Sostenibile e inclusiva, senza per questo rinunciare alla produttività e al profitto: così sarà l‘impresa del futuro. Un’impresa che si muove all’interno di un nuovo modello economico, con una ritrovata responsabilità verso ambiente e persone, che tornano al centro del processo produttivo. Un percorso accelerato dalla pandemia, che ha acceso i riflettori su cambiamenti già in atto, come la rivoluzione digitale e verde.

Rivoluzioni tra loro strettamente legate, in un rapporto di complementarietà che non risparmia alcune contraddizioni (perché non tutte le tecnologie digitali fanno bene all’ambiente), che richiede di ripensare alcuni valori del fare impresa, da un’attitudine diversa verso il cambiamento a nuovi modelli di formazione, da nuovi concetti di benefit aziendali a una maggiore trasparenza nella condivisione e nell’utilizzo dei dati.

Se alcune delle grandi aziende hanno già intrapreso questo percorso, anche per logiche di marketing, spingere le piccole e medie imprese ad abbracciare questo cambiamento richiederà uno sforzo mirato anche del settore pubblico, attraverso investimenti e strumenti che porteranno le PMI a intraprendere questa direzione.


Questi temi sono stati al centro dell’evento “L’impresa del futuro: dal PNRR ai nuovi modelli di business. Un viaggio tra innovazione, sostenibilità ed inclusione” organizzato da Vendor (che si propone come partner per le aziende per aiutarle a ottenere efficienza finanziaria, energetica e operativa), Innovation PostIndustry4Business, testate del gruppo Digital360, in collaborazione con il Festival Nazionale dell’Economia Civile e la Scuola dell’Economia Civile.

Verso un nuovo modello economico e un nuovo modo di fare impresa

La pandemia si è intrecciata con altri fenomeni di cambiamento che stavano già attraversando le nostre società. Da una parte c’è la trasformazione digitale, che ci spinge a ripensare i modelli di lavoro e a rivedere le competenze necessarie per rimanere parte del processo produttivo. Dall’altra ci sono i cambiamenti climatici, una delle sfide più importanti che dovremo affrontare nei prossimi anni. Trasformazioni queste che inseriscono in una società che sta superando i vecchi paradigmi di mercato, incentrati sull’ottica del profitto e si move verso quella che l’economista Leonardo Becchetti, Direttore del Festival Nazionale dell’Economia Civile, definisce “economia civile“.

Un’economia incentrata sulla sostenibilità, nella sua accezione più ampia, che non vuol dire solo una maggiore attenzione all’ambiente, ma anche all’uomo. Sostenibilità intesa come modelli produttivi e lavorativi in grado di poter resistere al tempo, in cui l’uomo e le relazioni assumono un ruolo centrale.

Un modello che ci spinge a ripensare il ruolo di tutti gli attori all’interno della società, a cominciare dalle imprese, che devono guardare al loro impatto sull’ambiente e restituire valore aggiunto al territorio in cui sono inserite. Fondamentale anche il ruolo dei cittadini che possono e devono premiare le aziende virtuose, orientando il mercato attraverso scelte che premiano la sostenibilità.

In questo contesto non può e non deve mancare il sostegno dello Stato: che non vuol dire che debba fare di più, ma che debba farlo in modo diverso. Vuol dire capire come indirizzare risorse pubbliche per creare valore aggiunto, per riuscire a stimolare i privati a investire sulla sostenibilità. Vuol dire, ad esempio, cambiare le logiche degli appalti, superando la logica dell’appalto “al ribasso” e muovendosi verso i cosiddetti “appalti impact”, ovvero quelli che premiano le aziende che hanno un minore impatto ambientale.

Un percorso che deve essere necessariamente intrapreso, sottolinea Becchetti. “La transizione ecologica è l’unico sentiero che può portarci in vetta. Non è importante solo fare questo percorso, ma saranno importanti anche i tempi che impiegheranno le imprese per compiere queste transizioni”, sottolinea.

Se le aziende più grandi si sono mosse, anche per logiche di marketing (rispondendo a una domanda che chiede sostenibilità ambientale), occorre ora stimolare le PMI, che ancora mancano di questa visione a lungo termine che gli permette di anticipare i trend di mercato, invece di agire meramente in loro risposta.

