essere utilizzato”.

“Non chiediamo un Governo-bancomat né incentivi a pioggia per ogni problema, ma energia competitiva, regole comprensibili, tempi ragionevoli, infrastrutture, credito, persone preparate e una fiscalità che premi chi investe e cresce”, prosegue.

In merito all’apertura ai capitali internazionali, la posizione del Presidente di Federmeccanica resta pragmatica: “Non abbiamo paura del capitale straniero, ma c’è differenza tra investire in un’impresa per farla crescere e comprarla per estrarne valore o prenderne le quote di mercato. Difendere l’industria non significa chiudere il mercato: significa evitare che il mercato distrugga ciò che dovrebbe far crescere”.

Automazione, intelligenza artificiale e capitale umano di fronte alla crisi demografica

L’inversione della curva demografica e la progressiva riduzione della popolazione in età da lavoro, spiega Bettini, impongono alle imprese di cambiare paradigma operativo.

La tecnologia avanzata, in questo scenario, non risponde a una logica di riduzione dell’occupazione, bensì alla necessità di garantire la continuità produttiva delle fabbriche.

“Automazione, robotica e intelligenza artificiale saranno decisive non per sostituire le persone, ma per farle lavorare meglio, aumentare la sicurezza e compensare una disponibilità di lavoro sempre più scarsa”, commenta.

La diffusione di questi strumenti, unitamente alla spinta verso l’intelligenza artificiale, deve accompagnare la crescita dimensionale delle piccole e medie imprese, consentendo all’intero tessuto meccatronico di operare su scala globale a prescindere dai limiti dimensionali di partenza.

L’adozione delle tecnologie avanzate si traduce in valore economico soltanto se sostenuta da competenze all’altezza della complessità degli impianti. Il presidente di Federmeccanica rivendica perciò un ruolo centrale per la formazione tecnica: “L’innovazione crea valore soltanto se ci sono persone capaci di governarla: per questo scuola, ITS, università e formazione continua devono essere parte della politica industriale, non un capitolo separato”.

Bettini sollecita infine la necessità di una svolta culturale per avvicinare le nuove generazioni, e in particolare le studentesse, ai percorsi tecnici e scientifici, invitando a superare gli stereotipi e a “raccontare meglio una fabbrica che oggi è fatta di robot, software, dati e progettazione”, con l’avvertenza che “la parità di genere si misura nei risultati, non nella quantità di adempimenti”.

Costi energetici, stop all’ETS e rilancio della filiera dell’acciaio

La sostenibilità economica del sistema manifatturiero continentale si scontra con il divario nei costi di approvvigionamento energetico rispetto ai mercati internazionali.

Per Bettini, il differenziale tariffario rappresenta un ostacolo insormontabile per la competitività degli impianti: “Non esiste politica industriale se una fabbrica europea, soprattutto italiana, paga stabilmente l’energia più di un concorrente americano o asiatico”.

La critica alle normative comunitarie individua nel sistema dei certificati di emissione un fattore di squilibrio da azzerare: “L’ETS va cancellato, senza se e senza ma. Occorre superare un meccanismo che rischia di trasformare il costo della decarbonizzazione in un costo di deindustrializzazione. L’Europa deve tornare a guardare la fabbrica. Troppe volte la regolazione perde il contatto con imprese, filiere e persone”.

La vulnerabilità delle catene di fornitura investe direttamente anche l’approvvigionamento di materie prime, dove la carenza di produzione interna espone le aziende trasformatrici a rischi operativi e commerciali. La vertenza dell’ex Ilva, rimasta a lungo “assente nel dibattito pubblico mentre si consumava una crisi industriale e sociale senza precedenti”, tocca da vicino migliaia di officine e stabilimenti meccatronici consapevoli di “che cosa significhi dipendere dall’estero per una materia prima indispensabile”.

Per garantire la continuità operativa del polo siderurgico, Federmeccanica sollecita un intervento strutturato: “Si tratta di costruire un progetto industriale: un impianto strategico va reso competitivo, moderno, ambientalmente sostenibile e capace di stare sul mercato. Servono capitale, tecnologia e una guida industriale. E serve anche lo Stato”.

Contrattazione collettiva, difesa dei fondi e nuovo perimetro industriale

La trasformazione delle catene del valore e l’ibridazione tra manifattura e servizi digitali impongono un’evoluzione dell’inquadramento contrattuale. Nel disegno di Federmeccanica, la risposta a queste dinamiche consiste nel “costruire un Contratto che sia la casa di tutta l’industria metalmeccanica”, capace di tenere insieme competitività e tutela del lavoro.

Bettini respinge qualsiasi logica di dumping normativo o retributivo: “Non si può competere scegliendo il Contratto che costa meno: si compete su qualità, produttività, innovazione e organizzazione, non sulle tutele”. Da qui deriva la netta contrarietà dell’associazione alla revisione delle soglie dimensionali dell’artigianato, che rischia di generare pericolose sovrapposizioni con la piccola industria: “Consentire a imprese ormai strutturate di continuare a essere considerate artigiane significa alterare la concorrenza, ridurre le tutele e produrre minori entrate per lo Stato”.

Il perimetro delle relazioni industriali include la difesa rigorosa del welfare negoziale, a partire dalla sanità integrativa di metaSalute e dalla previdenza complementare del Fondo Cometa. Risorse e tutele che “non sono aggiunte marginali al Contratto, ma parte della remunerazione e della qualità del rapporto di lavoro: vanno rafforzati”.

Bettini ribadisce la ferma opposizione alla portabilità delle quote a carico dell’azienda verso forme pensionistiche individuali a fini commerciali, ricordando che i fondi contrattuali “hanno una logica mutualistica e una funzione sociale, non sono rendite speculative”.

Sul piano fiscale, le richieste all’esecutivo sono puntuali: azzeramento della ritenuta del 10% sui versamenti ai fondi, innalzamento strutturale delle soglie di detassazione per i flexible benefits e sgravi mirati a incentivare i premi di risultato, evitando distorsioni applicative: “Se un’azienda è già efficiente, non può essere penalizzata perché non cresce ogni anno all’infinito”.

La relazione del Presidente rimette la politica di fronte alle scelte strategiche necessarie per il prossimo decennio: “Fra dieci anni vogliamo ancora produrre automobili, acciaio e navi ed essere protagonisti nell’aerospazio? Vogliamo che i nostri ragazzi possano trovare qui lavori qualificati e ben pagati? Se la risposta è sì, dobbiamo cominciare oggi: con meno annunci e meno regole inutili, con più investimenti, imprese più forti, persone più preparate, tecnologie migliori e relazioni industriali capaci di accompagnare il cambiamento. L’Italia deve tornare a scegliere l’industria e il lavoro”.

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