Vanno quindi rivisti, sottolinea Becchetti, anche i costi di rendicontazione e certificazione della sostenibilità delle aziende, per favorire la partecipazione anche delle imprese di micro, piccole e medie dimensioni, di cui il sistema imprenditoriale italiano è formato.

Dal modello shareholder al modello stakeholder, verso un nuovo concetto di valore

Intraprendere questo percorso non è più un’opzione e la capacità delle imprese di adattarsi a questi cambiamenti determinerà non solo la loro competitività sul mercato, ma anche la loro sopravvivenza. Una nuova forma di “selezione naturale” tra quelle imprese in grado di implementare azioni sostenibili (e ricavarne valore) e quelle che non saranno capaci di farlo.

Per intraprendere questo percorso, l’azienda deve ridefinire, in primo luogo, i suoi obiettivi, come sottolinea  Lorenzo Maternini, Cofounder & Vice President di Talent Garden.

“Si deve partire dal disegnare il proprio obiettivo che non può essere più di profitto, l’impatto dell’azienda deve riflettersi in tutta la propria comunità”, spiega.

Un progetto che non può essere più fatto internamente, ma che deve avvenire in condivisione, perché una visione esterna di quello che è il business può aiutare. In questo processo può giocare un ruolo fondamentale anche il personale appena assunto dall’azienda, poiché anche le logiche che indirizzano i lavoratori verso la scelta di un’organizzazione piuttosto che un’altra sono cambiate.

“Oggi i lavoratori non guardano solo alle loro prospettive di carriera, ma anche a dove l’azienda vuole andare, come intende posizionarsi sullo scacchiere nazionale e internazionale. Per questo, a volte le persone esterne all’azienda hanno una visione più chiara della direzione in cui sta muovendo”, aggiunge.

Ma, come già detto, il concetto di sostenibilità va ben oltre la sua accezione ambientale. Sostenibilità vuol dire anche mettere l’uomo al centro, sfruttando il progresso tecnologico per passare a nuovi modi di produrre e lavorare. Passare da un modello attento all’interesse degli shareholder (gli azionisti) a uno che curi le relazioni con gli stakeholder (i portatori di interessi), rivedendo il ruolo del dipendente all’interno dell’azienda stessa.

Un cambiamento accelerato dalla pandemia, che ha mostrato che nuove forme di collaborazioni sono non solo possibili, ma necessarie, che è possibile generare valore anche a distanza, grazie alle tecnologie digitali. Caduto il paradigma del lavoro in ufficio, schiavo di una cultura aziendale che oramai deve essere superata, le aziende si troveranno ad affrontare un’altra importante sfida: trattenere i talenti.

Per farlo, occorre ripensare il concetto di welfare aziendale, che risponda all’esigenza dei lavoratori di una maggiore flessibilità, nei modi e nei tempi di lavoro, ma anche alla loro necessità di essere coinvolti in percorsi di formazione, per acquisire le competenze necessarie ad adattarsi a questi cambiamenti.

“Questo vuol dire superare la distinzione tra lavoro e vita privata. Il lavoratore vuole lavorare da casa e formarsi in azienda”, spiega Maternini.

Un cambiamento che deve essere gestito in modo tale da non lasciare indietro nessuno, nemmeno la forza lavoro senior, quei lavoratori che non sono nativi digitali, ma che hanno un bagaglio di conoscenze ed esperienze lavorative prezioso, che va trasmesso ai nuovi assunti.

Questo fa l’azienda sociale: costruisce nuovi rapporti con i dipendenti, coinvolgendoli, richiedendo una partecipazione più attiva e responsabile. Ma restituendo alla forza lavoro un nuovo valore del vivere, incentrato sui rapporti e sulla vita del lavoratore anche di fuori all’azienda.

Un esempio di successo è quello di Reynaldi, azienda torinese che sviluppa prodotti cosmetici e prima società benefit in Italia. Un’azienda sviluppata intorno alla sostenibilità a 360°: dalla sostenibilità ambientale – attraverso lo smaltimento dei rifiuti (il 97% di quelli prodotti vengono riciclati), l’utilizzo di fonti energetiche rinnovabili, l’abbattimento degli sprechi e un packaging sostenibile – a quella sociale.

“Cerchiamo di chiudere la giornata lavorativa per le 17/17:30, così che i nostri dipendenti abbiano tempo di andare a prendere i bambini a scuola, di curare i loro affetti”, spiega Marco Piccolo, Ceo di Reynaldi. Ma non solo: dal 2020 l’azienda ha deciso di dividere un terzo degli utili con la propria forza lavoro sotto forma di premio aziendale.

Reynaldi è la dimostrazione che questo tipo di azienda, dove si riporta l’atrenzione sul valore del tempo e del vivere delle persone e ai benefici che l’azienda può arrecare a tutta la comunità, genera benefici prima di tutto per l’azienda stessa.

Il fatturato di Reynaldi è infatti cresciuto del 26% nel 2020, un “risultato ottenuto grazie agli operatori dell’azienda che ogni giorno mettono il cuore nel loro lavoro” precisa Piccolo.

Sostenibilità che vuol dire anche avere un impatto positivo sulla comunità, che l’azienda concretizza attraverso vari progetti sul territorio, anche all’estero, come il progetto con la comunità del Burkina Faso, nato nel 2003. Progetto sviluppato per aiutare la comunità a combattere la situazione di estrema indigenza, andando oltre l’assistenza economica e creando qualcosa di sostenibile nel tempo: quello che ha fatto Reynaldi, infatti, non è stato inviare soldi, ma creare lavoro. Dalla comunità viene acquistato (a prezzo europeo e quindi 10-15 volte superiore a quello locale) il burro di Karité che l’azienda utilizza in una linea di cosmetici appositamente creata per il progetto.

Anche la comunità locale, inoltre, è stata messa in condizione dall’azienda di poter produrre il prodotto, che viene rivenduto localmente, fornendo così una fonte stabile di guadagno a 25 famiglie.

Quello del burro di Karité è soltanto uno dei progetti di sostenibilità che Reynaldi porta avanti da anni e che hanno portato al riconoscimento del Premio per l’Economia civile a Marco Piccolo.

Un nuovo modo di fare innovazione, il caso di successo del Progetto Dolphins

Per portare valore al territorio, non basta lo sforzo di una singola azienda. Questo processo, infatti, non può avvenire senza la contaminazione di idee tra aziende, in un’ottica non più di competitività, ma di collaborazione, di open innovation. Un nuovo modo di fare innovazione, attraverso la sinergia con altre aziende e università.

Un esempio di successo è quello di CNH Industrial che, grazie alla collaborazione con l’Università di Torino e Rada (azienda che sviluppa soluzioni informatiche nell’ambito del Manufacturing Process Engineering), ha sviluppato il progetto Dolphins, che si è aggiudicato nel 2021 il Manufacturing Leadership Award, riconoscimento della National Association of Manufacturers (NAM), la più grande associazione manifatturiera degli Stati Uniti.

“Dolphins è una soluzione in grado di predire il futuro – spiega Paolo Foglio, System Integrator di CNH Industrial – Predizioni sul processo e sul prodotto e nel campo della cyber security”.

Il nome deriva dalle tecniche adottate nello sviluppo del progetto, che riprendono quelle utilizzate dai ricercatori per analizzare i versi fatti da alcuni tipi di delfini e giungere alla conclusione che anche questi mammiferi hanno una lingua e dei dialetti propri.

Con lo stesso meccanismo, Dolphins permette di far “parlare le macchine”, mettendo a frutto i dati raccolti: grazie all’apprendimento automatico e all’analisi dei Big Data, Dolphins riesce a realizzare un’analisi delle condizioni dei macchinari di uno stabilimento e delle condizioni di una linea, “aiutando a prevenire i guasti delle attrezzature e dunque riducendo i fermi macchina, abbattendo così i costi che ne derivano”.

Un progetto che non nasce rivolto alla manutenzione predittiva, ma che viene utilizzato in questo campo grazie alla grade disponibilità di dati, che permette di abilitare questo tipo di servizi a basso costo. Dati che vengono utilizzati per costruire il gemello digitale dell’impianto, permettendo così di prevenire davvero i malfunzionamenti delle macchine e salvaguardando la qualità dei prodotti.

Dolphins è attualmente impiegata nello stabilimenti di Iveco di Brescia, dove ha dimostrato di poter prevedere un guasto con un livello di affidabilità del 90% poche ore, prima che l’evento si verifichi.

Ma la sua applciazione non si ferma alla manutenzione predittiva. Dolphins verrà utilizzato anche nella cybersecurity. “Quando processo e prodotto funzionano, ma il gemello digitale mi dice che qualcosa comunque non va, quello può essere un campanello di allarme”, spiega Foglio.

Un modo di fare innovazione abilitato dalle tecnologie digitali e dell’automazione, che richiedono diverse competenze della forza lavoro. Si deve dunque ripensare al concetto di formazione nell’ottica di apprendimento continuo, come sottolinea l’Ocse in un recente rapporto. Un processo che coinvolge tutte le fasi della vita dell’individuo, necessario per cogliere tutte le opportunità lavorative che apriranno le nuove tecnologie.

Un cambiamento di visione che è necessario per rispondere a mutamenti che subiranno le professioni nel breve termine – con l’inevitabile effetto di sostituzione provocato dall’automazione, che porta a una diminuzione della presenza umana nelle attività ripetitive – e nel lungo periodo, quando nasceranno altre opportunità lavorative che richiederanno necessariamente nuove competenze.

Come guidare il cambiamento: i fondi nazionali ed europei che sostengono la ripresa

Tutti questi cambiamenti richiedono anche uno sforzo economico. A sostenere delle imprese in questa fase ci sono i fondi messi a disposizione dall’Unione Europea e dal Governo, rivolti alla ripresa dell’economia dopo la crisi generata dalla pandemia e alla promozione verso il passaggio a un’economia circolare e sostenibile.

Da una parte, dunque, c’è il Next Generation Eu , che mette a disposizione 750 miliardi di euro (tra prestiti e sostegni a fondo perduto) attraverso vari strumenti, che faranno arrivare all’Italia 191,5 miliardi, a cui si aggiungono i 13 miliardi del React Eu e i 30,6 miliardi del Fondo Complementare (soldi messi a disposizione dal Governo e che perseguono le stesse finalità e temi in ottica di sviluppo digitale e sostenibile del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza).

“Un’occasione unica, non solo per l’aspetto economico, ma anche per la forza mediatica. La pandemia ci ha riportato, finalmente, a parlare di investimenti”, sottolinea Marco Taisch, Presidente MADE Competence Center Industria 4.0.

Un’occasione anche per ripensare i nostri bisogni a livello tecnologico, a partire dalla dipendenza che abbiamo da altri Paesi nel rifornimento di alcune componenti. Un esempio è quello dei chip, dei microprocessori, che è uno dei fattori che possono frenare lo sviluppo del mercato dell’Intelligenza Artificiale in Italia.

La consapevolezza ritrovata (anche grazie alla pandemia), spiega Taisch, non è nell’individuazione di nuove tecnologie, ma nel vedere quelle che già erano a disposizione sotto un’altra ottica. “Il Covid ha ridotto l’inerzia mentale delle imprese verso queste tecnologie, le imprese si sono ritrovate costrette a doverle adottare e hanno visto che funzionano”.

In questo processo assumeranno un ruolo sempre cruciale i Competence Center, impegnati in diverse attività che favoriscono il trasferimento tecnologico, che “riesce a dare una vita concreta alla ricerca fatta nelle università”, come spiega Lorna Vatta, Direttrice Esecutiva di Artes 4.0.

Artes 4.0 ha un focus specifico sulla robotica: una tecnologia da sempre al centro di un dibattito molto polarizzato (soprattutto nel rapporto con l’occupazione), ma che abilita nuove opportunità lavorative, a partire da una maggiore sicurezza sui luoghi di lavoro.

Il Competence Center avrà un ruolo da protagonista anche a livello europeo: Artes è infatti capofila di uno dei 45 progetti candidati a diventare uno degli European Digital Innovation Hub,  i poli d’innovazione digitale che dovranno assicurare la transizione digitale dell’industria, con particolare riferimento alle PMI.

L’esperienza di Vendor

“Progetti e risorse che danno all’Italia la possibilità non solo di ripartire dopo la pandemia, ma anche di superare situazioni che da anni frenano lo sviluppo del Paese”, sottolinea Michele Bonelli, Ceo di Vendor. A partire dal problema delle competenze digitali, tema in cui l’Italia è fanalino di coda in Europa, come ha evidenziato l’Indice Desi del 2020 (l’indice dell’economia e della società digitale, strumento con cui la Commissione misura il progresso degli Stati membri verso un’economia e una società digitale) in cui l’Italia si è classificata al 25° posto, su 28 Paesi.

Si dovrà affrontare inoltre il problema della produttività: tra il 1999 e il 2019, il Pil in Italia è cresciuto in totale del 7,%, a fronte di una crescita del 30,2%, del 32,4% e 43,6 % registrata nello stesso periodo in Germania, Francia e Spagna.

Tra il 2005 e il 2019, il numero di persone sotto la soglia di povertà è salita dal 3,3% al 7,7% della popolazione – prima di aumentare ulteriormente nel 2020 fino al 9,4 %. L’Italia, e quindi le sue aziende, hanno dunque perso negli ultimi 20 anni il 25% di produttività rispetto a Francia e Germania.

Una situazione che ha inciso sulle capacità delle aziende di affrontare i temi di sostenibilità e inclusione, poiché “è chiaro che un’azienda per poterle attuare deve essere in salute e generare profitti” spiega Bonelli.

C’è, infine, il tema delle disuguaglianze sociali ed economiche crescenti: tra il 2005 e il 2019, il numero di persone sotto la soglia di povertà è salita dal 3,3% al 7,7% della popolazione, fino ad aumentare ulteriormente nel 2020, raggiungendo il 9,4%.

“Fattori che determinano l’Italia che siamo oggi, ma che non vogliamo più essere domani”, aggiunge Bonelli. “Se è vero, come lo è, che i tempi sono cambiati è bene rendersene conto e agire subito per interpretarli al meglio delle nostre possibilità”.

Avere il coraggio di cambiare, quindi, nell’approccio al business e agli investimenti, nella digitalizzazione dei processi produttivi e puntando sulle competenze. Anche Vendor ha avviato, al suo interno, un percorso rivolto all’inclusione dei collaboratori, con due nuovi team molto allargati che hanno l’obiettivo di invertire le logiche di governance, creare un modo nuovo di welfare, portare avanti progetti sostenibili all’interno e all’esterno della nostra azienda e costruire un percorso formativo costante per accrescere le professionalità e quindi la soddisfazione dei singoli.

In virtù anche di questa esperienza maturata al suo interno, Vendor si propone come partner delle imprese per sostenerle e guidarle nel cambiamento cercando di far comprendere, prima di tutto, che investire per rinnovarsi porta anche a ottimi livelli di profittabilità.

“Questo ci permetterà di costruire un modello socio-culturale che guardi alle Comunità come un valore fondante. Un modello che guardi all’inclusione dei nostri collaboratori come un nuovo modello di governance che non sia più piramidale, ma inclusivo appunto. E che guardi alla sostenibilità come modello di vita quotidiana e non un obbligo o una moda”, conclude Bonelli.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Michelle Crisantemi

Giornalista bilingue laureata presso la Kingston University di Londra. Da sempre appassionata di politica internazionale, ho vissuto, lavorato e studiato in Spagna, Regno Unito e Belgio, dove ho avuto diverse esperienze nella gestione di redazioni multimediali e nella correzione di contenuti per il Web. Nel 2018 ho lavorato come addetta stampa presso il Parlamento europeo, occupandomi di diritti umani e affari esteri. Rientrata in Italia nel 2019, ora scrivo prevalentemente di tecnologia e innovazione.

One thought on “Sostenibile, inclusiva e digitale: ecco come sarà l’impresa del futuro

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.